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L’album si dipana come un flusso ininterrotto di pensiero sonoro in divenire, in cui la distinzione tra il materiale autografo e la rivisitazione dei classici sfuma sotto il peso di una coerenza stilistica adamantina.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La ricchezza intellettuale di «Ten Tributes» risiede primariamente nella sua natura di crocevia estetico, un’opera che rifugge la celebrazione didascalica per farsi, invece, raffinata speculazione sulle risonanze interiori. In questo lavoro, Claudio Fasoli non si accontenta di coordinare un manipolo di solisti d’eccezione, ma orchestra una vera e propria osmosi di linguaggi divergenti, dove l’asciutta cantabilità del suo fraseggio s’innesta nelle strutture armoniche eteree di Kenny Wheeler e sulle tessiture evanescenti di Mick Goodrick. L’album si dipana come un flusso ininterrotto di pensiero sonoro in divenire, in cui la distinzione tra il materiale autografo e la rivisitazione dei classici sfuma sotto il peso di una coerenza stilistica adamantina. Gli standard, spogliati di ogni residuo nostalgico, vengono trasfigurati in strutture di cristallo, entità sonore in cui la cellula tematica originale funge solo da pretesto per una decostruzione lirica di rara profondità.

Il contributo della sezione ritmica eleva ulteriormente il discorso verso una dimensione di equilibrio dinamico quasi sovrannaturale: il contrabbasso di Henri Texier non si limita a una funzione di sostegno metrico, ma interviene come una voce narrante autonoma, dotata di una pastosità timbrica ancestrale, mentre Billy Elgart frammenta il tempo con una sensibilità coloristica che trasforma la batteria in uno strumento puramente melodico. In questa geografia di silenzi eloquenti, ogni emissione strumentale appare pesata, frutto di una scelta etica del suono che privilegia la sottrazione all’accumulo. La narrazione procede per epifanie improvvise, in cui la tensione espressiva si accumula non attraverso la saturazione dello spazio, ma tramite una gestione magistrale delle ombre. Il disco, nel suo complesso, si conforma come un trattato sull’eleganza dell’essenziale, un vertice in cui il jazz europeo rivendica una propria, autonoma aristocrazia formale, rendendo questo sodalizio un evento irripetibile nella cronaca della musica improvvisata contemporanea.

Nell’economia espressiva, la figura di Kenny Wheeler non agisce come un semplice contraltare solistico, ma come un vettore di espansione armonica che ridefinisce i confini stessi della scrittura di Fasoli. Se nelle composizioni del sassofonista veneziano risiede spesso un rigore strutturale quasi geometrico, la presenza del trombettista canadese introduce una fluttuazione elegiaca in grado di smussare gli angoli del dettato tematico. Wheeler, con il suo peculiare approccio, apporta una policromia malinconica che agisce in profondità sulle linee di forza del quintetto, trasformando la precisione ritmica di Fasoli in una sorta di sospensione onirica. Il dialogo tra i due fiati si dispiega come una convergenza di asimmetrie: laddove Fasoli procede per cellule motiviche stringate e volute sintetiche, Wheeler risponde con ampie arcate melodiche che sembrano sfidare la forza di gravità, creando una tensione dialettica tra massa e linea. La scrittura del leader, in questo specifico contesto, appare deliberatamente permeabile, lasciando ampi margini a quella che si potrebbe definire una deriva lirica controllata. È un’intesa che si fonda sulla condivisione di una etica della discrezione, dove l’intervento di Wheeler non è mai una sovrapposizione, ma un’integrazione che arricchisce la trama sonora di sfumature crepuscolari, conferendo all’intero progetto quella statura di classicismo moderno che lo sottrae all’usura del tempo.

All’interno del medesimo congegno espressivo, Mick Goodrick opera come l’autentico architetto delle trasparenze, esercitando un magistero armonico che rifugge la perentorietà del pianoforte per abbracciare una diffusione sonora atmosferica. Il suo ruolo non risulta mai puramente d’accompagnamento, ma si dispensa come una scansione di piani prospettici in cui le note non vengono semplicemente suonate, ma lasciate riverberare come particelle di luce in una camera oscura. Egli agisce da collante invisibile tra il rigore analitico di Fasoli e l’estasi melodica di Wheeler, mediando il contrasto tra i due fiati attraverso una tessitura di accordi aperti e un utilizzo magistrale dei volumi che svuota lo spazio sonoro da ogni opulenza eccessiva. La chitarra di Goodrick apporta una dimensione liquida che permette al quintetto di oscillare tra la stasi meditativa e la progressione dinamica senza mai incorrere in fratture estetiche. Evitando i cliché del comping tradizionale, egli predilige una punteggiatura minimale, dove ogni voicing viene scelto per la sua capacità di generare risonanze spettrali piuttosto che per definire una griglia tonale rigida. Questo approccio conferisce all’architettura dei brani una mobilità strutturale quasi aerea, trasfigurando il supporto armonico in una scultura di nebbia su cui i solisti possono appoggiarsi senza sentirsi vincolati. Il contributo di Goodrick in «Ten Tributes» rappresenta la quintessenza della sua poetica: un’arte della presenza per assenza che eleva il quintetto a un livello di raffinatezza timbrica raramente eguagliato.

L’analisi di «Ten Tributes» permette di decifrare la topografia intellettuale su cui Fasoli ha modellato l’album, procedendo per analogie concettuali che legano la parola alla struttura formale. Il percorso si snoda tra l’omaggio alla tradizione e l’autografia più radicale, in un gioco di specchi dove ogni titolo funge da chiave di volta semantica. Il disco si apre con «Yesterdays», che lungi dall’essere una sterile rievocazione, si pone come una archeologia del ricordo, dove il tema viene trattato alla stregua di un reperto da osservare sotto una luce radente. Segue «Bass Biz», brano che suggerisce una meccanica del profondo, un’esplorazione delle frequenze gravi intese come pilastro etico prima che armonico. In «My One And Only Love», la suggestione vira verso un’astrazione del sentimento, una liricità che rifugge il sentimentalismo per farsi pura purezza lineare. Con «Monsieur Guy Thar», il gioco di parole antropomorfizza lo strumento di Goodrick, evocando una figura di eleganza flâneur, un procedere rapsodico tra le pieghe dell’armonia. La sequenza dei tributi prosegue con «Drum Dream» e «Trumpet Tramp»: il primo fa affiorare un’oniricità percussiva, dove il tempo non è battito ma visione; il secondo suggerisce l’immagine di un errante melodico, un Wheeler che attraversa territori sonori con la solitudine dignitosa di un viandante. «Body And Soul» rappresenta la sfida suprema: il titolo evoca una anatomia della memoria, una dissezione del corpo del jazz per trovarne l’anima superstite. In «Sax-o-phone», Fasoli sembra riflettere sull’essenza stessa del proprio strumento, facendone un oggetto fenomenologico scisso dalla funzione virtuosistica. Verso la chiusura, «Lover Man» si manifesta come un’invocazione distante, un desiderio filtrato dalla ragione, mentre «Like Someone In Love» sigilla l’opera come una dichiarazione di assenza, dove l’innamoramento appare come uno stato metafisico, un modo di abitare lo spazio musicale con stupore e, infine, con il necessario congedo. L’intera traiettoria trasforma i dieci brani in altrettante stazioni di un pellegrinaggio estetico.

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