«Eterea» di Sonia Spinello: elogio dell’essenziale ed equilibrio sintattico tra voce e strumenti (Abeat Records, 2026)
«Eterea» non rappresenta solo un compendio di bellezza formale, ma un atto di resistenza poetica contro la banalizzazione del linguaggio jazzistico contemporaneo, riaffermando il primato dell’ascolto quale atto di profonda partecipazione intellettiva e spirituale.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Eterea», il nuovo lavoro di Sonia Spinello pubblicato di Abeat Records, costituisce il vertice di un percorso speculativo che affonda le radici in una ricerca decennale sulla materia fonica e sul valore semantico della sottrazione. Giunta all’ottavo capitolo della sua produzione, la musicista di origine siciliana modella un’intelaiatura sonora in cui il minimalismo non è mai inteso come vuoto pneumatico, ma quale spazio di risonanza per un’interiorità articolata e feconda. In questo nuovo scandaglio musicale la voce si spoglia di ogni orpello virtuosistico per farsi strumento duttile, in grado di tessere trame diafane eppure solidissime, supportate da un impianto coesivo di rara intelligenza compositiva.
La logica strutturale dell’album poggia su un dialogo serrato e colto con il repertorio del Novecento, attingendo alla prassi procedurale di autori quali Erik Satie, Jeroen van Veen e Graham Fitkin. Non si tratta di una mera sovrapposizione, ma di un processo di osmosi in cui i testi e le melodie di Spinello s’innestano nel tessuto armonico preesistente con un’organizzazione molecolare che rasenta la simbiosi. Sulla scorta di tale intuizione, l’episodio d’apertura «Mirrors» risveglia echi di una nostalgia atemporale, dove il pianoforte di Sonia Candellone tratteggia un ambiente sonoro in cui il fuoco del rinnovamento vitale arde sotto la cenere del tempo. Il contributo di Achille Succi, teso a generare un equilibrio sintattico che rifugge la prevedibilità, illumina la trama espressiva con velature acustiche scure e profonde innervando il corpo risonante del componimento. Il clarinetto basso non percorre sentieri solistici convenzionali, ma s’insinua nelle pieghe del parenchima accordale per mezzo di una ricerca timbrica che esalta le frequenze gravi, offrendo una base materica su cui la voce di Sonia può adagiarsi senza timore di perdere la propria centralità. Siamo alle prese con interscambio serrato, in cui l’impronta acustica del legno incontra la duttilità della laringe in un equilibrio sintattico privo di sbavature.
Il disegno armonico si evolve mediante il minimalismo iterativo di «Nothing Is Like Before», nel quale la tromba di Piotr Schmidt interviene per accarezzare superfici melodiche di estrema eleganza. In questa sede, la dizione strumentale si fa testimone di una metamorfosi irreversibile, sottolineata da una scrittura che privilegia la fluidità dei passaggi. La precisione dei cromatismi e un’attenzione meticolosa alla velatura del suono, evitano qualsiasi ridondanza integrandosi nel disegno armonico di Sonia Candellone con una grazia che rimanda alla pittura segnica. La pianista, dal canto suo, funge da autentica custode della tessitura espressiva del disco, garantendo un legame tra passato e presente. La narrazione prosegue nel solco di una spiritualità diffusa con «Kibou», termine che nella lingua giapponese allude alla speranza e che, musicalmente, si traduce in un fluire acquatico di note, simbolo di una purificazione interiore mediata dal procedimento esecutivo. «Where Are Uou?» sancisce uno dei momenti di maggiore audacia intellettuale dell’opera: la voce di Sonia Spinello si staglia con una discrezione quasi sacrale, trasfigurando la progressione pianistica in una domanda aperta sul senso dell’esistere. Il rigore costruttivo prosegue con «She», «Dragonfly» e «Time don’t move», dove la fisionomia del suono si frammenta e si ricompone in virtù di dinamiche che evocano il moto ondoso o il volo pindarico di una libellula. In questi passaggi, la sensibilità ricettiva della leader permette di interfacciare le proprie intuizioni con la struttura modulare della composizione, raggiungendo un’intensità espressiva che non necessita di di eccessi per risultare eloquente.
Un rilievo particolare meritano le composizioni nate dalla collaborazione con Sonia Candellone, tra cui spicca «Ego ibi tibi ero». In siffatto contesto, il bandoneon di Daniele di Bonaventura apporta una coloritura timbrica intrisa di una spiritualità laica, sostenendo una promessa silenziosa che si dipana tra fragilità e presenza. L’assetto timbrico-dinamico trova la propria apoteosi nella title-track, «Eterea», nella quale un impulso costante modella lo spazio acustico che si espande per cerchi concentrici, suggerendo un cammino iniziatico che ritorna all’origine profondamente mutato. La scelta di chiudere con «Ma Réalité» suggella un disco che è, a tutti gli effetti, un concept album sulla rinascita e sulla scoperta della propria forza interiore, convergendo verso una sintesi espressiva finale. La coerenza formale dimostra come «Eterea» non sia una sommatoria di episodi sfilacciati, ma un unico, vasto compendio articolato in momenti di differente densità emotiva e tecnica, soprattutto la configurazione espressiva, in questo specifico componimento, viene plasmata dal mantice del musicista marchigiano con una tale padronanza che il silenzio tra le note acquisisce la medesima dignità della vibrazione acustica. Sonia Spinello si segnala dunque come un’artigiana del suono di solida formazione, incline ad operare inter pares con un insieme di personalità fortemente caratterizzate senza mai smarrire la propria impronta linguistica. «Eterea» non rappresenta solo un compendio di bellezza formale, ma un atto di resistenza poetica contro la banalizzazione del linguaggio jazzistico contemporaneo, riaffermando il primato dell’ascolto quale atto di profonda partecipazione intellettiva e spirituale.

