«Patternmaster» di Mark Turner: la scrittura dell’istante, tra controllo e apertura (ECM, 2026)
«Patternmaster» propone una riflessione sulla natura relazionale del linguaggio jazzistico, nella quale l’improvvisazione non si configura come azione individuale, ma quale processo collettivo fondato su una percezione condivisa.
// di Francesco Cataldo Verrina //
In «Patternmaster», pubblicato da ECM, si sviluppa una linea di pensiero musicale con una coerenza che sfugge a qualunque tentazione descrittiva superficiale, poiché Mark Turner orienta il proprio discorso verso una sintassi sonora nella quale il rapporto, tra previsione e scarto, tra partitura ed esecuzione estemporanea, si regge su equilibri sottilissimi. Non si tratta di una semplice prosecuzione di «Return From The Stars», ma di una riflessione più raccolta e interiormente stratificata, nella quale l’esperienza accumulata nel tempo trova una forma di distillazione che rinuncia all’enfasi per privilegiare la precisione della prassi, oltremodo calata in una dimensione pianoless.
L’organico è infatti privo di strumento armonico, metodo già adottato in precedenti occasioni che consente a Turner di far emergere una dialettica tra le linee che rimanda a una concezione contrappuntistica quasi cameristica. Il dialogo con Jason Palmer non si esaurisce in una distribuzione di ruoli tra esposizione tematica e sviluppo improvvisativo, piuttosto si organizza come una continua ridefinizione delle gerarchie interne. Le due voci si sovrappongono, si separano, si sfiorano in un gioco di prossimità e distanza che richiama certe pratiche della polifonia novecentesca, nelle quali la linearità melodica acquista valore strutturale autonomo. In questo assetto, Joe Martin e Jonathan Pinson non si accontentano di sostenere, ma partecipano attivamente alla costruzione del campo armonico implicito, distribuendo accenti, silenzi e direzioni con una consapevolezza che trascende la funzione ritmica. Il riferimento extra-musicale alla saga «Patternist» di Octavia E. Butler non si esaurisce in un omaggio letterario, ma suggerisce una chiave interpretativa che illumina l’intero impianto compositivo. L’idea di una rete percettiva condivisa, nella quale ogni elemento risuona in relazione agli altri, trova un corrispettivo acustico in una pratica improvvisativa che presuppone ascolto radicale e anticipazione intuitiva. Le frasi non si succedono secondo una tecnica lineare, piuttosto si propagano come segnali in un sistema interconnesso, dove ogni intervento modifica le condizioni dell’intero organismo sonoro.
La composizione omonima, «Patternmaster», diffonde tale principio con una chiarezza quasi geometrica. Il tema, costruito su intervalli ampi e disposti con rigore, suggerisce un reticolo armonico che non si esplicita mai completamente, lasciando emergere una pluralità di possibili direzioni. Il riferimento implicito a Wayne Shorter, evocato anche nella struttura di contrafact rispetto a «Pinocchio», non si traduce in citazione, ma in una continuità di pensiero che privilegia l’ambiguità formale e la sospensione delle gerarchie tonali. «Trece Ocho» inaugura una diversa modalità di sviluppo, nella quale il contrabbasso introduce un materiale tematico rarefatto, quasi interrogativo. Martin dispone le proprie linee con un senso dello spazio che richiama certe soluzioni della musica contemporanea europea, mentre l’ingresso progressivo degli altri strumenti produce una trasformazione graduale del quadro formale. Turner elabora un’improvvisazione che procede per variazioni minime, in virtù di una disposizione quasi algoritmica, mentre Palmer interviene con frasi che definiscono contorni più netti, senza mai irrigidire il flusso. Una spinta cinetica più marcata caratterizza «It Very Well May Be», dove la sezione ritmica attiva una pulsazione che, pur radicata nella tradizione bebop, si presenta filtrata da una sensibilità attuale. Pinson distribuisce il tempo con una flessibilità che consente continue microvariazioni, mentre Martin costruisce un sostegno armonico implicito mediante linee che suggeriscono progressioni mai dichiarate. In tale contesto, il sax tenore sviluppa un discorso che alterna ricchezza fraseologica e aperture improvvise, mentre la tromba di Palmer dirama elementi di contrasto dinamico e timbrico. «Lehman’s Lair», dedicata a Steve Lehman, si regge su un telaio ritmico più definito, nel quale la scansione in quattro quarti non castra la libertà espressiva, ma fertilizza un terreno stabile su cui impiantare scarti e deviazioni. La scrittura tematica, apparentemente lineare, nasconde una complessità intervallare che emerge progressivamente nel corso dell’esecuzione, mentre gli scambi tra i fiati rivelano una padronanza del contrappunto improvvisato di notevole raffinatezza. Un diverso clima affiora in «The Happiest Man On Earth», dove il tempo ternario apporta una dimensione più distesa. Le proiezioni melodiche si dispongono con una gradualità che evita ogni forma di retorica, lasciando affiorare una qualità lirica trattenuta, mai esibita. Turner e Palmer modulano il proprio intervento con una sensibilità che privilegia l’ascolto reciproco, mentre la sezione ritmica sostiene il discorso con discrezione, evitando qualsiasi sovraccarico espressivo. La conclusiva «Supersister», già nota in una precedente incarnazione, viene qui ripensata secondo una logica più ampia, nella quale le sezioni si susseguono secondo un principio di trasformazione reiterata. Le modulazioni, le variazioni di intensità e le variazioni ritmiche cooperano a delineare una trama aperta, nella quale ogni elemento sembra derivare dal precedente senza soluzione di continuità.
Nel suo insieme, «Patternmaster» propone una riflessione sulla natura relazionale del linguaggio jazzistico, nella quale l’improvvisazione non si configura come azione individuale, ma quale processo collettivo fondato su una percezione condivisa. Turner, già riconosciuto come punto di riferimento per le generazioni successive, conferma una posizione singolare, distante tanto dalle derive virtuosistiche quanto da quelle nostalgiche. Il codice espressivo si dipana secondo un sistema operativo che privilegia la coerenza, la precisione e una costante apertura verso l’ignoto. L’ascolto richiede un’attenzione vigile, poiché ogni dettaglio contribuisce alla definizione di un ordito complesso, nel quale le relazioni tra le parti assumono un valore primario. In tale prospettiva, la musica non si offre come superficie da contemplare, ma come struttura da interrogare, un campo di possibilità nel quale il senso emerge progressivamente, nel tempo dell’esperienza.

