«Moon And Mind» degli Oregon: orbitali acustici nel chiarore della misura (Vanguard, 1979)
Un ascolto attento, capace di cogliere la finezza degli attacchi, la durata delle risonanze ed il dialogo tra corde pizzicate, tamburi e flauto, restituisce pienamente la complessità di un concept che privilegia concentrazione e nitidezza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La traiettoria degli Oregon alla fine degli anni Settanta attraversa una fase di sottrazione che in «Moon And Mind» trova una formulazione particolarmente nitida. L’eco ancora viva di «Out Of The Woods» e l’imminente approdo alla ECM collocano il disco in una zona di passaggio entro la quale il quartetto sospende l’espansione orchestrale per concentrare l’attenzione sull’essenzialità del dialogo. Alla compattezza dell’organismo collettivo subentra una sequenza di conversazioni a due voci che mette in luce l’autonomia fraseologica dei singoli e la qualità del loro ascolto reciproco.
L’impianto compositivo privilegia un’ampiezza quasi astrale, in cui il tempo metrico si distende fino a trasformarsi in spazio di risonanza. Lontano da qualsiasi esibizione di virtuosismo fine a sé stesso, il gruppo orienta la ricerca verso un clima meditativo, pastorale nel senso più alto del termine, dove la memoria del folk nordamericano convive con procedimenti post-bop di rigorosa sobrietà. Le strutture armoniche non vengono negate, ma rese più essenziali; la progressione tonale resta riconoscibile pur inscrivendosi in una trama che predilige intervalli aperti, accordi in equilibrio instabile ed una gestione del silenzio assunta quale principio formale. «Gloria’s Step», omaggio implicito a Scott LaFaro, offre un esempio eloquente di tale orientamento. Ralph Towner, alla chitarra classica, non si limita a riproporre lo standard, ma ne rilegge l’andamento armonico in virtù di una sensibilità che rimanda alla scrittura liutistica secentesca. L’arpeggio si dispone con misura, la linea melodica prende forma mediante un tocco terso e controllato, e la pulsazione interna, pur mantenendo un riferimento jazzistico, si schiude a una dimensione cameristica. L’effetto non deriva da un compiacimento ornamentale, ma piuttosto da un rigore che individua nella rarefazione il proprio criterio ordinatore.
La composizione eponima, «Moon And Mind», si dipana su un passo a due di circa otto minuti tra il pianoforte di Towner e l’oboe di Paul McCandless. La scrittura si fonda su cellule tematiche concise, progressivamente variate e ampliate secondo una logica di espansione controllata. L’oboe, con la sua velatura lievemente nasale, dispensa una qualità elegiaca che il pianoforte accoglie e riformula, talora mediante accordi quartali, talaltra con linee parallele che suggeriscono un ambito modale non rigidamente tonale. Il dialogo procede per successive integrazioni, ciascun intervento predisponendo lo spazio per il successivo in un equilibrio attentamente ponderato. L’organico contribuisce in modo decisivo a delineare l’identità del lavoro. Collin Walcott, attraverso tabla, sitar, dulcimer e congas, allarga l’orizzonte ritmico con un apporto che precede di anni la diffusione del termine world music. La presenza di tali strumenti non risponde a un gusto esotico superficiale, ma a una ricerca di nuove articolazioni metriche e differenti procedure di attacco. «Person-To-Person» inaugura il percorso con un assetto essenziale affidato al dialogo tra la chitarra a dodici corde di Ralph Towner e la tabla di Collin Walcott. L’avvio non ricerca dichiarazioni programmatiche; definisce piuttosto un perimetro elastico entro cui la pulsazione si avverte come corrente sotterranea. Le cellule melodiche, concise e ritmicamente profilate, si dispongono lungo una scansione circolare che attenua la percezione dell’accento forte, mentre la percussione indiana modella il tempo secondo un principio iterativo, distante dalla quadratura occidentale. Con «I Remember Me» il fuoco si sposta su un registro più raccolto. L’oboe di Paul McCandless enuncia una linea spoglia, priva di vibrato insistito, sostenuta dal pianoforte di Glen Moore che costruisce un tessuto armonico sobrio, fondato su intervalli chiari e lievi deviazioni cromatiche. L’insieme genera una meditazione che non indulge al patetico; l’ambito modale conferisce stabilità, e le microvariazioni dinamiche orientano l’ascolto verso una concentrazione introspettiva.
«Rejoicing» sviluppa un intreccio timbrico dove il sitar dialoga con il contrabbasso in virtù di un principio di complementarità. Moore distribuisce una linea propulsiva che evita marcature pesanti, mentre Walcott disegna un bordone mobile su cui si innestano figurazioni puntuali. La melodia procede per slanci ascendenti trattenuti, suggerendo un moto di esultanza misurata. L’incontro tra strumenti di diversa provenienza culturale non produce fratture, bensì una continuità organica. In «The Elk» il contrabbasso acquisisce una funzione strutturale primaria. Moore plasma una linea ampia, capace di delineare l’impianto senza ricorrere a sostegni ridondanti. Il clarinetto basso di McCandless apporta una coloritura grave, che conferisce profondità al quadro sonoro. L’armonia si dispiega con lentezza, privilegiando registri scuri e intervalli larghi che consolidano un clima di composta solennità. «Gloria’s Step» concentra l’attenzione sull’assolo di Towner. Il tema viene riletto con rigore proporzionale, e l’arpeggio si organizza sulla scorta di una logica architettonica limpida. Le modulazioni interne emergono con naturalezza, senza sottolineature retoriche. L’omaggio a Scott LaFaro si manifesta nella cura del dettaglio e nella tensione interna del fraseggio, trasferita in un ambito cameristico di estrema finezza. «Dust Devil» imprime un movimento più vivace all’insieme. Il flauto traccia linee agili che si rincorrono in un gioco di rimandi, mentre la base ritmica mantiene una leggerezza costante. Il contrabbasso sostiene l’articolazione con figurazioni elastiche, favorendo una circolazione interna che innesca un vortice e una mobilità senza eccessi. In «Elevator» l’Hammond affianca pianoforte e percussioni, creando una tessitura più compatta. L’organo diffonde una velatura armonica che arricchisce il profilo acustico, mentre le congas configurano una scansione più marcata. Il pianoforte interviene con brevi incisi che ordinano la progressione formale, delineando un moto ascendente costruito per stratificazioni misurate. «Dunvegan» conclude il percorso con un’atmosfera raccolta. Contrabbasso e pianoforte modellano un habitat di quieta intensità, in cui la progressione armonica procede con passo lento e vigilato. Le frasi si distendono senza mirare a risoluzioni enfatiche, lasciando emergere una sospensione meditata che chiude il disco in una dimensione di equilibrio. Nel loro insieme, i vari episodi rivelano una coerenza fondata sulla proporzione e sulla qualità dell’interazione. Ciascuna composizione esplora combinazioni strumentali differenti, e tuttavia tutte condividono una medesima attenzione al respiro formale, alla precisione del processo esecutivo ed alla costruzione di uno spazio sonoro nel quale qualsiasi intervento s’innesta in una dimensione ponderata.
Una parte della critica ha letto «Moon And Mind» quale espressione di un impressionismo dal sapore esotico, ravvisandovi talora il rischio di una levigatezza eccessiva. L’osservazione coglie un elemento reale, poiché la cura del dettaglio e la ricerca di purezza sonora potrebbero apparire distanti dall’urgenza del jazz più urbano. Proprio in questa idea di controllo risiede tuttavia la cifra del progetto. Il quartetto adotta una disciplina dell’ascolto che attribuisce valore strutturale al silenzio, alla risonanza ed alle microvariazioni dinamiche, trasformando la misura in principio generativo. «Moon and Mind» resta così un capitolo essenziale per comprendere il versante più contemplativo degli Oregon. Un ascolto attento, capace di cogliere la finezza degli attacchi, la durata delle risonanze ed il dialogo tra corde pizzicate e flauto, restituisce pienamente la complessità di un concept che privilegia concentrazione e nitidezza. In un’epoca incline alla fusione elettrica e alla proliferazione dei colori sonori, il quartetto sceglie l’essenzialità degli strumenti acustici, affidando alla precisione del disegno accordale la conformazione di un universo dove luna e mente, natura ed astrazione trovano una convergenza misurata e consapevole.

