«Foolin’ Myself» di Max Kochetov: un itinerario sonoro controllato, tra ascolto, transito e permanenza (A.MA Records, 2026)

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Una narrazione sonora coerente, nella quale la scrittura di Kochetov dialoga con suggestioni extramusicali senza mai subordinarsi ad esse, costruendo un percorso che trova nella continuità del racconto e nella precisione esecutiva la propria cifra più riconoscibile.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Foolin’ Myself», edito da A.MA Records, è la nuova prova discografica del sassofonista ucraino Max Kochetov, concepita all’interno di un quartetto rinnovato che segna un ulteriore snodo nel suo percorso artistico. Dopo «Altered Feelings», pubblicato nel 2022, questo lavoro si colloca come prosecuzione ideale e al tempo stesso come ampliamento del tracciato riconducibile alla cosiddetta Serbian Wave, offrendo una prospettiva più concentrata e focalizzata su una precisa identità sonora. Kochetov sceglie di affidarsi esclusivamente al sax soprano, strumento che diventa veicolo di un linguaggio asciutto, vigile e mirato alla chiarezza del disegno melodico.

Accanto a lui opera un nucleo strumentale di notevole coesione, nel quale la presenza della pianista Katerina Kochetova assume un ruolo centrale, il cui modus operandi contribuisce a un impianto armonico mobile e variegato e in grado di sostenere tanto le aperture liriche quanto le tensioni più oblique. Il contrabbasso di Hugo Lof fornisce un ancoraggio elastico e mai ridondante, mentre la batteria di Milos Grbatinic, giovane ma già dotato di una sorprendente consapevolezza formale, lungi da qualsiasi automatismo. La scelta di affiancare al quartetto una costellazione di ospiti, differenti per ciascun episodio, amplia ulteriormente il ventaglio espressivo senza compromettere l’unità. Gli interventi di Samuel Blaser al trombone, Fabrizio Bosso e Ivan Radivojevic alla tromba e Alex Sipiagin al flicorno si inseriscono come variazioni di colore e prospettiva. Ciascun intervento sembra piuttosto rispondere a una necessità narrativa, contribuendo a modulare l’andamento delle singole composizioni in virtù di equilibri timbrici e relazioni contrappuntistiche calibrate. Interamente firmato da Kochetov, «Foolin’ Myself» si configura come una raccolta di racconti musicali nei quali l’idea di modernità non viene perseguita per rottura, ma attraverso una rilettura critica delle radici jazzistiche. Il riferimento alla tradizione non assume mai carattere nostalgico, ma diventa terreno di confronto per una scrittura che guarda al presente, alimentata dalle interazioni quotidiane con il mondo e tradotta in strutture formali coerenti. L’armonia, spesso imperniata su centri mobili e su progressioni che evitano risoluzioni ovvie, sostiene un fraseggio che predilige continuità e chiarezza argomentativa. Ne risulta un lavoro nel quale l’etica musicale del leader emerge con nettezza, fondata su una tensione costante fra memoria e attualità, fra controllo dell’impianto e apertura interpretativa.

In apertura «Intro» che funziona come una soglia percettiva, predisponendo l’ascolto a uno stato di attenzione. Il sax soprano si presenta con una linea vagamente retrò, quasi trattenuta, che suggerisce un monologo interiore, mentre il pianoforte disegna campi armonici appena delineati, simili a tratti preliminari su una superficie ancora da definire. L’impressione rimanda a certe sequenze iniziali del cinema d’autore europeo, nelle quali il tempo narrativo viene dilatato per consentire allo sguardo di acclimatarsi allo spazio e alla luce. Con «Tetra» il linguaggio mostra i contorni più netti, organizzandosi attorno a cellule melodiche disposte secondo una logica geometrica. L’armonia procede per sovrapposizioni ordinate, evocative di costruzioni modulari, mentre il confronto fra sax e pianoforte assume il carattere di un dialogo serrato, nel quale ogni intervento riorienta la prospettiva del precedente. «Fusion Flow», con la sua aura brunita, si affida a un moto continuo che suggerisce l’idea dell’attraversamento. La scrittura procede per piani sovrapposti, secondo una logica affine a certi montaggi cinematografici che alternano primo piano e campo lungo senza soluzione di continuità. Il contrabbasso sostiene questo fluire con una presenza discreta ma determinante, mentre la batteria articola il tempo con frugalità, favorendo una percezione costante di movimento. «Kirioki», con il suo afflato metropolitano, sposta l’asse verso un registro più obliquo e giocoso, nel quale il materiale melodico viene sottoposto a leggere deformazioni, come se l’immagine sonora fosse osservata attraverso una lente che ne altera le proporzioni. Il sax soprano insiste su intervalli angolari, mentre l’armonia si colloca su territori meno stabili, richiamando atmosfere care al cinema surreale o alla narrativa breve, dove il senso si costruisce per accumulo di dettagli apparentemente incongrui. Con «Sun» il discorso si apre a una maggiore ampiezza di respiro, non tanto per un’affermazione tonale esplicita quanto per l’estensione del gesto melodico. La linea del soprano si distende con un lirismo sorvegliato, sostenuta da un pianoforte che lavora su aperture armoniche e risonanze prolungate. «Mood» punta verso un registro più raccolto, nel quale ogni intervento appare misurato e necessario. La scrittura procede per sottrazione, lasciando emergere una cantabilità trattenuta che richiama certa narrativa intimista, costruita su frasi brevi e su silenzi carichi di significato. Il dialogo strumentale si fa più ravvicinato, favorendo una sensazione di prossimità emotiva.

«Silence» non tematizza l’assenza sonora, ma lavora sul valore attivo delle pause, trattate come elementi strutturali. Le entrate strumentali appaiono isolate su uno sfondo rarefatto, evocando immagini della pittura minimalista o sequenze cinematografiche nelle quali l’inquadratura fissa diventa veicolo di tensione latente. L’armonia, ridotta a pochi elementi essenziali, sostiene un clima di concentrazione quasi meditativa. Con «R.Dance» riemerge una componente corporea, nella quale il ritmo assume una funzione propulsiva senza mai scivolare nell’ostentazione. Il movimento suggerito non rimanda a una danza codificata, bensì a un gesto libero e istintivo, affine a certe scene del cinema contemporaneo in cui il corpo diventa strumento narrativo più che oggetto di rappresentazione. La sezione ritmica lavora su accenti dislocati, generando una vitalità sempre controllata. «Terminal 3» evoca un immaginario di transito e sospensione, richiamando luoghi di passaggio nei quali il tempo sembra seguire una logica propria. La scrittura armonica procede per slittamenti e mutamenti prospettici, mentre il sax soprano traccia linee interrogative più che assertive. L’atmosfera rimanda a pagine letterarie ambientate in spazi liminali, dove l’identità dei personaggi rimane in bilico. La conclusione affidata a «Outro» recupera e trasfigura materiali precedenti, non secondo una logica di chiusura definitiva, bensì come una dissolvenza graduale. Il pianoforte riduce il gesto a poche risonanze, il sax si ritrae in un registro intimo, mentre contrabbasso e batteria accompagnano questo processo con discrezione. Nel loro insieme, questi episodi sonori si dispongono come capitoli di una narrazione sonora coerente, nella quale la scrittura di Kochetov dialoga con suggestioni extramusicali senza mai subordinarsi ad esse, costruendo un percorso che trova nella continuità del racconto e nella precisione esecutiva la propria cifra più riconoscibile.

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