Randy Brecker con «The Brecker Brothers Band Reunion»: rinascita elettrica, genealogia, memoria e nuova fisionomia sonora
La forza di «The Brecker Brothers Band Reunion» risiede nella capacità di coniugare memoria e invenzione, tradizione e ricerca, continuità e mutamento. Il disco e il DVD restituiscono un ensemble che non vive di ricordi, ma utilizza la propria storia come punto di partenza per un nuovo percorso.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La storia dei Brecker Brothers attraversa decenni di musica statunitense come officina della trasformazione, dove scrittura elettrica, invenzione armonica e vitalità urbana convivono in un equilibrio sempre rinnovato. La scomparsa di Michael nel 2007 aveva lasciato un vuoto che molti ritenevano incolmabile, non soltanto per la statura del sassofonista, ma per l’energia creativa che il dialogo fraterno aveva alimentato sin dagli anni Settanta. Randy Brecker, tuttavia, aveva sempre mostrato una sorprendente capacità di rigenerare il proprio linguaggio, di far convivere idiomi differenti e di restituire impulso a un repertorio che, pur radicato nella storia del jazz elettrico, seguitava a generare nuove forme. «The Brecker Brothers Band Reunion» nasce da questa tensione generativa, da un desiderio di continuità che non indulge nella nostalgia, ma erige un ponte tra memoria e presente sulla scorta un impianto compositivo aggiornato, una cura timbrica raffinata e una visione collettiva che coinvolge musicisti di solida esperienza e giovani voci capaci di inserirsi in un contesto così articolato.
Il doppio formato, con un disco in studio (CD e Vinile) e un DVD registrato al Blue Note di New York, permette di osservare da vicino due dimensioni complementari: da un lato la precisione del lavoro in sala, dove Randy modella undici nuove pagine musicali con un organico ampio e variabile; dall’altro la vitalità del palco, dove la band ridotta all’essenziale mette in circolo un’energia più diretta, sostenuta da un interplay che affonda le radici nella tradizione fusion della città. La presenza di George Whitty, Mike Stern, Will Lee e Dave Weckl definisce un nucleo sonoro riconoscibile, capace di muoversi con naturalezza tra groove elettrici, progressioni armoniche complesse e sezioni più liriche. Ada Rovatti, chiamata a occupare un ruolo inevitabilmente delicato, affronta la sfida con una maturità che non cerca sovrapposizioni con la voce di Michael, ma costruisce una propria fisionomia acustica, ora incisiva, ora più rarefatta, sempre coerente con il disegno musicale di Randy. Il materiale in studio rivela un’attenzione particolare alla costruzione modulare dei brani, con sezioni che alternano episodi tematici compatti a spazi improvvisativi modellati con cura. «First Tune Of The Set» apre il disco con un impianto ritmico pulsante, dove Stern introduce un fraseggio sorprendentemente libero dalle sue consuete formule, mentre la tromba di Randy emerge con un colore sonoro che conserva la brillantezza degli anni giovanili, arricchita da una consapevolezza formale più meditata. «Stellina», dedicata alla figlia, si muove in un clima più morbido, con una linea melodica che sfrutta intervalli ampi e una progressione armonica che suggerisce un lirismo quasi cameristico. «The Dipshit» introduce la voce strumentale di David Sanborn, il cui contralto conserva una vitalità che rimanda ai giorni in cui il funk newyorkese ridefiniva il rapporto tra jazz e musica urbana. La sua presenza non ha il sapore della citazione, ma quello di un ritorno naturale all’interno di un contesto che egli stesso aveva contribuito a plasmare.
La scrittura di Randy mostra una notevole varietà di soluzioni: «Adina» alterna sezioni di matrice samba a momenti più vicini alla fusion, con Rovatti al soprano che scolpisce un profilo acustico limpido e incisivo; «R N Bee» gioca con un groove più ruvido, arricchito dalla chitarra di Mitch Stein, che dispensa una velatura acustica quasi metallica; «Elegy For Mike» rappresenta il momento più intimo del disco, con Dean Brown che costruisce un accompagnamento discreto e Rovatti che, al soprano, rievoca una dimensione affettiva senza indulgere in retorica. L’uso dell’elettronica, presente in vari punti del disco, non ha funzione decorativa, ma contribuisce a definire un ordine implicito che rinnova la tradizione dei Brecker Brothers, sempre attenti alla sperimentazione tecnologica. Il DVD registrato al Blue Note restituisce un’altra prospettiva, più immediata e fisica. La sala, con la sua conformazione angusta e la vicinanza tra pubblico e musicisti, favorisce un clima di partecipazione che si riflette nella performance. Will Lee, con la sua energia contagiosa, sostiene l’intero impianto ritmico con una precisione che non rinuncia alla spontaneità; Stern, sempre in movimento, costruisce assoli che alternano linee spezzate, accordi percussivi e improvvise aperture liriche; Weckl, con la sua consueta padronanza tecnica, modella ogni brano con un controllo dinamico che permette alla musica di respirare senza perdere incisività. Ada Rovatti appare perfettamente integrata nel gruppo, con un fraseggio che unisce rigore e inventiva, mentre Randy guida l’ensemble con un’agilità che deriva da decenni di esperienza e da una visione musicale che non ha mai smesso di evolversi. Il repertorio dal vivo include alcuni dei nuovi brani del disco e pagine storiche come «Straphangin’», che riaffiora con una freschezza sorprendente. L’esecuzione di «Some Skunk Funk», spinta a una velocità quasi parossistica, testimonia la volontà di mantenere vivo lo spirito originario senza trasformarlo in un esercizio di stile. «Inside Out» introduce un blues alterato che permette alla band di esplorare territori più abrasivi, mentre «Merry Go Town», con la voce di Oli Rockberger, aggiunge una componente più pop, trattata con intelligenza e senza concessioni alla superficialità.
Il progetto nel suo complesso non si configura come un semplice omaggio, né come un tentativo di ricostruire un passato irripetibile. Randy Brecker scrive un nuovo capitolo che si nutre della storia condivisa con il fratello, ma guarda avanti, facendo leva su un linguaggio aggiornato e su una concezione del suono che integra elementi acustici ed elettronici con una naturalezza ormai parte del suo codice espressivo. La presenza di Ada Rovatti delinea una prospettiva diversa, atta a rinnovare il dialogo fra tromba e sassofono senza replicare formule già note. La sua voce, sia al tenore sia al soprano, mostra una maturità che deriva da anni di lavoro autonomo e da una sensibilità che si adatta con intelligenza alle esigenze del gruppo. La forza di «The Brecker Brothers Band Reunion» risiede nella capacità di coniugare memoria e invenzione, tradizione e ricerca, continuità e mutamento. Il disco e il DVD restituiscono un ensemble che non vive di ricordi, ma utilizza la propria storia come punto di partenza per un nuovo percorso. La scrittura di Randy, sempre attenta alla struttura formale e alla costruzione di spazi improvvisativi coerenti, dialoga con l’energia dei musicisti coinvolti, generando un paesaggio sonoro che conserva l’impronta urbana dei Brecker Brothers e la proietta in un presente vivo, mobile e ricettivo. Su queste basi, il progetto assume un valore che supera la semplice celebrazione, ma diventa un atto di continuità creativa, un modo per riaffermare la vitalità di un linguaggio che ha segnato un’epoca e che, grazie alla visione di Randy e alla partecipazione di musicisti versatili e immaginativi, continua a evolversi. La memoria di Michael affiora in molti momenti, non come citazione, ma come presenza interiore che indirizza la procedura musicale e ne amplifica la profondità emotiva. Il risultato unisce rigore e spontaneità, progettazione e libertà, tradizione e rinnovamento, restituendo ai Brecker Brothers un posto vivo nel panorama contemporaneo.

