Franco D’Andrea con «Live»: il suono condiviso nella poetica di un club (Parco della Musica Records, 2025)
Il trio agisce come una monade, capace di trasformare ogni episodio in un campo di forze, dove memoria, invenzione ed ascolto reciproco convergono in un linguaggio che continua a espandersi, nel lineage di una ricerca che non conosce stasi.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il doppio album «Live» del trio guidato da Franco D’Andrea, registrato al Torrione Jazz Club di Ferrara il 21 dicembre 2024, restituisce una testimonianza preziosa della fase più recente del percorso del pianista, ormai giunto ad una maturità creativa che non smette di rinnovarsi. La scelta di pubblicare la prima incisione in un club dopo decenni di attività discografica sancisce una dimensione acustica e relazionale che appartiene alla storia più intima del jazz e che D’Andrea aveva lungamente desiderato fissare. L’eco dei suoi ascolti giovanili – i dischi di Bill Evans al Village Vanguard, Eric Dolphy al Five Spot e le pagine di Monk – riaffiora come memoria formativa e come orizzonte estetico, non come citazione, ma piuttosto quale terreno fertile su cui far germinare un linguaggio personale, stratificato e sempre mobile.
Il trio con Gabriele Evangelista e Roberto Gatto aveva già delineato nel precedente «Something Bluesy And More» un territorio di libertà ritmica e intervallare, ma l’ambientazione dal vivo consente ai tre musicisti di ampliare il raggio d’azione, facendo leva su un ascolto reciproco estremamente ricettivo. La scelta del repertorio, che taglia trasversalmente il blues delle origini, Ellington, Coltrane e alcune pagine fondative del jazz classico, non risponde a un intento antologico, bensì a un’esigenza di esplorazione, in cui ogni composizione diventa un opificio di mutazioni, un luogo in cui la tradizione viene rimodellata mediante deviazioni metriche, sovrapposizioni ritmiche e un uso sapiente delle tensioni armoniche. «In tanti anni di musica – dichiara Franco D’Andrea – e dopo tanti dischi pubblicati, si realizza un sogno per me: questo è il mio primo album registrato dal vivo in un club. Ho sempre sognato di fissare quell’atmosfera.Da ragazzo, ascoltavo alcuni dischi entrati nella storia del jazz, sognando di poter registrare anch’io un giorno un album dal vivo in un jazz club».
La poetica bluesy che permea l’intero progetto non si placa nel colorare il profilo estetico del trio, ma agisce come principio generativo. In «St. Louis Blues» e «Livery Stable Blues» il pianoforte di D’Andrea lavora sulle cellule originarie del materiale, frantumandole e ricomponendole in un flusso che alterna densità poliritmiche e momenti di sospensione in equilibrio instabile. Evangelista interviene con una fisionomia del suono sempre nitida, abile nel sostenere e deviare il corso delle frasi, mentre Gatto apporta un ventaglio di micro-accenti che ampliano la percezione del tempo, trasformandolo in un organismo elastico. Le pagine più liriche, come «Lush Life» e «Summertime», rivelano un’altra componente della poetica del triunvirato, ossia la versatilità di far emergere, nel tessuto armonico, una dimensione narrativa che non indulge mai nei sentimentalismi. D’Andrea lavora sulle progressioni con un tocco che alterna velature acustiche e improvvise aperture, mentre Evangelista e Gatto modulano la dinamica con una sensibilità quasi cameristica. In «A Love Supreme» il riferimento coltraniano non viene trattato come icona, ma alla medesima stregua di un impulso, in cui il tema si dissolve in un percorso di variazioni che privilegia la ricerca intervallare e la tensione ascensionale.
Il secondo disco amplia ulteriormente il ventaglio delle soluzioni. «Nine Bars» e «Doodlin’» mostrano un gusto per la deformazione strutturale, con incastri ritmici che evocano certe pratiche del jazz europeo più sperimentale, mentre «Take The «A» Train» e «Autumn Leaves» vengono ripensate secondo una logica di continua metamorfosi, dove il riconoscibile convive con l’imprevisto. «Norwegian Wood» e «Tenderly» chiudono il percorso con una leggerezza che non attenua la complessità del discorso, ma la rende più trasparente, quasi filtrata da una luce obliqua. La natura stessa del progetto – un concerto registrato senza premeditazione – conferisce al doppio album un carattere documentario di rara autenticità. La qualità della ripresa, curata da Francesco Bettini e il lavoro di mix e mastering realizzati all’Auditorium Parco della Musica «Ennio Morricone», valorizzano ogni sfumatura del trio, restituendo la profondità del pianoforte, la presenza materica del contrabbasso e la gamma cromatica della batteria con una chiarezza che non tradisce l’atmosfera del club. «Live» s’innesta nel percorso di D’Andrea come una tappa di particolare rilievo, non un semplice resoconto concertistico, ma una dichiarazione d’intenti. Il trio agisce come una monade, capace di trasformare ogni episodio in un campo di forze, dove memoria, invenzione ed ascolto reciproco convergono in un linguaggio che continua a espandersi, nel lineage di una ricerca che non conosce stasi.

