Il flauto al centro del mondo. «The Evolution Of Mann»: da Bill Evans a Chick Corea, un cenacolo di giganti alla corte di Herbie Mann (Atlantic, 1972)
Mann chiude un’epoca in cui il jazz era un genere di nicchia e ne apre una in cui diventa il centro di un sistema solare vastissimo, dove ogni pianeta – sia esso il Brasile, l’Europa o l’Africa – ruota attorno a un’unica, incessante pulsione creativa che trova nel flauto la sua espressione più elegante e universale.
// di Aldo Gradimento //
La pubblicazione di «The Evolution Of Mann» nel 1972 rappresenta molto più di una semplice antologia celebrativa: è il manifesto estetico di un’epoca in cui il jazz, ormai svincolato dai canoni del bop e dell’hard-bop, decide di farsi linguaggio universale, onnivoro e fluido. In quel preciso momento storico, l’idioma jazzistico si trova in una fase di espansione centripeta senza precedenti, muovendosi tra le scariche elettriche della fusion, le tentazioni sinfoniche e un recupero quasi spirituale di ritmi esotici e ancestrali. Al centro di questa metamorfosi si staglia la figura di Herbie Mann, un artista che ha avuto il merito storico di sottrarre il flauto al ruolo di mero colore orchestrale per imporlo come voce solista autorevole, capace di dialogare alla pari con i giganti del pianismo e della sezione ritmica. Per decenni il flauto era stato considerato un accessorio, uno strumento a cui i sassofonisti ricorrevano nei momenti di diradamento sonoro; Mann ne ribalta la prospettiva, comprendendo che la sua natura diafana e priva della forza d’urto degli ottoni necessitava di un ecosistema timbrico differente, basato sulla rifrazione del suono e sull’ibridazione culturale piuttosto che sulla pura potenza d’emissione.
Il doppio album della Atlantic, inciso presso i celebri studi della label, mette a nudo la rete di relazioni strumentali che Mann fu in grado di tessere, coinvolgendo un cenacolo di musicisti che in quegli anni stavano riscrivendo le regole dei rispettivi strumenti. La forza di questa raccolta risiede proprio nella coesistenza di mondi sonori apparentemente antitetici che trovano una sintesi perfetta attraverso il soffio del flauto. Si pensi all’incontro metafisico con Bill Evans in brani come «Gymnopedie» o «Nirvana»: qui il jazz tocca vertici di lirismo cameristico quasi impressionista. Supportato dal drumming sensibile di Paul Motian e dal contrabbasso di Chuck Israels, il flauto di Mann si adagia sulle architetture armoniche di Evans in un dialogo diradato, dove la musica si fa essenziale e quasi bianca, richiamando quella sensibilità europea che guarda a Satie senza mai smarrire il senso della sincope afroamericana. In questo assetto, la relazione strumentale diventa un esercizio di sottrazione, un minimalismo colto che anticipa di decenni certe atmosfere del jazz europeo contemporaneo.
Tuttavia, la voracità intellettuale di Mann lo spinge subito dopo verso territori radicalmente opposti, dove l’energia si fa nervosa e percussiva. Nelle sessioni che vedono protagonista un giovane Chick Corea, come in «Motherless Child» o «Patato», l’interplay cambia pelle, facendosi materico e intriso di umori latini. Qui la presenza di Carlos «Patato» Valdes alle congas e di Dave Pike al vibrafono sposta il baricentro verso una ritmicità centripeta; il flauto di Mann cessa di ricamare melodie eteree per farsi strumento a fiato ritmico, incastrandosi nelle geometrie nervose del pianoforte di Corea. È la dimostrazione di come Mann non cercasse di adattare i collaboratori al proprio stile, ma sapesse abitare ogni contesto con la medesima verità, passando dal rigore accademico alla ruvidezza ritmica del soul-jazz con una disinvoltura che solo i grandi visionari possiedono. Questa evoluzione tocca il suo apice nelle sperimentazioni guidate da produttori e arrangiatori del calibro di Arif Mardin e Tom Dowd, che trasformarono lo studio di registrazione in un vero e proprio strumento di composizione. In tracce come «Turkish Coffee» o «Incense», Mann esplora il flauto contralto, uno strumento dal timbro più scuro e pastoso, ideale per confrontarsi con le risonanze dell’Oud di Chick Ganimian e il contrabbasso monumentale di Reggie Workman. Siamo di fronte a una fusion etnica ante litteram, dove il jazz incontra il Medio Oriente in una nube di riverberi e vibrazioni cosmiche alimentate dal vibrafono di Roy Ayers. Il flauto diventa un veicolo di perlustrazione geografica, un passaporto sonoro che permette di unire il blues della Louisiana alla bossa nova brasiliana incisa con Baden Powell in «Consolation». In questo incontro, il minimalismo della chitarra di Powell si fonde con la ricerca timbrica occidentale in un equilibrio miracoloso, dove le suggestioni sonore fortemente diradate eliminano ogni confine tra vernacolo e avanguardia.
Il 1972 segna dunque il trionfo della visione di Herbie Mann: un’idea di jazz che non teme il confronto con la musica pop, con il soul di King Curtis o Pepper Adams, né con le complessità ritmiche di Bernard Purdie. «The Evolution Of Mann» racconta il passaggio da un jazz di maniera a un’arte totale, capace di abbracciare le tentazioni sinfoniche di «Georgia On My Mind» e le spigolosità moderne di Clark Terry. La forza della sua melting-pot risiede proprio in questa attitudine a tenere insieme il lirismo di Bill Evans e la potenza urbana di Ernie Royal, dimostrando che l’evoluzione non risiede nella fissità stilistica ma nella capacità di rigenerarsi attraverso l’altro. Mann chiude un’epoca in cui il jazz era un genere di nicchia e ne apre una in cui diventa il centro di un sistema solare vastissimo, dove ogni pianeta – sia esso il Brasile, l’Europa o l’Africa – ruota attorno a un’unica, incessante pulsione creativa che trova nel flauto la sua espressione più elegante e universale.

