Don Pullen con «Montreux Concert»: lo Yin e lo Yang musicale (Atlantic, 1977)
Il «Montreux Concert» è il racconto di un equilibrio impossibile ma riuscito, dove la furia del rumore e la pace del blues si fondono in un unico, indimenticabile respiro: lo Yin e lo Yang di un uomo che, percuotendo i tasti, riusciva a far vibrare più anime.
// di Marcello Marinelli //
Con Don Pullen si entra nel mondo dello yin e dello yang musicale: l’unità che ha al proprio interno gli opposti di cui è formata. Il lato A del disco, che prende tutto lo spazio, è «Richard’s Tune» di Muhal Richard Abrams. A questo proposito una curiosità: il pezzo nell’album è attribuito a Muhal Richard Abrams, a cui il brano è dedicato, ma, dopo una ricerca che ho fatto, non risulta nessun brano con questo titolo inciso da Abrams nella sua grande discografia. Le cose sono due: o il pezzo è stato composto da lui e poi regalato a Don Pullen, o il brano è di Don Pullen, erroneamente attribuito ad Abrams. Probabilmente la seconda.
Abrams, uno dei leader più autorevoli e fondatore dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians) a Chicago, fu mentore di Don Pullen, che qui gli tributa il giusto omaggio di pianista e di educatore. Il gruppo è composto dal leader al piano, Jeff Berlin al basso elettrico, Steve Jordan alla batteria, Sammy Figueroa e Raphael Cruz alle percussioni. Don Pullen inizia in solitario il brano dedicato ad Abrams ed evidenzia il suo stile yin e yang: alterna opacità e bagliori, chiari e scuri, accelerazioni e decelerazioni, raddoppiamenti e dimezzamenti di ritmo. Improvvisazione tonale e atonale, tradizione e avanguardia, dolcezza e rabbia si fondono in un unicum che la sua tecnica padroneggia e sviscera, creando una trama sonora includente gli opposti. Questa trama può disorientare l’ascoltatore che non vuole perdere i propri punti di riferimento, i quali, inevitabilmente ed episodicamente, si perdono nel suo incedere pratico o astratto. Non ci si può rilassare nell’ascolto; tutto può succedere, e tutto – e il contrario di tutto – succede. Nella sua foga iconoclasta, graffiante e irriverente, usa la sua particolare tecnica del percuotere con le nocche e i gomiti il pianoforte creando i cluster: i proverbiali grappoli di note che riusciva a non far diventare caos esclusivo, ma caos controllato, non perdendo il filo invisibile del suo errare musicale meditabondo e a tratti nervoso. Qualcuno ha provato a imitare la tecnica del pianista con scarsi risultati. Era talmente fisico il rapporto con lo strumento che aveva i calli sulle nocche e spesso finiva i concerti con le mani segnate e provate. Non risulta fossero anche sanguinanti; altrimenti le sue mani sarebbero diventate oggetto di venerazione da parte di pellegrini curiosi di vedere fenomeni paranormali.
Solo Cecil Taylor, forse, poteva tenergli testa in quanto a fisicità. La differenza tra i due però – a parte la comune tecnica percussiva sullo strumento – era nel fatto che Cecil Taylor distruggeva la forma tradizionale in ogni sua espressione: non c’erano pause diverse dal suo incedere atonale. In Don Pullen, anche nei momenti più free, si faceva largo l’eco del blues e del gospel della tradizione: sprazzi di luce sulla tempesta. In Don Pullen ci si può riposare dalla follia controllata; in Cecil Taylor bisogna perdersi nella follia scomposta per apprezzarlo. In tre quarti di questa facciata A succede quanto descritto, con Don Pullen che esplora mondi musicali in solitudine tra esplosioni di dolcezza e rilassanti scoppi d’ira. Poi, dalla trequarti in poi – mutuando un termine dal lessico calcistico – entrano in scena Steve Jordan e Jeff Berlin e il brano assume tinte di ritmo riconoscibili come swing. La cosa particolare è che entrambi i musicisti non venivano dall’ambito della musica d’avanguardia, tutt’altro: venivano da contesti fusion, R&B e funk distanti dal mondo di Pullen. Di nuovo: gli opposti che si uniscono. Qui il contesto si fa regolare e una particolare forma swing prende corpo. I due giovanissimi musicisti suonano in maniera convenzionale, mentre il leader alterna convenzione con svolazzi e raddoppi da capogiro. Il nucleo dello swing rimane integro fino alla fine del brano, che comprende verso la conclusione un assolo di Jeff Berlin al basso elettrico; musicista che sarebbe diventato famoso a livello mondiale con il gruppo di Bill Bruford (batterista di Yes e King Crimson). Steve Jordan, invece, sarebbe diventato il batterista dei Blues Brothers e il sostituto di Charlie Watts nei Rolling Stones. Quando si dice la complementarità dei generi! Una scelta che sicuramente avrà fatto storcere il naso a chi non vedeva di buon occhio queste commistioni. Tradimento della causa free o arricchimento del mondo variegato del leader? Ai posteri l’ardua sentenza o, per dirla in maniera più grossolana, ai propri gusti l’ardua sentenza.
Anche la facciata B è composta solo da un brano, «Dialogue Between Malcolm And Betty», che dura quasi ventidue minuti; alla faccia di chi, adesso, non può sostenere un brano di più di tre minuti. Anni ’70 indimenticabili anche da questo punto di vista: la complessità e la lunghezza al potere. Il brano evoca musicalmente la relazione tra il leader nero Malcolm X e sua moglie Betty Shabazz, la coppia più iconica del movimento dei diritti civili degli anni ’60. Ebbero sei figlie; le ultime due, gemelle, nacquero dopo la morte del marito, a cui assistettero in diretta il 21 febbraio 1965 all’Audubon Ballroom di Harlem. Il brano inizia con Don Pullen in solitaria. L’atmosfera si fa da ballad sentimentale e lascia intravedere fantasticamente il lato affettivo e intimo della coppia nella loro quotidianità. Poi la vicenda dolorosa della coppia – che vive la sua vita in un’epoca di grande turbolenza razziale, di politica scellerata e di grande discriminazione – fuoriesce dai tasti del pianoforte. Il pianista colora di tensioni, turbinii emotivi e dolorose circostanze la loro vicenda privata e pubblica. In questo lato del disco fanno la loro comparsa, oltre ai già citati Steve Jordan e Jeff Berlin, anche i due percussionisti Sammy Figueroa e Raphael Cruz. Entrano a circa metà della facciata: dapprima in maniera discreta e poi via via più intensa. Il pezzo finisce sulla falsariga dell’altro con un ritratto in swing di questo dialogo, dove sembrerebbe prevalere l’aspetto più amorevole delle loro vicende rispetto alla rabbia dell’epilogo tragico e della penosa situazione della comunità nera di quegli anni. Infine il ritmo si fa latino, vista la presenza dei due percussionisti cubani, e viene in mente Eddie Palmieri, che proprio in quegli anni stava sperimentando la salsa d’avanguardia con il jazz. L’atmosfera rilassata fa finire il pezzo senza ulteriori tensioni emotive, tranne i soliti triplicamenti di ritmo sui tasti alti della tastiera. Di nuovo un solo di Jeff Berlin, che si destreggia con il suo basso elettrico sugli accordi caraibici ripetuti dal pianista: i cosiddetti Montuno (o Guajeo), quei tipici pattern che fungono da tappeto ritmico per gli assoli. Questo disco probabilmente si apprezza dopo vari ascolti; almeno, così a me è successo. In definitiva, il «Montreux Concert» è il racconto di un equilibrio impossibile ma riuscito, dove la furia del rumore e la pace del blues si fondono in un unico, indimenticabile respiro: lo Yin e lo Yang di un uomo che, percuotendo i tasti, riusciva a far vibrare più anime.

