JohnathanBlake5

Johnathan Blake

La sua traiettoria, radicata nell’humus della sua città e sviluppata all’interno degli ambiti più esigenti della scena newyorkese, contribuisce in modo significativo alla ridefinizione del ruolo del batterista come pensatore della forma, capace di incidere sull’assetto narrativo dell’ensemble senza mai ricorrere a gesti enfatici o soluzioni di superficie.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La pratica di Johnathan Blake si fonda su un uso della batteria nel quale il tempo non viene misurato, ma disposto, governato e rimesso continuamente in gioco all’interno del flusso musicale. Questa impostazione si riflette in una scrittura controllata, sostenuta da una formazione rigorosa e da una scelta costante di sottrazione, che evita l’esibizione virtuosistica in favore della chiarezza e della tenuta complessiva.

Nato a Filadelfia e cresciuto in un ambiente nel quale il vernacolo afroamericana convive con una rigorosa disciplina accademica, Blake sviluppa un rapporto con lo strumento fondato su un’assimilazione critica, alimentata da un ascolto consapevole dei linguaggi post-bop e delle pratiche ritmiche più avanzate affermatesi tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo. Da questa sedimentazione non scaturiscono modelli riconoscibili o soluzioni derivative, bensì una fisionomia sonora personale, nella quale il gesto percussivo agisce come dispositivo narrativo in grado di orientare il discorso collettivo. La batteria, nel suo caso, oltrepassa la funzione di semplice sostegno metrico e assume un ruolo di regia armonica, distribuendo accenti, stratificazioni e rarefazioni secondo una logica che rimanda più alla scrittura contrappuntistica che alla scansione periodica. Blake lavora con frequenza su micro-scostamenti del tempo, affidandosi a un controllo del ride e del charleston che consente al flusso ritmico di mantenere elasticità senza compromettere la coesione, mentre il rullante interviene come elemento sintattico, chiamato a evidenziare passaggi formali piuttosto che a marcare il tempo in senso convenzionale. In tale prospettiva, il silenzio assume un ruolo determinante, poiché le sospensioni apparenti vengono trattate come spazi di attesa funzionali a una ridefinizione del discorso. Blake manifesta una spiccata attitudine all’ascolto e alla risposta, qualità che ne fanno un partner musicale accorto e musicalmente eloquente. La sua strumento si relaziona alle linee melodiche senza sovrapporsi in modo invasivo, ma nemmeno rinunciando a una presenza incisiva, modulando piuttosto il proprio intervento in funzione dell’andamento sintattico dell’ensemble. Tale disposizione risulta particolarmente evidente nei progetti guidati da musicisti che intendono la forma come materia aperta, ambiti nei quali la batteria concorre alla definizione dell’impianto compositivo mediante una gestione raffinata delle dinamiche e delle variazioni di colore sonoro e di aura fonica, intese non come effetti, ma come fattori strutturali.

Johnathan Blake, batterista tra i più autorevoli della sua generazione, nasce a Filadelfia, città che da decenni svolge un ruolo cruciale nella trasmissione e nel rinnovamento del linguaggio jazz afroamericano. La sua formazione prende avvio in un ambiente familiare direttamente immerso nella pratica musicale professionale, poiché il padre, John Blake Jr., violinista di rilievo e figura centrale della scena filadelfiana, favorisce sin dall’infanzia un rapporto con la musica fondato sull’ascolto consapevole, sulla disciplina tecnica e su una precoce familiarità con il lavoro d’ensemble. Questo contesto domestico, più che indirizzarlo verso un’imitazione diretta, stimola una curiosità strutturata verso le dinamiche più propositive del linguaggio jazzistico. Il percorso formativo si sviluppa in modo organico all’interno delle istituzioni educative della città natale, dove entra in contatto con una tradizione didattica che pone l’accento tanto sulla solidità esecutiva quanto sulla responsabilità musicale del singolo all’interno del collettivo. L’esperienza presso la Settlement Music School e, successivamente, gli studi alla Rutgers University, consentono al batterista di affinare una competenza strumentale di solida base accademica, integrata da una conoscenza approfondita dell’armonia, della forma e delle pratiche improvvisative. In questo periodo, l’incontro con docenti e musicisti attivi sulla scena newyorkese contribuisce a consolidare una visione del jazz come linguaggio in perenne mutazione, da interrogare criticamente piuttosto che da riprodurre secondo modelli codificati.

Il trasferimento a New York segna una fase decisiva, poiché inserisce Blake in un contesto nel quale la tradizione post-bop si misura costantemente con istanze più recenti, legate alla ricalibrazione del ruolo ritmico e alla concezione dell’impianto come processo aperto. Qui matura una pratica professionale che lo vede coinvolto in numerose compagini guidate da figure centrali del jazz contemporaneo, esperienze che ne rafforzano l’attitudine all’ascolto profondo e alla costruzione collettiva del procedimento sonoro. In tali contesti, la batteria diventa uno strumento di mediazione formale, finalizzato a sostenere archi narrativi complessi senza ricorrere a soluzioni ridondanti o autoreferenziali. Parallelamente all’attività come sideman, Blake sviluppa un progetto artistico personale che riflette un approccio maturo e consapevole all’organizzazione del materiale compositivo. I lavori a proprio nome rivelano una scrittura attenta all’implementazione modulare ed a un equilibrio calibrato tra sezioni determinate e spazi di libertà vigilata, nei quali l’atto improvvisativo agisce come estensione naturale della partitura. Il suo kit, in questo quadro, assume una funzione di dirigismo strutturale, suggerendo direzioni, soglie e transizioni, piuttosto che occupare il centro del set in senso gerarchico. L’identikit biografico e artistico di Johnathan Blake restituisce dunque l’immagine di un musicista di solida formazione, tecnicamente raffinato e interiormente articolato, la cui prassi esecutiva si regge su una ratio analitica del tempo e su una profonda conoscenza delle relazioni accordali. La sua traiettoria, radicata nell’humus della sua città e sviluppata all’interno degli ambiti più esigenti della scena newyorkese, contribuisce in modo significativo alla ridefinizione del ruolo del batterista come pensatore della forma, capace di incidere sull’assetto narrativo dell’ensemble senza mai ricorrere a gesti enfatici o soluzioni di superficie

La matrice filadelfiana, con il suo intreccio – meglio, con la sua compresenza variegata – di rigore formativo e consuetudine al lavoro collettivo, spinge fin dall’inizio il giovane Blake verso figure che hanno concepito la batteria come luogo d’inventiva, più che come strumento di pura propulsione. Tra i riferimenti storici, il lascito di Art Blakey agisce meno come modello stilistico diretto e più come paradigma etico e musicale, legato all’idea di responsabilità del batterista nel sostenere e guidare l’ensemble. Tuttavia, l’influenza più incisiva proviene da quella linea evolutiva che, a partire da Elvin Jones, ha ridefinito il rapporto tra pulsazione, poliritmia e sviluppo narrativo. Da Jones, Blake sembra assorbire il concetto circolare del tempo, nel quale il flusso ritmico non procede per giustapposizioni, ma per campi dinamici in costante riorganizzazione. Accanto a questa eredità, la figura di Tony Williams si configura quale un riferimento centrale per la libertà sintattica e per la capacità di inscrivere la batteria all’interno di un disegno armonico mobile. Non si tratta, in questo caso, di una filiazione timbrica o gestuale, quanto piuttosto di una similitudine nel modo di intendere il ruolo dello strumento come agente di trasformazione formale, in grado di pesare sulla direzione del discorso senza aggravarlo. In tale prospettiva, Blake sembra far propria la lezione di Williams relativa alla tensione tra struttura e apertura, declinandola con un controllo dinamico più misurato e con un’attenzione costante all’equilibrio collettivo. Un ulteriore asse di riferimento si attesta nell’area post-bop e post-free, dove emergono figure come Jack DeJohnette e Brian Blade, entrambi portatori di una visione della batteria come spazio di risonanza poetica e di articolazione narrativa. Da DeJohnette, Blake sembra trarre una sensibilità per la modulazione timbrico-dinamica e per la capacità di far affiorare connessioni sottili tra ritmo e armonia; da Blade, invece, una formulazione della batteria come voce empatica, in grado di sostenere il l’intreccio tematico per mezzo di un ascolto immersivo e di una presenza mai invadente. Tali riferimenti non producono analogie riconoscibili, ma alimentano una fisionomia sonora in cui l’intervento percussivo si dispone in seno a una visione complessiva del suono. Non meno rilevanti risultano le influenze provenienti da ambiti extra-jazzistici, in particolare dalla musica da camera contemporanea e da alcune esperienze orchestrali del secondo Novecento, che informano il modo in cui Blake concepisce la distribuzione delle voci e il rapporto tra pieno e vuoto. L’attenzione per la forma come processo, per la costruzione modulare e per l’ordine interno del materiale sonoro suggerisce una familiarità con pratiche compositive che privilegiano l’evoluzione graduale e la mutazione continua, piuttosto che la contrapposizione tematica netta. L’insieme di questi riferimenti concorre a definire un profilo nel quale la batteria diventa luogo di sintesi tra memoria storica e ricerca attuale. Blake non si colloca nel solco di una genealogia intesa come successione lineare, ma connette tradizioni e istanze differenti nell’ambito di un linguaggio personale, sorretto da una consapevolezza analitica del tempo e da una visione del jazz come pratica viva, da interrogare e rinnovare dall’interno

Un primo ambito significativo si estrinseca nell’area post-bop di matrice newyorkese, dove il rapporto continuativo con il sassofonista Mark Turner si sostanzia come un valore esemplare. Nei gruppi guidati da Turner, la batteria di Blake opera come elemento di mediazione formale, sostenendo impianti armonici variabili e metriche irregolari mediante una gestione elastica della pulsazione, versatile nell’accompagnare l’espansione delle traiettorie melodiche senza irrigidirne i lineamenti. In questo quadro, la relazione tra movimento percussivo e scrittura accordale risulta particolarmente leggibile, poiché il lavoro sul ritmo contribuisce a chiarire le progressioni tonali e le espressioni ortografiche dell’improvvisazione. Di pari peso appare il sodalizio con il trombettista Tom Harrell, riferimento per una pratica jazzistica fondata su rigore estetico e lirismo sorvegliato. All’interno di tale formula, l’equilibrio tra precisione e tensione espressiva richiede un controllo minuzioso delle dinamiche e delle agogiche, spazio nel quale Blake dimostra una sensibilità non comune. La batteria, lontana da ogni funzione ancillare, affianca le frasi solistiche con interventi misurati, capaci di valorizzare simmetrie e irregolarità interne alla partitura. Un ulteriore passaggio si sviluppa in contesti di scrittura più dichiaratamente contemporanea, tra i quali l’attività svolta al seguito della Maria Schneider Orchestra occupa una posizione centrale. Nel perimetro orchestrale, Blake mette a frutto una competenza ritmica di impronta quasi cameristica, dove l’attenzione al pentagramma e alla distribuzione delle parti richiede una presenza della batteria pienamente integrata nel disegno armonico totale. Il confronto con una scrittura di tale raffinatezza rafforza la sua inclinazione verso una gestione del tempo basata sulla duttilità e su una percezione costantemente vigile. Di analoga importanza risultano le esperienze maturate accanto a musicisti quali Ravi Coltrane, Kevin Hays, Dave Douglas e Joshua Redman, contesti in cui Blake si misura con linguaggi differenti, accomunati tuttavia da una visione avanzata dell’interazione strumentale. Qui la sua presenza si distingue per l’abilità nel modulare il proprio intervento in funzione delle esigenze del progetto, facendo leva su una lettura accurata delle impalcature accordali e su una cura del colore sonoro che privilegia la chiarezza della racconto rispetto a qualsiasi affermazione individuale. Nel loro insieme, tali incontri sanciscono l’immagine di un musicista che individua nella dimensione collettiva il terreno privilegiato della propria azione. Blake non persegue la centralità come posizione autoritaria, ma manifesta la propria autorevolezza all’interno del tessuto relazionale, premendo in modo determinante sulla fisionomia sonora dei progetti cui prende parte. In questa prospettiva, il suo percorso condiviso lascia intravedere una pratica della batteria intesa come prassi intersezionale, finalizzata a sostenere il procedimento musicale dall’interno, senza ricorrere a accenti esibizionistici o dichiarativi.

Johnathan Blake

Nel lavoro a proprio nome, Blake rende più esplicita la propria vocazione di organizzatore del materiale musicale, disponendo le idee tematiche a partire da strutture armoniche flessibili che favoriscono l’interazione e un’improvvisazione sorvegliata. Le composizioni rivelano un interesse costante per assetti modulari e per una coerenza formale che si sviluppa nel tempo senza ricorrere a soluzioni prevedibili, lasciando affiorare connessioni con la musica da camera contemporanea e con alcune pratiche della scrittura orchestrale novecentesca, pur restando saldamente ancorate al linguaggio jazzistico. In questo ambito, il kit percussivo si allontana da una posizione dominante, suggerendo traiettorie e punti di snodo che gli altri strumenti possono intercettare e rielaborare. La tecnica di Johnathan Blake fa pensare a una batteria intesa come strumento pensante, in grado di sostenere una visione articolata del tempo musicale e di inserirsi nel tessuto dell’ensemble con sensibilità e rigore analitico. La sua pratica rifugge l’effetto immediato e lavora per accumulo e stratificazione, costruendo nel tempo una trama sonora coerente nella quale tecnica e immaginazione operano in tensione controllata, offrendo un contributo significativo alla ridefinizione del ruolo del batterista nel jazz contemporaneo.

Homeward Bound (Blue Note, 2021)

Nel primo album per la storica Blue Note, Johnathan Blake propone un progetto che, pur originato da un linguaggio post-bop, riflette un’intenzione compositiva attenta tanto all’ordine razionale delle idee quanto alla risonanza del materiale tematico. La formazione include un quintetto in cui le voci – sassofono, vibrafono, pianoforte a volte in Fender Rhodes e contrabbasso – si confrontano con la batteria in un scambio che evita gerarchie rigide e piuttosto spinge lo sviluppo architettonico su tensioni sottili e sulla gestione del tempo come campo dinamico . La traccia iniziale funge da introduzione concisa, quasi come preludio di un discorso che si dispiega in bilico tra temi dichiarati e improvvisazioni controllate. «Homeward Bound (For Ana Grace)» mostra un profilo compositivo nel quale gli scambi tra le linee melodiche e il sottile contributo ritmico suggeriscono una trama sonora coerente, priva di soluzioni prevedibili. Le variazioni dinamiche di Blake accompagnano l’andamento generale senza occupare il punto focale dell’azione, ma piuttosto indicandone i passaggi più significativi. L’album nel complesso promulga una ricerca che guarda nello specchietto retrovisore con rispetto critico e sensibilità moderna, facendo emergere la batteria quale catalizzatore di transizioni e di fasi snodi di passaggio all’iter narrativo.

Passage (Blue Note, 2023)

Con questo uscita discografica, Blake rielabora alcune delle sue riflessioni più intime e personali. Il titolo stesso richiama un’idea di cambiamento e di ricorso alla memoria, con un omaggio alla figura paterna, il violinista John Blake Jr., presente tanto nel materiale tematico quanto nella tensione emotiva che innerva l’intero album. L’arcata formale del disco si dispiega sulla scorta di componimenti originali, immersi in un clima sonoro che alterna semplicità apparente e variazioni ritmiche complesse. Le linee melodiche, spesso delicate oppure marcate da motivi di natura contemplativa, costituiscono opportunità per una rinegoziazione continua del ruolo della batteria, la quale oltrepassa il concetto di comping, stabilendo campi di energia ritmica che favoriscono l’interazione tra gli strumenti. L’uso frequente di cambi di tempo e di spostamenti dinamici, ad esempio in brani come «Muna & Johna’s Playtime», viene a galla la consapevolezza di Blake nel trattare il tempo come elemento portante, non come semplice scansione periodica. Le scelte strumentali – con vibrafono e pianoforte che si annodano linee al contralto ed al contrabbasso – evidenziano un equilibrio sofisticato tra impalcatura e improvvisazione responsabile, dove la batteria svolge mansioni di passaggio tra i differenti attanti sulla scena.

My Life Matters (Blue Note, 2025)

Il lato A del vinile prende avvio con «In The Beginning Was The Drum», dichiarazione programmatica che colloca la batteria in un alveo originario, non come strumento tra gli altri ma come principio ordinatore del procedimento. L’azione percussiva avvia una riflessione sul tempo come materia plasmabile, affidando al ritmo il compito di stabilire un orizzonte d’ascolto. L’assetto accordale, volutamente trattenuto e calato in un clima di vigile consente al battito di agire da fondamento narrativo e non da mero dispositivo propulsivo. «Homeward Bound (For Ana Grace)» sposta l’asse del racconto su un piano più intimo, nel quale l’idea di ritorno non coincide con la nostalgia, ma con una ricerca di equilibrio affettivo e formale. La composizione procede secondo un disegno musicale che privilegia la cantabilità delle linee, sostenute da una batteria che distribuisce il groove con sensibilità e misura. Il rapporto tra le voci del line-up mette in luce una cura particolare per l’ordine intrinseco, come se ogni intervento concorresse a una mediazione collettiva orientata alla memoria, senza mai ripiegare su di essa. Con «Rivers & Parks» prende forma una dimensione più fluida, nella quale il tempo sembra dispiegarsi per continuità ed evoluzioni graduali. La batteria accompagna questo andamento con un lavoro sottile sulle dinamiche, facendo affiorare un senso di mobilità costante, privo di fratture evidenti. L’armonia si amplia con controllo, suggerendo spazi dove le linee melodiche possono respirare, mentre il ritmo mantiene una funzione di guida discreta, attenta a non irrigidire il flusso. Complessivo. «Shakin’ The Biscuits» conclude la primo facciata del microsolco introducendo una componente più corporea e terragna, senza rinunciare alla complessità del disegno armonico. La batteria adduce una presenza più marcata, lavorando su accenti irregolari e su un’energia trattenuta che rifugge ogni compiacimento virtuosistico. Il carattere ludico del titolo trova riscontro in una scrittura che gioca con la ritmica, evidenziando una vitalità percussiva sorvegliata, sempre inscritta in una logica di coesione formale.

Il lato B inizia a girare con «Abiyoyo», episodio in cui il riferimento extra-musicale fa pensare a un legame con la dimensione del racconto orale e della tradizione. L’ordito tematico sviluppa un’aura quasi sciamanica, in cui la batteria scandisce il tempo con un gesto essenziale, capace di sostenere un ambiente sonoro collocato tra evocazione e controllo strutturale. Il tutto si configura in una fisionomia raccolta, nella quale il ritmo diventa veicolo di una memoria collettiva trasfigurata in linguaggio jazzistico. «On The Break» apporta una variazione di prospettiva, fondata su discontinuità che vengono assorbite all’interno di un disegno più ampio. La batteria lavora su fratture apparenti, su arresti e ripartenze che generano un andamento narrativo irregolare, mentre l’armonia sostiene questa instabilità con soluzioni che evitano approdi risolutivi. La pausa, qui, assume il valore di spazio di riorganizzazione della procedura, più che di semplice sospensione. Con «LLL» il racconto si addensa in una zona di maggiore concentrazione formale, quasi criptica, nella quale il materiale sonoro viene ridotto all’essenziale. La batteria interviene con gesti misurati, lasciando che siano le relazioni tra le voci a produrre il senso dell’insieme. Il tempo appare come una trama sottile, continuamente rinegoziata, mentre l’armonia volge verso connessioni implicite più che dichiarazioni esplicite. «Steppin’ Out» accompagna l’ascoltatore verso un congedo che non si esplicita come una risoluzione definitiva, ma sancisce un atto consapevole. Il ritmo recupera una mobilità più espansiva, governata però da un controllo rigoroso, come se l’ultimo passo dovesse mantenere aperta la possibilità di ulteriori sviluppi. La batteria guida questo esito con un equilibrio raro tra presenza e ascolto, lasciando che l’album si chiuda non su un punto fermo, ma su una linea idealmente proiettata oltre il solco finale del vinile. Disposta lungo i due lati del vinile, questa sequenza di titoli compone una traiettoria nella quale il tempo non viene mai stabilizzato come misura neutra, ma continuamente ricalibrato come focus di decisioni, di slittamenti e di responsabilità condivise, affidando al kit percussivo il compito di tenere insieme memoria e proiezione senza ricorrere a soluzioni di comodo.

Il percorso professionale di Johnathan Blake rende evidente una predisposizione costante a operare in contesti nei quali la batteria partecipa attivamente alla costruzione del processo musicale, attenendosi a una funzione di raccordo e di bussola, mai riducibile a semplice sostegno metrico. Sin dalle prime esperienze, Blake viene riconosciuto come interlocutore affidabile e musicalmente accorto da musicisti che intendono il collettivo come un organismo in movimento, in cui ciascuna voce contribuisce alla tenuta complessiva del linguaggio.

Johnathan Blake

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *