Mal Waldron & Sam Rivers – «Live in Mestre Venezia 1984»: sottrazione e reinvenzione a due voci nel concerto ritrovato (Caligola, 2025)

0
WaldronRivers_ante

L’incontro tra Waldron e Rivers – assai raro, in «Live in Mestre Venezia 1984» – non si placa nel rievocare il passato, lo riattiva criticamente, mostrando come gli standard possano continuare a generare forme nuove quando vengono affidati a interpreti dotati di una visione personale e di una conoscenza approfondita delle molte stratificazioni del linguaggio jazzistico.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La registrazione veneziana che accosta Mal Waldron e Sam Rivers, restituita oggi in forma restaurata all’interno della serie «Concerti Storici» della Caligola, consente di seguire da vicino due personalità pienamente mature mentre attraversano un repertorio di standard con una consapevolezza che non mira alla celebrazione del passato, ma alla sua rifigurazione critica. La scelta di un organico ridotto al solo pianoforte e sassofono, privo di contrabbasso e batteria, introduce una dimensione strumentale di rara essenzialità, quasi un minimalismo cameristico che affida al dialogo costante tra i due protagonisti la funzione di principio generativo. Sulla scorta di questa procedura asciutta, ogni emissione acquista un peso specifico amplificato: la pulsazione non viene delegata a un sostegno ritmico esterno, nasce invece dall’incastro fra le linee di Waldron e le traiettorie di Rivers, come se pianoforte e tenore fossero chiamati a costruire un ordine interno autosufficiente. Il Teatro Toniolo, più di qualunque studio di registrazione, svolse, probabilmente la funzione di un laboratorio acustico, in cui il patrimonio del Great American Songbook e del bebop venne rimesso in circolo attraverso una conversazione serrata, fondata su un ascolto reciproco che, perfino in altri casi simili (si pensi allo stretto sodalizio tra Mal Waldron e Steve Lacy), procedeva secondo una logica quasi contrappuntistica. Nella dimensione di «Live in Mestre Venezia 1984» l’organico ridotto non impoverisce la costruzione tematica complessiva, ne mette anzi a nudo l’intelaiatura, mostrando come la sottrazione possa generare una ricchezza espressiva inattesa e una chiarezza espressiva che solo una formazione binaria, nella sua nudità, riesce a rendere così evidente.

L’avvio con «Scrapple From The Apple» apporta subito questa prospettiva. La pagina parkeriana, costruita sulla progressione armonica di «I Got Rhythm» e sulle modulazioni di «Honeysuckle Rose», fornisce un terreno ideale per osservare la mobilità intervallare di Rivers, che affronta il disegno melodico con un fraseggio rapido e lucidissimo, sostenuto da un controllo del registro tenorile capace di alternare slanci ascendenti e curvature improvvise. Waldron preferisce un approccio che fa della componente ritmica il vero elemento generatore: le sue cellule, spesso fondate su figure sincopate e micro-varianti d’accento, creano un fondale che non si limita a sostenere, ma orienta con decisione l’andamento del sassofono. Quando il pianista prende la parola, il discorso si addensa in una sequenza di idee che si susseguono con una logica quasi narrativa, come se ogni frammento armonico aprisse una nuova angolazione sul materiale tematico. Ne risulta una costruzione che non si limita a richiamare Parker, lo trasforma invece dall’interno, mostrando come la grammatica bebop continui a generare forme impreviste. Con «I Thought About You» l’assetto espressivo si sposta verso un clima più disteso, privo di qualsiasi compiacimento sentimentalistico. Waldron introduce la composizione con una sezione iniziale che lavora sulle dominanti secondarie e sulle risoluzioni ritardate, creando un ambiente sonoro che suggerisce una sospensione controllata. Rivers entra con un colore acustico pieno, rotondo, quasi raccontato, mentre sviluppa la linea principale con una cantabilità che rimanda alla grande tradizione delle ballad degli anni Trenta, pur mantenendosi lontano da ogni retorica nostalgica. La melodia, trattata come materia plasmabile, viene modellata attraverso micro-infrazioni ritmiche e leggere deviazioni dall’intonazione centrale, secondo una prassi che lascia affiorare la memoria di certe interpretazioni di Ben Webster, filtrate però sulla scorta di una sensibilità più analitica. L’intero quadro sonoro rimanda a un’epoca in cui il jazz conservava una funzione sociale legata anche alla danza, lasciando tuttavia emergere la complessità armonica che caratterizza la scrittura di Van Heusen.

«Blue Monk» apre un’ulteriore prospettiva sul dialogo tra i due interpreti. Waldron affronta il tema con una chiarezza che mette in rilievo la geometria sonora della composizione monkiana, basata su intervalli ampi, dissonanze controllate e un uso sapiente delle pause. Rivers risponde con un profilo acustico più tagliente, quasi metallico, sottolineando la componente blues del pezzo senza scivolare nel repertorio delle formule prevedibili. La prassi esecutiva, fondata sul consueto ciclo di dodici battute che Monk aveva traslato in un terreno di sperimentazione ritmica ed armonica, consente ai due musicisti di scandagliare la relazione tra stabilità e deviazione, tra polo tonale e scarti laterali. L’impressione di ascoltare un blues nasce proprio da questa dialettica interna, più che da un’adesione letterale al linguaggio tradizionale. Con «Come Rain or Come Shine» l’attenzione si sposta su un episodio legato alla storia del musical americano, trasformato però in un racconto sonoro di ampio respiro. Le frasi sostenute del sassofono, caratterizzate da un vibrato appena suggerito e da una gestione accorta del fiato, conferiscono all’intreccio tematico un tono quasi epico, mentre Waldron delinea un impianto armonico che alterna accordi pieni e spazi di rarefazione, come se volesse suggerire una drammaturgia interna. «All of You» prosegue questo percorso, mostrando come i due interpreti sappiano muoversi con naturalezza tra leggerezza e complessità, tra linearità melodica e deviazioni inaspettate all’interno del tessuto accordale. La chiusura con «Bye Bye Blackbird» riporta l’ascoltatore alle origini del repertorio jazzistico novecentesco, evitando tuttavia qualsiasi tentazione museale. Rivers propone una linea melodica che conserva la cantabilità originaria, dispensando però variazioni che ne trasformano progressivamente il profilo. Waldron, dal canto suo, costruisce un accompagnamento che sfrutta la sovrapposizione di accordi quartali e triadi stratificate, generando un disegno armonico capace di rinnovare il brano senza tradirne la fisionomia. L’insieme restituisce una lettura che rinuncia alla brillantezza esibita per privilegiare una chiarezza espressiva ferma e decisa, chiudendo il concerto con una sorgività che sancisce la solidità dell’idea di fondo.

L’incisione, riportata alla luce con cura filologica, consente di osservare due protagonisti di lunga esperienza mentre affrontano un repertorio ampiamente frequentato con un atteggiamento che unisce rigore e libertà, memoria e invenzione. L’incontro tra Waldron e Rivers, – assai raro, in «Live in Mestre Venezia 1984» – non si limita a rievocare il passato, lo riattiva criticamente, mostrando come gli standard possano continuare a generare forme nuove quando vengono affidati a interpreti dotati di una visione personale e di una conoscenza approfondita delle molte stratificazioni del linguaggio jazzistico.

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *