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// di Gianluca Giorgi //

Djinn, Transmission (ltd ed 400 copie 2021)
I Djinn sono un collettivo svedese formato da membri di Hills e Goat che principalmente suonano free-jazz cosmico. “Transmission” è il loro terzo album dopo “Djiin” 2019 (LP) e “Avant De Servir” 2020 (Cassetta). Esploratori dalla mente aperta che si addentrano nei regni del free e del cosmic jazz, senza mai essere eccessivamente reverenziali. La loro musica rimanda ai paesaggi psichedelici del freak-folk, alla fusione poliglotta del jazz, alla musica europea e asiatica, con ritmi mantrici e ipnotici, estrapolazioni libere che raggiungono vette di vivido abbandono e con momenti di calma beatamente meditativi. Non c’è nulla di nuovo, il gruppo si ispira chiaramente a quello che a partire dagli anni sessanta-settanta, è stato definito come “spiritual jazz”, riprende il genere e lo reinterpreta, mettendoci, comunque, qualche cosa di proprio e il tutto funziona e dà un senso a un disco che è sicuramente free-jazz ma allo stesso tempo psichedelico inteso alla maniera cosmica. Ovviamente guarda anche alla contaminazioni con sonorità “afro” così come nella tradizione selvaggia e mistica dei Goat. I pezzi del disco sono dei veri e propri raga spiritual come l’introduttiva “Sun Ooze”, che strizza gli occhi al misticismo dei Popol Vuh, il suono dei fiati che da vita a un vero e proprio sciame cosmico, un brusio costante che ritroviamo anche nelle altre tracce, che abbiano o meno una forma più tipicamente free-jazz (“Creator Of Creation”, “Urm The Mad”) o “afro” (“Nights With Kurupi”, “Jaguar”), ma c’è anche altro. Se “Transmission” è a tutti gli effetti un pezzo ambient nello stile di Brian Eno, sorprendono la bellezza di “Love Divine”, un minimalismo kraut ancora Popol Vuh e “Orpheus”, che potrebbe considerarsi a tutti gli effetti un po’ la sintesi dell’intero disco, uno spiritual jazz free-form, intriso di misticismi afro. Il disco, in edizione limitata a 400 copie su vinile nero è accompagnato da un codice per il download che contiene come bonus anche il loro EP del 2020 “Avant De Servir”, originariamente pubblicato su cassetta dall’etichetta svedese Zeon Light. Disco molto bello, probabilmente il migliore dei tre pubblicati fino a questo momento dai Djinn. Uscito un po’ in sordina, avrebbe meritato maggior attenzione, da riscoprire.

LOLO – Diabate + Kanuteh + Pilia + Zanotti (2025)
La musica di questo inedito quartetto prende forma dall’unione di due coppie già assodate come quella tra Pilia e Diabate (a fianco a Rokia Traore) e tra Kanuteh e Zanotti (che in duo hanno pubblicato un paio di album e suonato recentemente in vari stati d’Europa e dell’Africa Orientale). Un quartetto, dalla grande duttilità e curiosità, per metà africano e per l’altra italiano, che porta in dote un chiaroscuro di contrasti e riflessioni e che sviluppa insolite geografie e architetture, ricercando un linguaggio musicale universale e contemporaneo. I quattro coinvolti sono: il bassista e chitarrista Stefano Pilia (già militante in Afterhours, Massimo Volume e Zu), il maestro del ngoni Mamah Diabate (voce, tama’) dal Mali, il suonatore di kora Jabel Kanuteh (kamalen’goni, voce) dal Gambia e il batterista Marco Zanotti (batteria, percussioni, calebasse) tra i più apprezzati alchimisti sonori in circolazione, “Lolo”, ponte tra culture e universi musicali. Nella musica troviamo i suoni prevalenti del Mali Maliano e del Gambia che si inseguono a vicenda, ma tutto è fuso in un contesto di ritmo più ampio o abbellito da digressioni più sperimentali e astratte. Grazie alla curiosità e la flessibilità dei singoli, i musicisti cercano un linguaggio sempre in equilibrio tra antico e moderno, paesaggio e narrativa, ma che sia attuale e contemporaneo, con influenze jazz, rock e folk.

Green Cosmos – Abendmusiken (1983 ristampa 2025)
Questa è la prima riedizione dopo 40 anni dell’unico disco inciso dal gruppo jazz tedesco Green Cosmos. Siamo nel 1983 e i Green Cosmos ci incantano con la loro miscela di jazz, palpitazioni, esplosioni emotive e musica folk, per una musica jazz notturna. Questi ragazzi hanno chiaramente assorbito il meglio del jazz americano; nelle note di copertina, il sassofonista Michael Boxberger (che suona soprano e tenore) dice che la loro ispirazione è stata la musica del John Coltrane Quartet e in una foto si può vedere un poster appeso di Pharoah Sanders sullo fondo della camera. Tutto questo si può sentire nella loro musica senza mai sembrare che suoni come un’imitazione. È una musica fresca ed eccitante, può sembrare che possa entrare nel free jazz, ma non ci va mai, anche se lo spirito dello sperimentalismo aleggia sulle canzoni più spirituali dell’album. Boxberger e il pianista Benny Düring sono vecchi amici dell’asilo, crescono nella piccola città di Marsberg e crescendo diventano fan dello “swing jazz”. Il quartetto, nasce nel 1975 con l’incontro dei gemelli Alfred e Uli Franke che amavano la musica rock e suonavano rispettivamente la batteria e il basso. Inizialmente il gruppo si chiamò Jazz Drive e Boxberger descrive il loro stile come “musica fusion elettrica”. I gemelli, in seguito scoprirono la meditazione e l’album “Karuna Supreme” di John Handy e Ali Akbar Khan, che li ha portati a sperimentare con strumenti indiani come la kalimba, la tabla e il sitar, strumenti che ritroviamo nell’album. I Jazz Drive divennero Green Cosmos nel 1981 e l’anno successivo registrarono le canzoni che avrebbero composto Abendmusiken nella galleria d’arte di un amico. Il gruppo si è sciolto dopo questo disco pubblicato nel 1983 sulla piccola, ormai defunta etichetta tedesca AMF Records, che ha pubblicato meno di una dozzina di dischi nel corso del decennio. Si sono riuniti e hanno suonato per l’ultima volta nel 1989; Boxberger e Düring non hanno mai più sentito parlare dei gemelli Franke. Ristampa interessante e necessaria di un disco molto raro e costoso di un gruppo e della loro musica sconosciuti ai più, musica veramente ottima. Ottimi i gemelli alla sezione ritmica; le canzoni con kalimba sono le mie preferite. Il sassofono di Boxberger spesso suadente ha un suono luminoso e pieno e il pianoforte di Düring è flessibile e acuto, ricorda alcune volte un po’ Bill Evans nel Quintetto Miles Davis. È un album meraviglioso che tocca due modalità agli antipodi e lo fa molto bene: jazz spirituale e jazz cool notturno.

Organic Pulse Ensemble, Ad Hoc (200 ltd colored vinyl ed 2024)
“Ad Hoc” è l’ultimo lavoro del polistrumentista svedese Gustav Horneij, sotto il suo alias Organic Pulse Ensemble, inciso in 700 copie (200 copie su vinile colorato e 500 copie su vinile nero). Come sempre Gustav suona tutti gli strumenti ma il processo di registrazione questa volta è stato un po’ diverso. La registrazione, infatti, è stata effettuata su un registratore a quattro tracce Tascam in presa diretta in una singola ripresa non effettuando nessuna modifica digitale, quindi eventuali errori dovevano essere corretti e trasformati in funzionalità alla registrazione. Questo processo che Gustav chiama “problem-solving on the fly” ha ispirato anche il titolo dell’album. Il risultato è una vibrante collezione di composizioni jazz spirituali, in cui groove modali, percussioni stratificate e assoli di sassofono e flauto convergono con l’ethio-jazz e le influenze orientali. L’album conserva le solite qualità meditative ed esplorative che caratterizzano i lavori di Horneij, con alcuni brani come “Solid” che portano un’energia più funk e che aggiungono un contrasto più dinamico al contesto sonoro dell’album. “Ad Hoc” è un invito ad immergersi nella bellezza della musica fatta al momento, con errori e tutto ciò che può scaturire questo tipo di approccio. Disco molto bello.

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