RobertGlasper-InMyElement

// di Marcello Marinelli //

Il mattino ha l’oro in bocca? Si, quando inizi la giornata con un disco comprato alla fiera del disco che, nonostante non l’abbia mai sentito prima sulle piattaforme musicali, sai già che ti piacerà. Reminiscenze di quando si acquistavano i dischi senza averli mai sentiti. Una volta non avevi la possibilità di ascoltarli prima dell’acquisto, ora è una scelta voluta, in ricordo dei vecchi tempi di quando si comprava a scatola chiusa. Trattasi di un lavoro del 2007 di Robert Glasper il pianista texano ma «Nuiorchese» di formazione «In My Element». Il poliedrico artista non si muove solo in ambito jazzistico ma esplora anche mondi all’interno della grande tradizione afroamericana, soul, hip hop, R’n’B’. In questo caso il mondo è quello del jazz al 100% ma ho timore che, qualcuno, tra i miei amici, critici e appassionati ortodossi, veda tracce di impurità in questi solchi. Io condivido appieno la poetica del Nostro Robert, condividendo con lui la stessa poliedricità e gli stessi interessi. Per quanto mi riguarda il jazz rimane all’apice della mia piramide personale e poi via via, tutti i suoi derivati e i suoi parenti affini e consanguinei, in una girandola di suoni, universi e galassie parallele.

La facciata A si apre con «G & B» ed entriamo subito nel mood del trio. Il pezzo è veloce, odo be-bop moderno nell’esposizione del tema, poi, subito dopo, una pausa romantica di piano solo e poi di nuovo il trio impazza nel suo incedere originale. Per quelli che non avessero udito be-bop moderno nell’esposizione del tema, tranquilli, la mia è solo un’opinione. Lo ammetto, sono un eretico, ma per favore non mettetemi al rogo, almeno prima spalmatemi una crema protettiva 50 per le ustioni. I compagni d’avventura del Nostro sono Vincente Archer al contrabbasso e Damion Reid alla batteria. Per avvalorare la mia tesi iniziale del be-bop, alla fine del pezzo mi sembra di aver colto una citazione di «Salt Peanuts» di Dizzy Gillespie, ma potrei aver avuto una visione mistica. Il secondo brano s’intitola «Of Dreams Come True», un pezzo danzante, almeno come vedo io la danza e il trio sembra uscito da un parto trigemellare per quanto si integrano e si assecondano, ancora una volta sono riuscito a non scrivere interplay, che, però in realtà, è sempre una sintesi dello stesso concetto espresso con altre parole. Alla fine del brano, prima dell’esposizione del tema finale, c’è un breve assolo di Vicente Archer, che evidenzia la sua cavata possente. Il pezzo sembrerebbe finito, c’è silenzio, e la puntina sta per frusciare sulla parte demilitarizzata del disco, ma dopo qualche secondo di stasi, c’è una coda con un’altra scansione ritmica, il vezzo dei frammenti postumi; un bel frammento postumo. Questi frammenti sparsi qua e là sono caratteristici delle nuove generazioni di musicisti a cavallo dei generi.

«F.T.B.» apre la seconda facciata. Bellissimo tema, amo questo sound, direi tanto per tentare una definizione, soul jazz moderno. C’è tanto lirismo in queste note minimaliste e i compagni sanno come farsi ben volere dal leader, prima delle note finali Damion Reid si diverte a scandire il tempo da solo e dopo una frase sussurrata il brano finisce in maniera diversa da come era iniziato, ma con la stessa ispirazione. «Y’Outta Praise Him» (intro) è un pezzo di solo piano, da pelle d’oca, almeno per la mia pelle d’oca ustionata dal rogo precedente. Con «Y’Outta Praise Him» torna il trio e ritmo prende quota. Apprezzo in maniera particolare Vicente Archer e quel suo drumming particolare, originale di accompagnare e di farsi accompagnare. Anche qui il pezzo sembra finito, ma la coda porta di nuovo ‘in auge’ il batterista che si diverte a fare il solo accompagnato dal piano e dal basso, decisamente un bel finale. «Y’Outta Praise Him» significa ‘Non lo loderai più’ ma io, contrariamente al significato del brano, ti lodo caro Robert. Ora tolgo il disco perché è veramente finito e metto il secondo disco.

I pezzi del primo disco sono tutti a firma del leader, la side ‘C’ è una facciata di cover. Il primo pezzo ‘Beatrice’ è di Sam Rivers. Dopo l’esposizione del tema la fa da padrone il contrabbasso con un solo iniziale poi il trio, nati da un parto trigemellare per affinità artistica, marcia compatto e unito fino alla vittoria, con la coda del brano diversa come al solito. Ora, forse vi starete chiedendo, «ma di quale vittoria va cianciando questo ciarlatano». A parte che non sono un ciarlatano, mi ero concesso una licenza poetica, era una ‘vittoria’, del senso estetico, del mio senso estetico. Il seconda traccia, un insieme di due brani, «Maiden Voyage/Everything In Its Right Place», il primo di Herbie Hancock e il secondo dei Radiohead, uniti nella lotta per diventare un brano unico. Non è forse una lotta, secondo voi, unire in un solo brano, Hancok e i Radiohead? Sintesi sublime di mondi diversi. Fine del brano con i soliti siparietti musicali catapultati da Marte. Il lato ‘C’ finisce con «J Dillalude» di James Yancey in arte ‘J Dilla’ un rapper, DJ e produttore morto nel 2006. Un tributo all’artista con frammenti di beat estrapolati dal suo repertorio senza rime, ‘instrumental beat’. Non c’è che dire, «Positive Vibes». Il lato ‘D’ inizia con «Silly Rabbit». ‘Lo stupido coniglio’ inizia in maniera nervosa, vagamente free, il pezzo più cattivo e, forse, il più legato strettamente alla tradizione; badate bene, ho scritto forse. Come al solito il pezzo finisce in maniera completamente diversa con una vocina di bambina e col batterista che impazza e con la vocina che, ogni tanto, fa capolino. «One For Grew» si snoda sul consueto binario danzante del trio, sempre secondo la mia personale concezione del ‘danzante’. Il disco finisce con «Tribute», una ballad che inizia alla vecchia maniera con tanto di spazzole usate dal batterista che scivolano sulle pelli dei tamburi e poi si trasforma in un tributo vocale del reverendo Joe Ratliff in onore di Kim Yvette Glasper, la madre di Robert Glasper, alla cui memoria il disco è dedicato. Decisamente una bella mattinata di aprile del 2024 in compagnia della musica del Robert Glasper trio.

Robert Glasper
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