«Soste di Venere» di Lucia Dall’Olio: costellazione sentimentale, tra ironia affettiva e grazia narrativa (EMME Record Label, 2026)
// di Irma Sanders //
L’album persuade per l’equilibrio fra leggerezza apparente e sostanza riflessiva. Nessun compiacimento letterario, nessuna caricatura sentimentale; piuttosto una scrittura sorvegliata che osserva i rapporti umani con ironia, sensibilità e misura.
«Soste di Venere» di Lucia Dall’Olio raccoglie una serie di affreschi canori nei quali autobiografia trasfigurata, osservazione sentimentale e lessico astrologico convergono entro una scrittura di notevole misura. L’autrice non adopera i simboli zodiacali come semplice ornamento narrativo; li assume, piuttosto, quale dispositivo allegorico mediante cui leggere attrazioni, incrinature affettive, desiderio e disallineamenti interiori. Ne deriva un lavoro sorretto da una precisa trama espressiva, dove il dato confessionale evita l’esibizione e preferisce la stilizzazione.
La materia sonora unisce cadenze prossime al jazz da camera e inflessioni cantautorali di impronta intimista. L’ukulele, scelto da Dall’Olio come centro della propria dizione strumentale, delinea un colore sonoro asciutto, domestico, quasi miniaturistico, lontano tanto dall’enfasi orchestrale quanto dal bozzetto folklorico. Proprio questa apparente semplicità consente alla linea vocale di muoversi con libertà ritmica, spesso in anticipo o in lieve ritardo sull’accento metrico, secondo procedimenti cari alla vocalità jazzistica. Il contrabbasso di Gianluca Lione e la batteria con percussioni di Margherita Parenti sostengono l’insieme con discrezione accorta, senza sovraccaricare il tessuto armonico. Il nucleo poetico del disco ruota intorno all’amore considerato non come categoria astratta, ma quale campo di forze mobili, talora luminose e talora contraddittorie. L’astrologia interviene allora alla stregua di una grammatica simbolica finalizzata a nominare ciò che il linguaggio ordinario spesso attenua o nasconde. In tale scelta si potrebbe scorgere una parentela lontana con certe scritture novecentesche che usarono il mito o l’esoterismo per parlare del presente, da W. B. Yeats sino ad alcune pagine di Elsa Morante, pur entro coordinate stilistiche del tutto differenti.
L’opener, «Mosaico», svolge una funzione introduttiva e memoriale. Il titolo rinvia a frammenti che acquistano senso solo dentro una visione complessiva, come accade ai ricordi affettivi quando la distanza temporale ne ricompone i margini. L’immagine del mosaico possiede inoltre una valenza musicale evidente: cellule brevi, motivi minimi e dettagli ritmici che, accostati con sapienza, generano unità. «Pesaro» apporta invece una dimensione geografica e memoriale, oltre che astrologica, portando con sé il respiro adriatico, una luminosità tersa, l’idea di margine fra terra e mare, dunque fra stabilità e moto. Una cartolina sentimentale sottratta alla retorica turistica, dove dettagli minimi acquistano valore affettivo. La città di Gioachino Rossini: non come citazione diretta, offre una leggerezza di fraseggio, una mobilità teatrale appena accennata. «Sinastria» reca già nel titolo una chiave interpretativa fertile. Nel lessico astrologico la sinastria confronta due carte natali, misura consonanze, attriti, punti di contatto e zone d’incomprensione. Trasportata entro la scrittura di Lucia Dall’Olio, tale nozione diviene meditazione sull’incontro fra due individualità che cercano una lingua comune senza rinunciare alle proprie asimmetrie. Non il mito dell’anima gemella, ma il paziente lavoro dell’accordatura reciproca.
«Ma tu non hai fatto terapia» dispensa invece una vena ironica più scoperta, quasi aforistica nel titolo, per trattare la dissoluzione di un legame minato dall’incapacità di affrontare i propri nodi interiori. Dall’Olio mostra una qualità non comune, riuscendo a traslare lessici contemporanei, psicologici e relazionali, in materia poetica senza cadere nel gergo. «Elena» custodisce una delicatezza narrativa rara. Il ritratto di una relazione femminile evita ogni posa programmatica e preferisce il dettaglio sensibile, la prossimità quotidiana, una tenerezza trattenuta. La scrittura rinuncia al proclama e sceglie la precisione del particolare. «Luna e Saturno» allude a una relazione corrosa da squilibri emotivi. La quadratura astrologica, più che dottrina predittiva, diviene figura del conflitto: due poli incapaci di accordare tempi, bisogni e linguaggi, fra attriti metrici, sospensioni cadenzali e risoluzioni differite, elementi che suggeriscono instabilità senza doverla dichiarare. «Soste di Venere» lascia intravedere un’autrice preparata, musicalmente eloquente e dotata di un profilo compositivo assolutamente personale. L’intero album persuade proprio per questo equilibrio fra leggerezza apparente e sostanza riflessiva. Nessun compiacimento letterario, nessuna caricatura sentimentale; piuttosto una scrittura sorvegliata che osserva i rapporti umani con ironia, sensibilità e misura.

