Parrilla / Manna Quartet: «Above All»: disco e intervista (Dodicilune, 2025)
Il risultato finale è un album godibile e piacevole all’ascolto, anche per i «non addetti ai lavori», ma tutt’altro che banale, perché l’eleganza e la scorrevolezza dei brani nasce, come meglio spiegato nell’intervista, da un sapiente lavoro di sintesi tra elementi diversi e a volte contrastanti.
// di Roberto Biasco //
Il Parrilla / Manna Quartet, non è un semplice duo voce e pianoforte, accompagnato da una sezione ritmica d’occasione – come potrebbe apparire ad una prima osservazione superficiale – ma, come si intuisce da subito ascoltando il loro primo CD – «Above All», Dodicilune 2025 – si tratta di un autentico gruppo »inter pares», nel quale basso elettrico e batteria interagiscono e dialogano con pianoforte e voce in un perfetto interplay che caratterizza la cifra stilistica del gruppo. Si tratta di un ensemble di giovani musicisti calabresi formato dalla vocalist Veronica Parrilla e dal pianista Carlo Maria Manna e completato dal bassista elettrico Giuseppe Gugliotta e dal batterista Francesco Borrelli. Sono tutti «giovani adulti» in età compresa tra i ventisette ed i trentacinque anni, freschi di titoli accademici di Conservatorio, le cui qualità tecniche ed artistiche emergono già ad un primissimo ascolto, confermate da una palpabile sensazione di sicurezza.
La voce flessibile e suadente di Veronica si trova a perfetto agio in tutte le sfumature, passando dall’incedere lirico di una ballad notturna, allo scat più bruciante e vertiginoso, mentre il pianoforte di Carlo Maria mostra un’autorevolezza ed una totale maturità espressiva sottolineata da un tocco magistrale da autentico maestro dello strumento. Il basso elettrico di Giuseppe Gugliotta e la batteria di Francesco Borrelli, oltre ad arricchire costantemente la trama sonora in un fitto dialogo, completano a loro volta l’architettura dei brani, arricchiti da efficaci e pertinenti sortite in assolo.Il pianista Carlo Maria Manna è il responsabile di tutte le composizioni originali e degli arrangiamenti, ivi comprese le due importanti rivisitazioni che compaiono nell’album – «Close To You» di Burt Bacharach e «Infant Eyes» di Wayne Shorter. Veronica Parrilla, oltre al ruolo di cantante, è a sua volta compositrice, ed in particolare ha curato le liriche, tutte in inglese, di questo lavoro. Colpisce in particolare la qualità compositiva dei singoli brani, che mostrano una notevole complessità melodica e armonica, sottolineata spesso da inaspettati cambi di ritmo o di atmosfera all’interno dello stesso brano, che a volte parte come una ballad dai toni intimistici per poi acquistare un impeto ritmico, o viceversa, alternando momenti e mood diversi con un movimento circolare di andata e ritorno. Il risultato finale è un album godibile e piacevole all’ascolto, anche per i «non addetti ai lavori», ma tutt’altro che banale, perché l’eleganza e la scorrevolezza dei brani nasce, come meglio spiegato nell’intervista, da un sapiente lavoro di sintesi tra elementi diversi e a volte contrastanti.
Abbiamo incontrato quindi Veronica Parrilla e Carlo Maria Manna per una lunga chiacchierata informale.
L’INTERVISTA
D: Ho letto i vostri profili personali ricchi di titoli accademici che confermano senza alcun possibile dubbio la vostra preparazione. Volevo capire come è nato il vostro incontro artistico e come si è sviluppato questo progetto?
Veronica: Ci tengo subito a sottolineare che il progetto è partito dall’idea di gruppo, non è nato da un duo voce e pianoforte che si trasforma in quartetto, il gruppo porta i nostri nomi semplicemente perché noi due siamo gli autori dei testi e delle musiche, ma il senso del gruppo rimane assolutamente sempre vivo ed è importantissimo per noi.
Carlo: Il gruppo nasce dall’amicizia ormai pluriennale nata come compagni di studio dai tempi del conservatorio, dove ci siamo conosciuti tutti in età quasi adolescenziale, quando abbiamo iniziato a suonare gli standard del Jazz per creare una sintonia tra i componenti della band, proponendo pian piano nuovi arrangiamenti e rivisitazioni. Preso atto della forza e dell’amalgama progressivamente acquisita dal gruppo, e mettendo a frutto gli studi del biennio di composizione Jazz, ho sentito l’esigenza di proporre brani originali che ci permettessero di raggiungere un suono identitario e riconoscibile. In questo senso l’architettura e l’arrangiamento dei brani non è mai stato finalizzato a far emergere il singolo protagonista, quanto piuttosto la forza del collettivo. In questa ricerca del suono e dell’insieme, dopo i primi esperimenti in ambito accademico, ci siamo convinti che l’esperimento funzionava e, uno dopo l’altro abbiamo sviluppato una serie di brani che sono poi confluiti nell’ossatura del disco.
D): Tutti i brani mostrano una notevole complessità, sottolineata spesso da inaspettati cambi di ritmo o di atmosfera all’interno della stessa composizione, quale è il vostro modus operandi a livello compositivo?
Carlo: Ho sempre vissuto la composizione come una necessità, nata dall’impulso di fissare immediatamente le idee musicali che scaturivano alla mente in maniera spontanea, e la mia fortuna è stata quella di poter ascoltare tanto e di avere accanto persone che mi hanno permesso di ampliare il mio approccio alla musica Jazz. In questo senso mi sono ispirato in qualche modo al pensiero compositivo di Keith Jarrett. Io immagino innanzitutto la melodia su tutto, ovvero dove va la melodia, l’armonia l’accompagna. Tanto premesso, a seconda delle esigenze, posso impostare l’armonia, vuoi in maniera modale, oppure in maniera tonale, come ad esempio avviene nel brano «Her», che si sviluppa a partire da una classica forma di ballad, per poi evolversi in forma modale, trascinata da un incalzante tempo di tre quarti. Inoltre l’interazione continua con gli altri musicisti fa sì che ogni volta la musica si evolva in maniera sempre diversa. Io mi dedico molto, in maniera quasi ossessiva, alla ricerca della melodia, quindi l’armonia e l’accordo, restano in ogni caso funzionali al disegno melodico che sto perseguendo. Anche nella rivisitazione di «Close To You» di Burt Bacharach, seguendo proprio la melodia, ho spostato deliberatamente l’armonia da tonale a modale, in questo modo la stessa melodia può «raccontare una storia diversa». D) Mentre Carlo è responsabile della composizione per la parte musicale, i testi in inglese sono di Veronica. Ascoltando il disco forse sarebbe stato molto interessante poter avere i testi inclusi nel libretto del CD ?
Veronica:Si tratta purtroppo di un nostro peccato di inesperienza, perché all’inizio non abbiamo dato peso a questo aspetto della pubblicazione, e solo a posteriori ci siamo resi conto di questa mancanza. In effetti la possibilità di seguire il testo in inglese avrebbe certamente completato l’esperienza di ascolto e di consapevolezza da parte degli ascoltatori. Per fortuna, anche se in ritardo, ora è possibile accedere al sito dell’etichetta Dodicilune e trovare il link con i testi in PDF. A livello compositivo anche per me è indispensabile «sentire» prima il racconto della musica per poter poi far scaturire le parole, noi vogliamo che il nostro messaggio musicale sia la narrazione poetica dell’esperienza umana «vera» ed autentica, e quindi, con i testi cerco di raccontare quello che ci accade con il coraggio di dover affrontare le nostre paure e i nostri conflitti interiori, e quindi noi stessi davanti allo specchio, nell’ottica di una profonda ricerca interiore.
D): C’è però una eccezione che riguarda il pezzo «No Name», uno dei più riusciti del disco, nel quale Veronica ha collaborato alla scrittura della melodia oltre che del testo.
Veronica: Io penso che «No Name» sia effettivamente il brano che ci rappresenta di più, trattandosi di una composizione molto varia dall’inizio alla fine, viene dato ampio spazio ad ognuno di noi con tutte le nostre sfaccettature.
Carlo: Inoltre voglio sottolineare la spontaneità nell’esecuzione, si tratta di un brano che si è rivelato da subito «facile» da suonare, nonostante la presenza di alcuni punti fermi nell’arrangiamento, c’è una facilità di improvvisazione corale di tutto il gruppo in un interscambio di ruoli che resta comunque lontano dall’idea di una semplice jam session.
D): La seconda parte dell’album, partendo da «Her», per poi proseguire con «No Name», «Infant Eyes» e poi fino al finale con «Rain (Please Teach Me Now)» sembra crescere in convinzione ed efficacia. In particolare «Rain» è l’altro pezzo portante, essendo inoltre la composizione più lunga ed estesa del disco.
Carlo: In effetti «Rain» è il pezzo a cui sono maggiormente legato, è un brano da punto di vista compositivo assai complesso, con molte parti diverse da legare insieme, accomunate da un loop ritmico che pervade l’intera composizione. La sfida è stata proprio quella di mantenere alta una tensione latente lungo tutto lo snodarsi del brano, sottolineando alcuni accenti ed alcuni passaggi e riallacciando poi le parti scritte con quelle improvvisate, laddove ognuno dei componenti del quartetto può dare il suo contributo unico e originale. Per usare una metafora è come una pioggia che non finisce mai. Anche nell’esecuzione ci siamo lasciati andare senza l’assillo della lunghezza del brano o del dover fare le cose precise, e non a caso «Rain» resta il brano finale anche nei nostri concerti dal vivo.
Veronica: Rain, dal punto di vista dei testi è una preghiera, l’esigenza poetica è cercare di capire come fa la pioggia a cadere e allo stesso tempo donarsi con grazia nonostante sia cadendo, in altri termini è la rappresentazione della stessa sfida costante che affrontiamo musicalmente, in altri termini qualunque cosa ci succeda, nel momento in cui la stiamo affrontando stiamo già sull’onda che prima o poi scenderà, bisogna trovare il coraggio di perdonarsi per poi tornare ad amarsi ed amare davvero.
Nel disco ci sono due rivisitazioni di autori di livello assoluto – «Close To You» di Burt Bacharach e «Infant Eyes» di Wayne Shorter, quali sono state le vostre maggiori influenze artistiche sia tra i grandi «classici» che tra i contemporanei?
Veronica: Per quanto mi riguardapiù che il «chi» mi sembra importante interrogarsi sul «perché» certe suggestioni ci hanno influenzato. E’ ovvio che le grandi voci del passato sono un riferimento ineludibile, Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan su tutte, ma al di là della bravura o della capacità tecnica è sempre stato il colore della voce che mi ha affascinato, assieme all’identità ed alla capacità di essere sé stesse. In questo senso tra i contemporanei amo molto Samara Joy, che pur essendo molto vicina alla tradizione ha un colore della voce assolutamente identitario, che mi coinvolge emotivamente. Dal punto di vista della personalità ammiro molto anche Veronica Swift, perché riesce a cantare cento cose diverse in cento modi differenti, portando con sé questo colore unico della voce che resta il focus della mia ricerca. Inoltre è innegabile che dal punto di vista armonico, l’ascolto dei i grandi pianisti, ha contribuito a farmi innamorare sempre di più del Jazz.
Carlo: Da ragazzino già suonavo canzoni e musica pop ma non sapevo nulla del Jazz, finché il mio maestro non mi fece ascoltare «Blue and Green» di Bill Evans, ne rimasi folgorato e capii immediatamente che quella sarebbe stata la strada che avrei dovuto seguire. Quindi per me Bill Evans è stato e resta un punto di riferimento e di ascolto imprescindibile. Tra i contemporanei ammiro molto due artisti anche se molto diversi tra loro: Brad Mehldau e Robert Glasper. Meldhau è semplicemente inarrivabile, Glasper negli ultimi quindici anni, da Black Radio in poi, ha fatto un lavoro enorme di sintesi e di commistione di generi all’interno del grande contenitore della musica afroamericana, coniugando il Jazz con altre forme attuali come il Rap o l’Hip Hop. Inoltre Glasper negli ultimi dischi ha usato una formazione stabile utilizzando sempre gli stessi musicisti con i quali ha stabilito un rapporto umano, prima ancora che artistico. Tutto questo è per noi un esempio assolutamente calzante in quanto l’amicizia ed il rapporto umano è la base stessa del nostro gruppo e del nostro operare.
D) Ci sono nuovi progetti in cantiere?
Carlo: Per quanto riguarda questo progetto stiamo cercando di proporci il più possibile all’esterno anche grazie al supporto e alla visibilità dell’etichettaDodicilune, ma nel frattempo abbiamo continuato a lavorare, e quindi il materiale per un secondo disco è sostanzialmente già scritto e quasi pronto per essere registrato in studio. In questo nuovo lavoro, fermo restando l’ossatura del quartetto, abbiamo inserito come «special guest» alcuni amici musicisti, e quindi in alcuni brani si aggiungeranno una chitarra e un sassofono, ma la novità più grossa sarà quella dei testi, che stavolta saranno tutti in italiano.
Veronica: Temevo molto questa scelta, perché finora scrivere in inglese mi è sempre venuto spontaneo e abbastanza naturale, con l’italiano mi sentivo molto più esposta, messa a nudo, e quindi si tratta di una scelta molto bella, con un peso diverso, che richiede un lavoro lungo e molto impegnativo, ma che alla fine è anche divertente, perché ho la possibilità di condividerla poi con gli altri ragazzi del gruppo.

