Roberto Magris /Dennis Raz Quartet con «In Action»: strutture, visioni e improvvisazioni ( JMood Records, 2026)
«In Action» si presenta come un progetto che unisce rigore e libertà, tradizione e ricerca, radici e movimento. La sua ricchezza non risiede soltanto nella varietà dei repertori o nella qualità delle esecuzioni, ma nella capacità di trasformare ogni brano in un’esperienza narrativa, in un viaggio che invita l’ascoltatore a entrare in un territorio in cui la forma non è mai rigida e l’espressione non risulta mai ornamentale.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«In Action» nasce da un sodalizio che affonda le radici in un rapporto umano prima ancora che artistico, un dialogo sviluppato fra Trieste e Rijeka, due città unite da una lunga tradizione di scambi culturali e qui convertite in terreno fertile per un doppio album finalizzato ad unire generazioni, percorsi e sensibilità differenti. Il ritorno di Magris all’attività concertistica ha trovato in Razz un compagno ideale, un interprete dotato di una visione che attraversa il bebop, la ricerca modale e le derive più libere dell’improvvisazione europea.
Il quartetto, completato da Karlo Ilić e Rajko Ergić, evidenzia un linguaggio che non si accontenta di sommare competenze individuali, ma allestisce una vera fucina espressiva in cui ogni intervento diventa parte di un disegno più ampio. La presenza di strumenti molteplici – dal pianoforte acustico alle tastiere, dal sax soprano al flauto, dall’oud alla chitarra elettrica – non genera dispersione, bensì un ventaglio di possibilità timbriche che il gruppo utilizza con misura, evitando ogni sovraccarico e privilegiando una chiarezza formale che permette alle idee di affiorare con nitidezza. La scrittura di Magris, sempre attenta all’ordine interno delle composizioni, dialoga con la visione di Razz, che affronta il materiale melodico con un approccio narrativo, quasi teatrale, atto a trasformare ciascuna frase in un gesto espressivo. Le pagine originali convivono con riletture di Coltrane, Shorter, Tyner, Sun Ra e Yusef Lateef, ma non come omaggi museali: i quattro sodali rileggono questi repertori secondo una logica di continuità, come se ogni tassello fosse un capitolo di un’unica storia sonora, trovando una collocazione naturale all’interno di un percorso che alterna slancio e contemplazione, densità e trasparenza, senza mai perdere coerenza. La qualità dell’interazione rappresenta uno degli elementi più significativi del progetto. Il pianoforte di Magris non assume mai un ruolo dominante, preferendo un dialogo continuo con il sax di Razz, che modella le linee melodiche con un controllo del suono che richiama la tradizione ma guarda costantemente oltre. Ilić ed Ergić formano una sezione ritmica di sorprendente elasticità: il primo alterna il contrabbasso all’oud con una naturalezza che amplia l’orizzonte timbrico del gruppo, mentre il secondo costruisce un tessuto percussivo che sostiene e allo stesso tempo stimola, innescando un movimento che aggiunge dinamismo alla prassi espositiva.
La pubblicazione per JMood Records rappresenta un momento significativo per la scena jazz croata, poiché sancisce l’ingresso di un ensemble locale nel catalogo di un’etichetta statunitense con una lunga tradizione di produzioni di alto profilo. Paul Collins, produttore e promotore del progetto, ha colto immediatamente le potenzialità di questa compagine, intuendo che la loro musica possiede una vitalità in grado di parlare a un pubblico internazionale. «In Action» non si limita a documentare un concerto o una sessione particolarmente riuscita: restituisce la fotografia di un line-up in piena maturazione, consapevole dei propri mezzi e desideroso di esplorare inediti territori di caccia. L’ascolto rivela una tensione creativa che non si esaurisce nella brillantezza tecnica, ma si manifesta nella capacità di costruire un discorso collettivo. Le improvvisazioni non si presentano come parentesi virtuosistiche, ma come estensioni naturali del materiale tematico, sviluppate secondo una procedura interna che richiama la forma-sonata più che la jam session. Il quartetto dimostra una padronanza rara nel modulare l’intensità, nel distribuire gli spazi, nel lasciare emergere il silenzio come parte integrante del discorso musicale. La dichiarazione di Razz – «mentre suono mi sento vivo, attivo, irradiato da un’energia positiva» – trova piena conferma nell’ascolto del disco. La sua idea di improvvisazione come stato psicofisico, come condizione di presenza totale, solca l’intero progetto e diventa la chiave per comprendere l’impatto comunicativo del gruppo. La relazione con il pubblico, evocata come scambio di vibrazioni, non è un elemento accessorio, ma la sostanza stessa del loro modo di fare musica.
L’avvio con «Some Other Blues» rivela subito la versatilità del quartetto. La pagina coltraniana viene affrontata con una chiarezza interpretativa che rifugge qualsiasi imitazione, privilegiando una lettura che mette in luce la mobilità interna del disegno tematico. Magris costruisce un itinerario pianistico che alterna frammenti ritmici frastagliati a linee più ampie, mentre Razz scolpisce il profilo melodico con un’articolazione che predilige la verticalità intervallare, quasi volesse indagare le pieghe modali del brano. Ilić ed Ergić sostengono l’insieme con una pulsazione flessibile, capace di trasformare il blues in un territorio in continua evoluzione. «In Umbra» apre un orizzonte più meditativo, in cui il sax di Razz assume una funzione narrativa di primo piano. La composizione procede come un percorso in chiaroscuro, con il pianoforte che interviene attraverso accordi distribuiti con cura, simili a pennellate che modellano la profondità dello spazio acustico. La sezione ritmica lavora su una sospensione attentamente calibrata, generando un ambiente che richiama certe esperienze del jazz europeo degli anni Settanta, reinterpretate attraverso una sensibilità attuale. «Source of Life» si presenta come un punto d’incontro fra impulsi diversi. La struttura collettiva consente ai quattro interpreti di muoversi in un ambito più aperto, dove la forma si espande e si ricompone attraverso episodi che alternano densità e trasparenze. Magris utilizza il pianoforte come un dispositivo armonico in costante mutazione, mentre Razz modella il timbro del sax con una duttilità che richiama la tradizione spiritual jazz. Ilić ed Ergić creano un paesaggio dinamico che sostiene e allo stesso tempo stimola, generando un moto interno che rende il brano imprevedibile. «Black Nile» di Wayne Shorter viene affrontato con una lucidità che mette in rilievo la complessità del suo impianto armonico. Il quartetto non si limita a riproporre la struttura originaria, ma la rilegge attraverso una serie di deviazioni sottili che trasformano il tema in un punto di partenza per un’indagine più ampia. Il pianoforte di Magris lavora su incastri ritmici che amplificano la tensione interna del brano, mentre Razz scolpisce la linea melodica con un controllo del suono che ne esalta la componente più enigmatica. «Double Matrix» introduce un raffinato gioco di riflessi fra pianoforte e c, con Ilić che assume una posizione più esposta delineando un percorso melodico che dialoga con le geometrie armoniche di Magris. Il brano procede come un intreccio di linee che si avvicinano e si allontanano, creando un tessuto sonoro che richiama certe esperienze della musica da camera contemporanea. «Il Mare a Fiume» rappresenta uno dei momenti più lirici dell’intero lavoro. Magris costruisce un paesaggio che alterna velature impressionistiche a improvvise increspature ritmiche, mentre Razz interviene con un fraseggio che predilige la cantabilità, trasformando il tema in una sorta di racconto evocativo. La sezione ritmica accompagna con una delicatezza che permette alla melodia di emergere con naturalezza. «You Taught My Heart To Sing» di McCoy Tyner viene interpretata con un rispetto profondo per la sua natura lirica, evitando però la semplice riproposizione. Magris lavora sulle sfumature dinamiche, mentre Razz modella la linea melodica con un vibrato controllato che ne esalta la componente più intima. Il risultato è una lettura che conserva la spiritualità dell’originale, filtrata attraverso una sensibilità europea. «Hill Of Illusions» apre un clima più rarefatto, quasi in bilico, in cui il quartetto lavora su un’idea di progressiva espansione del materiale tematico. Magris utilizza il pianoforte come un dispositivo armonico che si apre e si richiude, mentre Razz traccia linee che sembrano emergere dal silenzio. Ilić ed Ergić creano un fondale che alterna pulsazioni irregolari a momenti di quiete, generando un ambiente di grande suggestione. «The Plum Blossom» di Yusef Lateef rappresenta un omaggio alla tradizione orientale filtrata attraverso la poetica del gruppo. L’impiego dell’oud da parte di Ilić introduce una coloritura particolare, che dialoga con il pianoforte e il sax creando un tessuto sonoro di notevole fascino. Il brano procede come una meditazione, in cui ogni intervento sembra nascere da un ascolto attento e profondo.
«Spirits Of The Wild» apre il secondo volume con un’aura quasi rituale, come se il quartetto evocasse un paesaggio sonoro primordiale. Il sax di Razz emerge con un timbro che alterna asperità e morbidezze, mentre Magris costruisce un terreno armonico che si espande per gradi, lasciando affiorare risonanze inattese. Ilić ed Ergić non si limitano a sostenere, piuttosto modellano un corrente assertiva che dà al brano un carattere quasi sciamanico, trasformandolo in un viaggio attraverso stati sonori in continua mutazione. «Discipline 27-II», estratta dal cilindro magico di San Ra, introduce un’altra dimensione, più cosmica, in cui l’eredità sunriana viene filtrata attraverso una sensibilità europea. Il quartetto non imita, ma rielabora: Magris utilizza il pianoforte come un dispositivo che apre varchi armonici, mentre Razz articola linee che sembrano provenire da un altrove immaginario. La sezione ritmica lavora su micro-variazioni che creano un senso di instabilità controllata, come se il brano oscillasse fra ordine e dispersione, senza mai cadere nel caos. «Echoes From The Depths» si muove in un territorio più introspettivo, quasi sotterraneo. Il pianoforte procede per frammenti, come se scavasse nella materia sonora, mentre il sax emerge con un fraseggio che privilegia la sottrazione, lasciando che il silenzio diventi parte integrante del discorso. Ilić utilizza il contrabbasso con una cura timbrica che richiama la musica contemporanea, mentre Ergić interviene con tocchi percussivi che sembrano provenire da lontano, creando un clima di sospensione meditativa. La title-track, «In Action», rappresenta il cuore concettuale del progetto, dove il quartetto mostra la propria identità più autentica: un equilibrio fra rigore e spontaneità, fra struttura e apertura. Magris costruisce un percorso armonico che si sviluppa per accumulazioni successive, mentre Razz risponde con un fraseggio che alterna slancio e introspezione. Ilić ed Ergić danno forma a un movimento interno che non è semplice accompagnamento, ma una vera trama dinamica che sostiene e rilancia ogni gesto degli altri due interpreti. «Lanquidity» di San Ra, come dire nomen omen, introduce una dimensione più liquida, quasi ipnotica. Il quartetto lavora su un’idea di continuità fluida, con il sax che disegna linee sinuose e il pianoforte che interviene con accordi distribuiti come velature. La sezione ritmica crea un’onda regolare, mai invadente, che permette al brano di scorrere con naturalezza, trasformandolo in una sorta di meditazione in movimento. «Left Alone» di Mal Waldron porta il disco verso una dimensione più lirica. Magris affronta la pagina con un tocco che alterna delicatezza e profondità, mentre Razz modella la melodia con una voce che conserva la fragilità dell’originale, ma la arricchisce di sfumature personali. Ilić ed Ergić mantengono un profilo discreto, lasciando che la linea principale respiri e si espanda senza ostacoli. «A Means Antonia» introduce un carattere più narrativo, quasi cinematografico. Il tema si sviluppa come un racconto in progressione, con il sax che assume un ruolo quasi declamatorio e il pianoforte che costruisce un contrappunto discreto ma incisivo. La sezione ritmica lavora su un’idea di movimento circolare, creando un senso di continuità che accompagna l’intero brano. «You’ll See» porta una ventata di leggerezza, con un andamento più agile, quasi boogaloo, e una scrittura che permette ai quattro musicisti di giocare con il materiale tematico. Magris utilizza il pianoforte con una brillantezza che richiama certe pagine del jazz post-bellico, mentre Razz interviene con un fraseggio più luminoso, quasi sorridente. Ilić ed Ergić sostengono con una pulsazione vivace, trasformando il brano in un episodio di grande freschezza. «My Foolish Heart» chiude il percorso con una lettura che evita ogni sentimentalismo, preferendo una delicatezza controllata. Magris lavora sulle sfumature, distribuendo gli accordi con una cura quasi cameristica, mentre Razz affronta la melodia con una voce che conserva la sua fragilità originaria, ma la arricchisce di una maturità interpretativa evidente. La sezione ritmica rimane in punta di piedi, come se volesse custodire l’intimità del brano senza alterarne l’equilibrio.
«In Action» si presenta dunque come un progetto che unisce rigore e libertà, tradizione e ricerca, radici e movimento. La sua ricchezza non risiede soltanto nella varietà dei repertori o nella qualità delle esecuzioni, ma nella capacità di trasformare ogni brano in un’esperienza narrativa, in un viaggio che invita l’ascoltatore a entrare in un territorio in cui la forma non è mai rigida e l’espressione non risulta mai ornamentale. Il quartetto di Magris e Razz dimostra che il jazz europeo contemporaneo possiede una vitalità che merita attenzione, e che la sua forza nasce dalla capacità di coniugare identità locali e prospettive globali.

