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«Gary Burton & Keith Jarrett», pur considerato un album jazz-fusion, può essere apprezzato sia come musica da sottofondo, che modello per lo studio dell’improvvisazione e delle armonie divergenti. Burton e Jarrett mostrano una accurata sinergia, ma il piano si erge su tutti gli strumenti…

// di Francesco Cataldo Verrina //

Nell’album di Gary Burton & Keith Jarrettciò che risalta al primo impatto è una dimensione sonora perfettamente bilanciata tra tecnica espressiva e relazioni personali, con un dosaggio che sembrerebbe studiato a tavolino, ma che non altera la qualità complessiva dell’intero concept. Essendo una partita a quattro mani, con il sostegno di una sezione ritmica – oltremodo arricchita da un secondo strumento armonico come la chitarra – gli eccessi personali sembrerebbero banditi per contratto, nonostante ci siano alcuni passaggi in cui Jarrett non riesce a trattenere la propria esuberanza. Oltremodo l’album non compare nella discografia ufficiale di Keith Jarrett, almeno non viene conteggiato come un momento particolarmente rilevante per l’allora ventiseienne pianista di Allentown, ancora alla ricerca di una precisa collocazione nell’universo jazzistico e ben lontano dalla fama planetaria e dal successo commerciale del Concerto di Colonia: qui siamo nel marzo del 1971. Per contro, il disco viene considerato un tassello importante del catalogo musicale di Gary Burton, il quale compare come primo nome sulla copertina del disco. Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Jarrett non abbia mai amato più di tanto questo lavoro, considerato generalmente poca cosa, rispetto ai lavori che Burton fece con Chick Corea (pianista e rivale di Jarrett). La tiepida avventura di Burton – forse un tentativo – con Jarrett non è minimamente paragonabile alla magnificenza di «Crystal Silence», album pubblicato nell’aprile del 1973 dalla ECM a nome di Gary Burton & Chick Corea. Per non parlare delle successive collaborazioni tra il vibrafonista dell’Indiana ed il pianista italo-americano.

Ad ogni modo, Gary Burton & Keith Jarrett, pur considerato un album jazz, nell’accezione più larga del termine, può essere apprezzato sia come musica da sottofondo, che modello per lo studio dell’improvvisazione e delle armonie divergenti. Burton e Jarrett mostrano una accurata sinergia, ma il piano si erge su tutti gli strumenti, con una potenza espressiva che non lascia mai spazio alla staticità, nemmeno nei brani più lenti. Ad esempio, il dialogo tra Burton e Jarrett è bene evidenziato durante l’esecuzione di «In Your Quiet Place», lodevole per il contrasto tra dolcezza ed impeto, e per la sua intensa melodia, paragonabile ai momenti più riusciti del Modern Jazz Quartet. Ciononostante, si ha l’impressione che Jarrett abbia abdicato in parte a favore di Burton, al fine di non sovrastare il vibrafono. Del resto, il disco è stato etichettato più volte come musica da supermercato o come sottofondo ambientale. Jarrett è portatore sano di cinque dei sei brani contenuti dell’album, apponendo così al progetto la sua tipica impronta melodico-armonica. Tuttavia, il lavoro sostegno di Steve Swallow (basso) e Bill Goodwin (batteria), se paragonato a quello più sofisticato di Charlie Haden e Paul Motian nella tipica formazione di Jarrett, risulta eccessivamente scolastico etroppo prevedibile, soprattutto privo delle irregolarità che arricchivano il sound del quintetto storico jarrettiano. In certi momenti l’apertura pianistica è intensa prima di tornare alla delicatezza del lungo assolo. Talvolta Burton duetta sul sax soprano di Jarrett, ma tende al freak-out poco sensato. L’album nel complesso è gradevole, orecchiabile, ma a tratti vicino al pop-rock. Al netto della professionalità dei musicisti emerge qualche divergenza armoniche: piano, vibrafono e chitarra possono essere strumenti confluenti e compensatori, ma anche antitetici e conflittuali.

L’opener, «Grow Your Own», composto da Keith Jarrett, è un componimento ritmicamente vivace e brillante, dotato di uno spiccato senso di libertà e di una notevole inventiva da parte di tutti i musicisti, in cui il vibrafono di Burton e il pianoforte elettrico di Jarrett s’intersecano attraverso un dialogo ricco di cromatismi. La chitarra di Sam Brown ha un ruolo cruciale, aggiungendo dinamismo al sound complessivo. «Moonchild», brano più lento rispetto agli altri, possiede un’energia sotterranea che mantiene alta la tensione. L’interazione tra Burton e Jarrett è fluida e intensa, con il pianoforte che sostiene in vibrafono in un gioco di mutazioni sonore. L’atmosfera è suggestiva e malinconica, quasi onirica. «In Your Quiet Place» segue il criterio espositivo di «Moonchild», ma con una maggiore raffinatezza melodica. Il duetto tra Jarrett e Burton diventa il cuore pulsante dell’ordito sonoro, dove il pianoforte ed il vibrafono creano un’alcova intima e malinconica, perfetta per un ascolto rilassante, delicato ma incisivo, con un’alternanza tra momenti più soffusi e altri più decisi. Anche questa composizione rievoca la produzione del Modern Jazz Quartet per la sua struttura cameristica. «Como En Vietnam» è l’unico pezzo scritto dal bassista Steve Swallow. Interessante il connubio tra Burton e il sax soprano di Jarrett, che apporta una sonorità particolarmente inaspettata. Tuttavia, la parte finale appare poco coerente con il resto dell’architettura sonora, spezzando l’equilibrio creato inizialmente. «Fortune Smiles», forse il climax dell’incontro, è la perifrasi più sfaccettata dell’intero concept: inizia con una progressione pianistica senza accompagnamento, seguita da un assolo di vibrafono sostenuto dalla ritmica. Notevole il dispendio di neuroni nella sezione centrale, con una girandola di suoni che cede gradualmente il passo ad un finale più controllato e melodico. «The Raven Speaks» chiude l’album con un atteggiamento più vicino al rock, dove la chitarra di Brown in primo piano, dall’andatura vagamente poppish e cadenzata, conferma la componente catchy dell’intero lavoro. In fondo, «Gary Burton & Keith Jarrett», registrato, il 23 luglio 1970, presso gli A & R Recording Studios di New York, è un album fusion a tutti gli effetti di legge, una miscellanea ben dosata di jazz melodico, reminiscenze classiche ed influenze rock-pop, dove Jarrett e Burton tentano ripetutamente l’intesa, ma a volte la loro affinità, o il compromesso, rischia di rendere la musica troppo levigata ed a tratti leziosa. Nonostante i momenti prevedibili, ci sono passaggi di autentica vivacità ed immediatezza, con Sam Brown che aggiunge costantemente un prezioso elemento di spontaneità.

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