Bobby Watson con «Quiet As It’s Kept»: elementare, Watson! (Red Records, 1998)
«As It’s Kept» è una frase idiomatica afroamericana che, tradotta in italiano, significa «Sia detto tra noi» (la più comune), «Anche se non se ne parla», o «Per quanto sia un segreto». Una sorta di confidenza sussurrata che crea un legame tra due persone.
// di Marcello Marinelli //
Ho dovuto subire lo smacco da parte di un caro amico romano, trapiantato da tantissimi anni in Estremadura in Spagna, che mi ha fatto conoscere un negozio di dischi a Roma: trattasi del Radiation Records, un negozio del Pigneto, uno dei quartieri più vivaci della capitale. Ovviamente è stato uno smacco gradito; magari tutti gli smacchi fossero di questo tenore. Entro e c’è un gran ben di Dio. (Scusa Dio se Ti ho nominato invano, ma sarai d’accordo con me che è meglio nominarti in ambito musicale che in ambito di guerre; in quel caso sei veramente nominato invano, anzi, sei nominato a sproposito).
Mi concentro sui CD perché ho voglia di acquistare molta musica e i CD, rispetto ai Long Playing, sono più a buon mercato. Comincio a scartabellare senza nulla di prestabilito, come si faceva negli anni Settanta: si acquistava a scatola chiusa lasciandosi trasportare dalle suggestioni e dai nomi che si conoscevano, senza però sapere nel dettaglio ciò che stava dentro un disco. Ovviamente i dischi che bisognava avere si avevano; parlo della galassia infinita di registrazioni di cui si sapeva poco. Ancora adesso, sebbene potrei ascoltare prima i dischi che compro, mi fido del mio istinto e del nome, ripercorrendo da questo punto di vista i formidabili anni ’70. Il titolo «Quiet As It’s Kept» è una frase idiomatica afroamericana che, tradotta in italiano, significa «Sia detto tra noi» (la più comune), «Anche se non se ne parla», o «Per quanto sia un segreto». Una sorta di confidenza sussurrata che crea un legame tra due persone. È anche l’incipit del primo romanzo della scrittrice afroamericana Toni Morrison, The Bluest Eye del 1970. Visto che Toni Morrison ha scritto anche un libro intitolato Jazz, ho immaginato che il sassofonista abbia omaggiato la scrittrice Premio Nobel per la letteratura. Non ho prova di questo collegamento, ma mi piace immaginare che sia così.
Se così fosse, c’è anche un nesso con il clima musicale che si respira nel disco: molto intimo, sussurrato, sottovoce, lontano dal furore hard bop. Ci siamo sentiti telefonicamente con il sassofonista che mi ha chiesto: «Come ti è sembrato il mood del disco?». Io gli ho risposto: «Elementare Watson, elementare». Ovviamente il mio colloquio telefonico è inventato, era per fare la battuta sul suo cognome, ma quell’elementare, nel senso di tranquillo, chill, fa il paio con easy dal mio punto di vista. Easy listening? Sì, ma non nel senso negativo che questa accezione ha comportato nel tempo, come musica banale, da sottofondo, inespressiva o superficiale: la muzak. Originariamente, Muzak era il nome di un’azienda americana (fondata negli anni ’20) che produceva musica di sottofondo per luoghi pubblici. Col tempo è diventato sinonimo di quella che in Italia chiamiamo musica da ascensore. Quindi il peggio del peggio, anche se negli anni ’70 era pure il nome di una famosa rivista musicale, per niente banale. Come ogni altro termine, lo spessore semantico è vasto. Se togliamo il significato storico negativo, non avrei difficoltà a definire easy listening questo disco: easy come Fluidità, non come Banalità. Io non ho niente contro la musica d’ascensore o dei non luoghi se la musica è di spessore. A Tokyo, una delle città più musicali al mondo, gli altoparlanti di un grande centro commerciale mandavano Sonny Rollins come musica di sottofondo; quindi non è detto che la musica d’ambiente sia sempre di scarsa qualità. Io stesso la uso spesso così: non sarebbe male ascoltare Ballads di John Coltrane mentre faccio la spesa. Amo insonorizzare con musica di qualità i miei momenti dedicati anche ad altro.
Chiarito il possibile equivoco sulla definizione easy, mi immergo nella musica del CD. Il primo brano è a nome di Orrin Evans, il pianista, che si concede anche un pregevole assolo. Inizia con un’introduzione di Curtis Lundy, il contrabbassista, e poi il leader si lancia su un tempo mosso ma ultra rilassato, come io interpreto il relax. Anche Greg Skaff, il chitarrista, partecipa con un bell’assolo alla festa di inizio album. Ralph Peterson alla batteria e Marlon Simon completano la formazione del primo brano, ‘Looking In Your Eyes’. «Guardando nei tuoi occhi vedo te e la mia immagine riflessa e non posso che dedicarti un brano», deve aver pensato Orrin Evans nella composizione. ‘Always A friend’, a firma del leader come la maggior parte dei brani del disco, è giocato sull’interplay tra il suono del sax e quello della chitarra. Il brano è languido, nel senso buono del termine: lento, malinconico, tenue, accentua la caratteristica chill dell’album. Il sassofonista omaggia con un bel fraseggio il valore dell’amicizia. ‘Afternoon In Ottobrun (For Manfred and Dorothee)’ è dedicato a Manfred Scheffner, lo storico curatore e distributore tedesco di Monaco di Baviera, e a sua moglie. Manfred era la testa di ponte tra le etichette indipendenti europee e il mercato statunitense; la Red Records di Sergio Veschi ha sempre avuto un rapporto privilegiato con lui. Scheffner è anche l’autore della Bielefelder Katalog Jazz, l’enciclopedia che catalogava ogni singolo disco jazz in commercio. È incredibile come Monaco sia stata un crocevia del jazz in Europa con etichette come ECM, Enja, MPS o ACT. Il brano lento sembra evocare i pomeriggi a Ottobrunn, dove il sassofonista passava il tempo tra un concerto e l’altro. Compare nel brano anche la moglie di Bobby, Pamela Watson, che con dei vocalizzi alla Tania Maria (spero l’accostamento non sia troppo arbitrario) contribuisce a rendere seducente questo pezzo. ‘Just For today’, a nome del batterista Ralph Peterson, continua con questa atmosfera musicale in penombra. Un’altra ballad dai toni pacati e sentimentali dove il sassofonista esprime il suo lato più romantico. Particolare menzione all’accompagnamento del contrabbasso di Curtis Lundy, al solo di Orrin Evans e alla discrezione del compositore-drummer. Suona tutto molto delicato e ispirato. Con ‘Back Home Again With You’ il ritmo si muove leggermente, ma sempre su binari di raccoglimento. Qui si celebra il ritorno a casa e ai legami familiari. Il sax di Watson racconta questa felicità. Certo, la musica strumentale non ha parole, ma nelle linee del solo del leader e di Greg Skaff odo questa gioia. Il bello della musica è che ognuno proietta se stesso, interpretando un’idea che nessuno può smentire perché le emozioni sono imperscrutabili. ‘Watch The Children Play’, con lo stesso andamento, sembra quasi una filastrocca dedicata ai bambini che vengono osservati; un girotondo musicale, chissà se alla fine andranno tutti giù per terra.
In ‘Quiet As It’s Kept’, che dà il titolo al disco, il ritmo si fa più incalzante e fa la sua apparizione il trombettista Terell Stafford, che espone il tema all’unisono con il leader. È stata una piacevole scoperta. Il suono con sordina della sua tromba è assai gradevole e si divide la scena con il leader; la ritmica fa il suo lavoro in maniera egregia e tutto funziona a meraviglia. ‘Nubian Breakdown’ è un gran bel brano mosso dedicato al crollo del Regno di Nubia, una delle più antiche civiltà africane. Forse è il pezzo del disco che mi piace di più. Il torpore pomeridiano sembra passato e il clima si fa più incandescente. La tromba si disfa della sordina e il suono si apre. Inizia la girandola degli assoli: Greg Skaff dà il meglio di sé supportato dagli accordi efficaci di Orrin Evans, poi il turno dell’ottimo Stafford e infine del leader, in uno degli assoli più ispirati. Il brano finisce con un assolo collettivo, degno finale. ‘Nantsu-no-ko’ è un pezzo tradizionale giapponese arrangiato dal sassofonista, che qui usa il soprano in coppia con la tromba. Inizia lento, poi il beat mosso prende il sopravvento in una scansione tipicamente swing di hardboppiana memoria. ‘Concentric Circles’ (cerchi concentrici), il penultimo brano, è a firma della già citata Pamela Watson con il leader che suona ancora il sax soprano. Ottimo e abbondante, come il rancio in caserma, il lavoro alla batteria di Ralph Peterson, che fa da sfondo alle scorribande solistiche come ‘Cerchi concentrici’ del leader e di Orrin Evans al piano. E come un cerchio concentrico, il disco si conclude con un piccolo frammento sonoro, ‘Interlude (to Be Continued…)’, a nome del batterista, che sfoggia un rapido momento solista. I cerchi concentrici sono figure geometriche che condividono lo stesso centro ma hanno raggi differenti; spero che, anche se i nostri raggi possono essere diversi, possiamo condividere lo stesso centro. «Quiet As It’s Kept» (detto tra noi), spero che le mie parole in fuga non vi abbiano annoiato nel mio vagabondaggio errante.

