Claudio Fasoli: l’architettura del soffio e della vibrazione, il by-play speculare nel disegno armonico di «Duology (SNJ, 2012)

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«Duology» s’afferma come una testimonianza ineludibile della capacità del jazz di rigenerarsi attraverso il confronto con il silenzio e la memoria, consegnandoci un’impalcatura timbrica che permane nello spazio della coscienza ben oltre l’ultimo soffio nell’ancia o l’ultima vibrazione della corda.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il rigore analitico che presiede alla genesi di «Duology», opera scaturita dall’incontro tra il magistero di Claudio Fasoli e il solido impianto strumentale di Luca Garlaschelli, s’iscrive in una tradizione estetica che elegge il duo a luogo d’elezione per una spoliazione semantica definitiva. La scelta di tale formato, lungi dal rappresentare una semplificazione organica, risponde alla necessità di indagare l’essenza della relazione sonora, dove la sottrazione di elementi armonici pianistici o percussivi costringe i due sodali a una responsabilità espressiva totale. In questo quadro formale, la fisionomia del suono s’articola mediante un procedimento di reciproca alimentazione, in virtù del quale la monodia del sax e l’ordito del contrabbasso convergono verso un centro gravitazionale acustico di rara densità speculativa.

La letteratura jazzistica ha spesso guardato al binomio sax-contrabbasso come a una sfida alla gravità strutturale, rintracciando in illustri precedenti la giustificazione di una simile nudità. Si pensi alle storiche incisioni di Lee Konitz con Red Mitchell o alla severità intellettuale che permeava il dialogo tra Archie Shepp ed Niels-Henning Ørsted Pedersen in «Looking At Bird». Tuttavia, laddove quegli esempi storici cercavano sovente di colmare l’assenza del piano attraverso un’ipertrofia ritmica o melodica, Fasoli e Garlaschelli preferiscono abitare il vuoto, trasformando la lacuna armonica in uno spazio di indagine filosofica. L’andamento sintattico di «Duology» non cerca di simulare una pienezza artificiale, ma valorizza la trasparenza di una trama sonora in cui ogni silenzio acquista una funzione strutturale precisa. Il concetto di by-play, inteso come azione cinetica costante e riflesso biunivoco tra gli esecutori, affiora in questa pagina musicale come il motore immobile della narrazione. Non si tratta di un semplice alternarsi di soli e accompagnamenti, ma di una mutua compenetrazione in cui il basso di Garlaschelli non si limita ad elargire il battito, piuttosto propone frammenti melodici, risonanze e tensioni che il sassofono di Fasoli recepisce e rielabora istantaneamente. Tale interazione speculare sposta il baricentro dell’effetto sonoro verso un punto d’intersezione mediano, una sorta di terzo elemento immateriale che scaturisce dalla vibrazione congiunta dei due legni. In questa prospettiva, la composizione si modella in tempo reale, facendo leva su una sensibilità intuitiva che trasforma la prassi improvvisativa in un modulo di architettura timbrica istantanea.

Claudio Fasoli, alternando il tenore ed il soprano, conferma una fisionomia linguistica di estrema nobiltà, caratterizzata da un’emissione che rifugge ogni asprezza per privilegiare una velatura acustica soffusa ed elegante. Al tenore, il musicista veneziano delinea traiettorie fraseologiche che s’ispirano a una cantabilità asciutta, quasi scultorea, in cui la selezione degli intervalli rimanda a una conoscenza profonda delle strutture dodecafoniche e delle serie armoniche. Al soprano, d’altro canto, il profilo acustico si fa più incisivo, quasi filiforme, permettendo al respiro di insinuarsi tra le maglie larghe del contrabbasso con una precisione chirurgica. Risulta evidente come il suo tratto espressivo sia il risultato di una sedimentazione culturale che sa far dialogare la tradizione afroamericana con le istanze della musica colta europea del Novecento, evocando atmosfere che ricordano la rarefazione di un Anton Webern o le sospensioni liriche di un Paul Motian. Luca Garlaschelli, dal canto suo, si segnala quale costruttore di spazi acustici di straordinaria solidità. Il suo intervento non è mai meramente ancillare, ma si connota per un’autonomia discorsiva che s’integra perfettamente nel disegno armonico complessivo. Facendo ricorso a un uso sapiente dell’arco ed a un pizzicato ricco di armonici, il contrabbassista crea un ambiente sonoro entro il quale le linee di Fasoli possono fluttuare in un equilibrio instabile ma coerente. La sua abilità nel modulare il colore sonoro dello strumento permette di variare la ricchezza del portato motivico senza mai appesantirlo, garantendo quella fluidità che è condizione necessaria per la riuscita di un progetto cameristico di tale natura. Il dialogo tra i due s’alimenta di allusioni, accenni e riprese, in un gioco di rimandi che ricorda la tecnica contrappuntistica della fuga, sebbene trasportata in un ambito di assoluta libertà esecutiva.

L’impianto compositivo di «Duology» s’articola lungo un percorso che evita la prevedibilità del tema-assolo-tema, preferendo una struttura intercalare in cui l’invenzione tematica emerge gradualmente dal tessuto dell’improvvisazione. Questa scelta metodologica permette di mantenere una tensione costante, poiché l’ascoltatore si trova immerso in un torrente continuo di idee musicali che si trasformano l’una nell’altra. La ricaduta al centro dell’effetto sonoro, menzionata in precedenza, si manifesta proprio nel momento in cui le due voci s’annullano vicendevolmente per dare vita a un’unità superiore, dove non è più possibile distinguere tra il generatore del ritmo ed il portatore della melodia. Si realizza così una sorta di scultura sonora cinetica, un organismo vivente che respira all’unisono e che trova la propria giustificazione nella coerenza implicita dell’atteggiamento. In questo lavoro discografico, la fisionomia del suono acquista una qualità traslucida, quasi metafisica. La connessione con le arti visive s’impone alla mente dell’analista: la musica di Fasoli e Garlaschelli sembra riflettere le geometrie essenziali di un Alberto Magnelli o le modulazioni cromatiche di un Giorgio Morandi, dove la ripetizione del soggetto diventa pretesto per un’indagine infinita sulle variazioni della luce e della forma. Non v’è spazio per l’enfasi o per il gesto gratuito; ogni nota è pesata e ciascun silenzio risulta misurato con la precisione di un orafo che lavora su una materia preziosa e fragile. L’orizzonte linguistico di «Duology» si pone come un’oasi di resistenza intellettuale in un’epoca di saturazione acustica, riaffermando il valore dell’ascolto profondo e della concentrazione.

Sulla scorta di queste premesse, il disco sancisce un vertice della maturità espressiva per entrambi i musicisti. Claudio Fasoli, con la consueta accortezza stilistica, evita di sovraccaricare il discorso, lasciando che la bellezza intrinseca del suono parli da sé. Luca Garlaschelli, coadiuvato da una tecnica raffinata e da una sensibilità ricettiva fuori dal comune, si conferma l’interlocutore ideale per questo viaggio ai confini della monodia. La fisionomia del suono che scaturisce da questa interazione costante s’allontana dalle consuetudini del genere per abbracciare una dimensione puramente artistica, in cui il tempo musicale s’espande e si contrae secondo le necessità del pensiero. Questa pagina musicale rimanda a una concezione dell’arte come esercizio spirituale, un atto di fede nella capacità della musica di rivelare verità nascoste attraverso la vibrazione dell’aria e del legno. Fasoli e Garlaschelli ci offrono una lezione di etica strumentale, dimostrando che la vera forza non risiede nell’accumulo, ma nella capacità di far risuonare l’essenziale, in un’aura fonica che permane nella memoria dell’ascoltatore ben oltre la fine dell’ultima vibrazione delle corde o dell’ultimo soffio nell’ancia.

L’esegesi di «Duology» si schiude con la rilettura di «How Insensitive» di Antônio Carlos Jobim, dove il celebre andamento cromatico discendente s’ammanta di una spettralità austera, priva di compiacimento esotico. In questo episodio sonoro, il contrabbasso di Garlaschelli non si limita a scandire il tempo, ma propone un’indagine sulle risonanze gravi che s’unisce al soffio del sassofono in un’unità inscindibile, trasformando la bossa nova in una meditazione sulla perdita e sull’assenza. La successiva «Long Ago And Far Away» si sostanzia come un atto di decostruzione dell’American Songbook; la struttura di Jerome Kern viene scomposta e riassemblata sulla scorta di un ordine interno che privilegia l’essenzialità del profilo acustico rispetto alla linearità melodica. Il dialogo tra i due sodali dipana mediante un by-play costante, in cui il tema s’affaccia tra le maglie larghe dell’improvvisazione quasi fosse un ricordo lontano, mentre il disegno armonico del fiato s’ispira a una libertà tonale che sfida la memoria dell’ascoltatore. La medesima sensibilità ricettiva s’osserva in «Dear Old Stockholm», pagina musicale in cui la radice popolare svedese s’ammorbidisce in una geometria timbrica che rimanda alle atmosfere nordiche, ma con una calore espressivo che rifugge la freddezza del minimalismo stereotipato. La fisionomia del suono, in questo brano, acquista una qualità traslucida, dove il pizzicato del basso delinea spazi acustici entro i quali il sax di Fasoli può fluttuare con eleganza e rigore. Con «Una Nuova Primavera», la penna di Luca Garlaschelli enuncia un lirismo pudico ed interiormente espressivo; l’impianto compositivo si regge su una scrittura che privilegia la chiarezza sintattica, permettendo al duo di sondare una narrazione che s’avvicina alla sensibilità della musica cameristica europea. Risulta evidente come il contributo autoriale del contrabbassista non si ponga in posizione subalterna, piuttosto s’affermi come un pilastro strutturale di pari dignità rispetto alla visione del leader. In netta contrapposizione, «Kod» s’ispira alla brevità aforistica tipica di Claudio Fasoli, una pagina in cui l’opulenza delle tensioni s’accumula in pochi minuti di estrema concentrazione materica. L’andamento sintattico s’interrompe e si riannoda in virtù di una ratio modulare che ricorda certe sperimentazioni del secondo Novecento, dove il silenzio acquista un peso specifico pari a quello del suono prodotto.

Il tributo a una figura probabilmente cara alla poetica del basso si manifesta in «Mr. Luis», componimento in cui la scansione ritmica s’innesca con maggiore vigore, permettendo alla formazione di mostrare una versatilità di scrittura che non teme il confronto con il battito pulsante della tradizione. Qui, il by-play tra i due musicisti s’accende di una vitalità differente, meno diradata e più legata alla fisicità dello strumento, pur mantenendo quell’accortezza formale che impedisce ogni deriva virtuosistica fine a se stessa. Segue «Hair», altra gemma del catalogo fasoliano, in cui la trama espressiva s’impreziosisce di velature acustiche complesse; la traiettoria fraseologica del sassofono percorre intervalli inusuali, mentre il contrabbasso modella il sostegno accordale mediante un uso sapiente delle armoniche superiori, generando un’aura fonica di straordinaria suggestione. L’assetto narrativo del disco prosegue con «Il Romanzo Di Aldo», altra firma di Garlaschelli che si distingue per una qualità quasi letteraria del procedimento. In questo episodio, la melodia si dirama lungo un tracciato che evoca immagini e situazioni non dichiarate, invitando l’ascoltatore a una partecipazione emotiva che s’alimenta della purezza del colore sonoro. Il respiro del sassofono s’unisce alla vibrazione del legno in un equilibrio instabile ma coerente, dimostrando come la riduzione organica del duo possa farsi orchestra in virtù della sola intelligenza distributiva delle voci. La chiusura è affidata a «Invitation» di Bronisław Kaper, uno standard segnato da una complessità armonica intrinseca che, nel solco di questo progetto, viene riletta con una lucidità analitica impeccabile. La tensione drammatica dell’impianto originale s’ammanta di un’inedita fisionomia sonora, meno densa ma più ricca di sottintesi, concludendo l’opera con un atto di fede nella potenza del dialogo strumentale.

L’analisi di queste nove stazioni sonore rivela un ordine interno basato sulla reciproca stima e sulla volontà di non occupare mai tutto l’aria disponibile. Ogni nota prodotta da Claudio Fasoli e Luca Garlaschelli risponde a un pensiero legato all’economia dei segni che è sinonimo di somma maturità artistica, dove la ricaduta al centro dell’effetto sonoro non è mai un incidente, ma il risultato di una progettualità consapevole ed accorta. Sulla base di tale consapevolezza, «Duology» s’afferma come una testimonianza ineludibile della capacità del jazz di rigenerarsi attraverso il confronto con il silenzio e la memoria, consegnandoci un’impalcatura timbrica che permane nello spazio della coscienza ben oltre l’ultimo soffio nell’ancia o l’ultima vibrazione della corda.

Claudio Fasoli

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