La spiritualità al potere: John Coltrane con «Crescent» (Impulse!, 1964)
Citando testualmente una frase dell’arcivescovo King «Se non sei felice, non stai ascoltando abbastanza Coltrane!», e questa è una frase meravigliosa e una delle più belle frasi all’indirizzo di un musicista, forse la più bella.
// di Marcello Marinelli //
Con lo scorso Natale ho ricevuto un regalo dalle mie figlie che io stesso avevo suggerito. Quale migliore occasione di questa per celebrare una festa religiosa con un disco spirituale? Purtroppo, oggi religione e spiritualità non coincidono più; è esattamente per questo motivo che non professo alcuna religione, nonostante il Natale cristiano. Ovviamente sono battezzato, ho ricevuto alcuni sacramenti e ho frequentato la parrocchia da piccolo, ma professare una fede specifica e portare all’esasperazione il concetto identitario di una religione non solo non porta concordia, ma semina discordia, come dimostrano le guerre di religione e i conflitti intestini tra rami di uno stesso credo. Purtroppo le chiese, nella loro struttura gerarchica di organizzazioni, perdono spesso di vista la spiritualità per adagiarsi su concetti legati alla materialità, alle tradizioni della liturgia, ai precetti dei testi sacri o alle cerimonie rituali. La spiritualità – ovvero la ricerca di un significato più profondo della nostra esistenza, la connessione con l’universo, la percezione della trascendenza – è una dimensione individuale. È proprio questa dimensione ad interessarmi dell’afflato religioso: quella parte di religiosità ancora legata al lato spirituale dell’essere.
Con la musica di John Coltrane, o almeno con una parte rilevante del suo lavoro, sperimento a livello musicale esattamente questo concetto. Questa spiritualità sonora mi fa stare bene, mi eleva oltre le miserie umane e, almeno per la durata dell’ascolto, stabilisco connessioni con il divino, con il «Dio-Universo». Se dovessi esprimermi sul concetto di Dio, sarei molto vicino al pensiero di Baruch Spinoza, per cui Dio coincide con la natura, con l’universo, con la totalità delle cose esistenti. Per le sue idee, il celebre filosofo olandese fu scomunicato dalla comunità ebraica nel lontano 1656 e considerato un terribile eretico; lo sarebbe stato probabilmente per ognuna delle grandi religioni che egli indagò e studiò in profondità. Io coltivo il trascendente musicale e con Coltrane accedo direttamente al divino o, meglio, mi concedo questa illusione.
Il disco inizia con il brano omonimo, «Crescent» (Mezzaluna). Il titolo potrebbe far riferimento al simbolo dell’Islam o alla struttura ciclica dell’album, che inizia con un pezzo solenne, aumenta in intensità e finisce in diminuendo, richiamando le fasi lunari. Precedentemente Coltrane era sposato con Naima, fervente musulmana, che lo introdusse allo studio dell’Islam; tuttavia il sassofonista non si convertì mai ufficialmente, sebbene compagni stretti come McCoy Tyner lo fecero. Coltrane, pur influenzato, pensava in termini universalistici. Il brano inizia con quel tono solenne tipico della «preghiera in musica»: io, che non prego mai, partecipo emotivamente entusiasta a questa invocazione, immergendomi nei meandri di queste note mistiche. Dopo la solennità iniziale, però, si incunea un ritmo 4/4 a medio tempo: si torna al profano in un continuo rimpallo tra sacro e quotidiano. Elvin Jones, McCoy Tyner e Jimmy Garrison forgiano quel sound originale del quartetto in ogni sua manifestazione. Dopo un assolo misurato per energia e libertà armonica, si ritorna all’evocazione solenne del Dio Universo. «Wise One» (Il saggio) fa da tramite tra gli umani e il divino. È una ballad dal suono ancestrale che viene da mondi lontani e si proietta verso luoghi sconosciuti, brandelli di eternità cosmica. Il tema è struggente e i musicisti coadiuvano delicatamente gli umori interplanetari del leader. McCoy Tyner ricama trame sonore senza eccedere in virtuosismi, delicato come una carezza su un corpo nudo. Il sound è raffinato e introspettivo; anche Garrison e Jones partecipano discretamente a questa danza dei mondi. Il pezzo si muove appena nel ritmo, rimanendo nell’ambito della grazia, per finire poi come era iniziato: con lo sguardo rivolto al cielo in segno di gratitudine. Con «Bessie’s Blues», dedicato alla grande Bessie Smith, si torna sulla terra e sul terreno del blues da cui tutto ebbe inizio. Qui il profano prende il sopravvento per il principio dell’alternanza, perché l’essenza del tutto è il cerchio che racchiude gli opposti, come nello Yin e lo Yang. È uno swing da paura, con Tyner che dà un contributo magistrale all’economia dell’ensemble e la sezione ritmica che sostiene con precisione il battito afroamericano dei primordi. «Lonnie’s Lament» è uno dei brani più belli mai scritti dal sassofonista. In genere i lamenti sono fastidiosi perché richiamano il dolore, ma li accettiamo come espressione di un’umanità sofferente. Quelli che non sopporto sono i lamenti di chi non ha nulla di cui dolersi, i lamenti inutili che ti spingono a pensare: «Ma che c’avrà da lamentasse?». Poi però c’è un lamento come questo, che non disturba ma ti innalza. In quel momento fai pace con te stesso e con l’universo; tocchi le nuvole e raggiungi sfere inimmaginabili dove cielo e terra si fondono nell’istante infinito. Dopo aver esposto il tema, Coltrane lascia spazio ai compagni. Il ritmo si fa più mosso, Tyner esegue un assolo ispirato e Garrison si ritaglia uno spazio di meditazione in solitudine, prima che il quartetto riprenda il tema celestiale iniziale. Il disco si chiude con «The Drum Thing». Inizia con una nenia malinconica in trio (senza pianoforte) dove Coltrane, dopo aver sussurrato frasi d’amore, lascia sola la sezione ritmica. Il contrabbasso fa da sfondo all’assolo di Elvin Jones, che poi resta solo in un momento di grande energia percussiva. Alla fine del solo, ricompare Coltrane per riprendere il motivo iniziale in decrescendo, decretando la fine del ciclo come una luna che cala.
La cosa stupefacente è che in questa seconda metà del disco Coltrane non esegue alcun assolo, limitandosi all’esposizione del tema. È un caso quasi unico nella storia del jazz: un leader all’apice del successo che decide di tacere per far parlare gli altri. Pare che questi ultimi brani fossero ispirati a poesie che Coltrane scriveva per la seconda moglie Alice; questo spiega l’atmosfera narrativa e parlata del sax. A testimonianza della sua forza spirituale, a San Francisco è stata fondata la Saint John Will-I-Am Coltrane African Orthodox Church, dove il jazz è liturgia. Fondata da Franzo King e sua moglie Marina nel 1967 dopo la morte del sassofonista. La coppia aveva assistito nel 1965 a un concerto da vivo del sassofonista al Jazz Workshop di San Francisco. Vennero folgorati sulla via di Damasco e considerarono quel concerto il loro battesimo sonoro. Dapprima la chiesa cristiana ortodossa venerava il sassofonista come una divinità (incarnazione di Dio) ma ci furono ostacoli considerarlo tale da parte della chiesa ortodossa africana e quindi venne considerato solo come santo patrono della congregazione.
Non era venerato come un dio ma considerato un tramite verso Dio, un uomo e un musicista in missione per conto di Dio come nella celebre farse tratta dalla celebre e indimenticabile pellicola «Blues Brothers». Praticamente la messa, che si celebra in un luogo che non è una vera e propria chiesa nella struttura, è una jam session spirituale dove ai fedeli non è richiesta nessuna prova di fede della congregazione. I fedeli vengono invitati a portare lo strumento e vengono eseguiti i brani di John Coltrane tra un sermone e l’altro, un vero e proprio happening che può durare anche tre ore. Viene celebrata praticamente la felicità attraverso il suono e di conseguenza l’avvicinamento al divino. Citando testualmente una frase dell’arcivescovo King «Se non sei felice, non stai ascoltando abbastanza Coltrane!» e questa è una frase meravigliosa e una delle più belle frasi all’indirizzo di un musicista, forse la più bella. Nelle cerimonie musicali della congregazione il testo sacro, ovvero il disco sacro è «A Love Supreme» considerato la bibbia musicale e quindi il disco più suonato, disco che il sassofonista registrò pochi mesi dopo e uno dei suoi dischi più iconici. Che dire dopo quest’orgia di divino e spiritualità, dopo aver sperimentato un amore supremo? La messa è finita, andate in pace. (Se potete).

