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«Icon» promulga un trattato jazzistico di ragguardevole pregnanza, un’esemplare dimostrazione di come il jazz possa evolversi e rinnovarsi, pur mantenendo intatta la sua nemesi espressiva.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Icon», pubblicato nel 1998, nasce dall’interazione fra tre figure di rilievo del jazz italiano: Enrico Rava, Claudio Fasoli e Franco D’Andrea. L’opera si attesta come un raffinato scandaglio delle possibilità espressive del jazz post-moderno, dove l’improvvisazione, elemento cardine del genere, si alimenta attraverso una compliance esecutiva strutturata e dinamica. L’album fu registrato nel novembre 1996 presso il Movin’ Studio, situato al 70 di Via Montecchia, a Saccolongo in provincia di Padova, luogo assai rinomato all’epoca per l’attrezzatura all’avanguardia e per aver ospitato numerosi artisti di spicco.

Il triunvirato composto da Enrico Rava, Claudio Fasoli e Franco D’Andrea si distinse per l’abilità nel saper ruotare intorno al nucleo gravitazionale di un concetto plurale, senza sacrificare l’inventiva individuale. Rava, tromba e flicorno, era noto per essere latore di un’aura fonica attenuata e lirica, nonché versatile nel delineare uno spettro emotivo alquanto flessibile. La sua tecnica, sorretta da un fraseggio melodico non gorgheggiante – alimentata sovente da una sensazione di malinconia e tesa a sondare gli anfratti non convenzionali del sistema armonico, attraverso l’uso di scale modali – garantì una approccio che non solo arricchì le sue fughe improvvisative, ma stabilì un un vero e proprio prontuario dialogico con i due sodali, generando frizioni risolte con modalità inaspettate. Claudio Fasoli, sax tenore e soprano, introdusse una versatilità timbrica che gli consentiva di passare da toni più temperati e melodici a suoni più diretti e mirati. La sua abilità nel controllare la distribuzione delle pause e nel giocare con le dinamiche gli permise di dare vita a un ordito tematico che si annodò con il portato di Rava, propedeutico a un confronto vivace e stimolante. Fasoli, particolarmente abile nel districarsi nelle paludi delle armonie ingarbugliate, innescò un serie di contrappunti che corroborarono ulteriormente il plot narrativo. Franco D’Andrea, al pianoforte, divenne l’architrave del trio. La sua procedura strumentale, puntellata da un uso innovativo degli spazi e da un ricco ventaglio di voicings, spaziò dal jazz contemporaneo alle influenze classiche. Il pianista alternò momenti di potente escavazione emotiva a passaggi più risolutivi, distillando soluzioni accordali diversificate, atte a supportare e pungolare l’improvvisazione dei due compagni di viaggio. L’attitudine di D’Andrea a tessere armonie divergenti permise a Rava e Fasoli di scandagliare liberamente il parenchima sonoro, mentre con diteggiatura delicata, ma incisiva, aggiunse profondità e opulenza all’iterazione rituale del trio.

L’interplay deve essere valutato come l’elemento distintivo di un’opera che Musica Jazz, in una più recente edizione (2017) allegata alla rivista, definì: «un capolavoro perduto del jazz italiano». In effetti, parliamo di uno di quei concept di grana finissima che, per inspiegabili motivi, sembrava fosse sparito dai radar. L’interazione non fu solo una semplice sovrapposizione di stili, ma un vero e proprio opificio proattivo, dove ogni strumento s’integrò perfettamente con gli altri. Rava, con le sue linee melodiche evocative, sposò il fraseggio incisivo di Fasoli, mentre D’Andrea garantì un supporto armonico che arricchì l’intera imbastitura formale e sostanziale. Lo scambio costante di spunti e suggerimenti delle singole parti ingenerò una conurbazione quasi telepatica, dove ogni attante sulla scena rispose e si adattò alle proposte altrui, dando vita a un sincretismo di tipo olistico. L’analisi dei singoli episodi dell’album evidenzia un’abissale conoscenza delle tradizioni jazzistiche, con influenze che spaziano dal bebop al free jazz, filtrate attraverso una sensibilità squisitamente europea. L’uso sapiente degli spazi, la ricerca timbrica e la versatilità nel conformare atmosfere evocative conferiscono all’album una dimensione quasi cinematografica.

«On Cue» apre il percorso con un gesto asciutto, quasi un richiamo d’avvio che mette subito in evidenza la qualità dell’ascolto reciproco. Rava affiora con un colore sonoro smussato, Fasoli risponde con un inciso calibrato, mentre D’Andrea dispone accordi spezzati che creano un reticolo armonico mobile. L’episodio non cerca un tema compiuto, preferendo una serie di segnali che stabiliscono la grammatica relazionale del trio, un terreno in cui ogni intervento prepara il successivo e definisce la mobilità del discorso. «Apples» amplia il raggio d’azione con un andamento elastico. Fasoli delinea una linea sinuosa costruita su intervalli ampi, Rava inserisce frasi brevi che si insinuano tra le pieghe del sax, mentre D’Andrea modella un impianto compositivo che alterna voicing aperti a cluster più compatti. L’evoluzione procede per micro-variazioni, come se i tre stessero attraversando un paesaggio in trasformazione continua, con deviazioni improvvise e ritorni inattesi. «Two Colors», sancisce un esempio magistrale di come distribuire tensione e rilascio attraverso armonie non convenzionali. L’introduzione presenta accordi estesi e sostituzioni cromatiche che emettono un senso di ambiguità tonale. L’interplay risulta sottile. Rava e Fasoli conversano mediante un gettito tematico che sembrano parlare il medesimo idioma, seppure con differenti accenti. Entrambi evitano le cadenze tradizionali, mentre D’Andrea fornisce un tappeto armonico che fluttua, anticipando o ritardando le risoluzioni. Si noti l’uso di intervalli dissonanti che vengono poi risolti in modo inaspettato, diramando un senso di sorpresa e di immersione emotiva. La title-track, «Icon», diviene il cuore pulsante dell’album, dove l’interplay raggiunge il suo apice. La struttura apparentemente più sedimentata risulta segnata da cambi di tempo e di mood, mentre gli spunti accordali includono variazioni audaci e modi che si discostano dal centro tonale. L’interscambio si manifesta in una vera e propria conversazione amicale: assoli che s’intersecano e sezioni di contrappunto tra i fiati, mentre il pianoforte di D’Andrea non si appaga in un comping tradizionale, ma partecipa attivamente all’intelaiatura melodica e accordale, talvolta quasi come un terzo strumento a fiato. Affiorano momenti di improvvisazione collettiva, dove i confini tra solista e accompagnatore sfumano in dissolvenza.

«L’Age Mür» tende ad una maggiore liricità, ma non per questo manca di sottigliezze armoniche. L’uso di progressioni circolari fa appello a stati d’animo specifici, con un’enfasi su accordi di settima maggiore o nona, finalizzati a conferire un tocco sognante e brunito. L’interplay si fa più contemplativo: gli assoli di Rava, in particolare, appaiono segnati da un fraseggio melodico che si adagia sulle armonie, facendo germinare un flusso continuo ed avvolgente. Fasoli dispensa contrappunti più morbidi, mentre D’Andrea utilizza voicing più aperti e risonanti. «Esteem» introduce un approccio più ritmico e giocoso con un’articolazione più marcata degli accordi e ritmi sincopati che suggellano un senso di propulsione. L’assetto relazionale collettivo diventa più cinetico e mirato ed una reazione più immediata dei singoli. Le sezioni improvvisative risultano più brevi ed assertive, con scambi rapidi ed un senso di reciproca stimolazione. D’Andrea utilizza pattern ritmici più definiti, fungendo da motore termico per gli interventi dei fiati. Con la conclusiva «Evening» riemerge un’atmosfera più introspettiva e vaporizzata, tra spazi sonori ampi, accordi diluiti e dissonanze che si disintegrano lentamente. L’interplay sembrerebbe ridotto all’essenziale, focalizzato sulla qualità del suono e sulla comunicazione estetica, fatto di lunghe note tenute, silenzi carichi di significato e uno ricambio di ruoli estremamente misurato, dove ogni nota assume un peso specifico. Il pianoforte di D’Andrea con pochi accordi sparsi, configura un senso di inquieta solitudine e di calibrato languore. «Theme For Jessica» rappresenta il momento più melodicamente definito. Rava espone un tema ampio, segnato da una curva discendente che si apre poi in un arco ascendente di grande eleganza. Fasoli costruisce un controcanto discreto, quasi un’ombra che segue il movimento principale, mentre D’Andrea sostiene il tutto con accordi di nona e undicesima lasciati risuonare con generosità. L’episodio assume il carattere di una meditazione condivisa, dove la continuità del respiro prevale sulla ricerca della sorpresa. «Monti Pallidi» fotografa un paesaggio più rarefatto. Fasoli secerne un fraseggio disteso che richiama la verticalità di una cresta rocciosa, Rava interviene con note isolate che misurano la distanza tra i suoni, mentre D’Andrea costruisce un impianto armonico basato su quarte e quinte, evocando ampiezza e luminosità fredda. L’interplay procede con lentezza, lasciando che ogni gesto trovi il proprio tempo di sedimentazione, mentre il silenzio diventa parte integrante della struttura. «Alua» sposta l’attenzione verso un territorio più mobile. D’Andrea avvia l’episodio con un pattern irregolare che crea instabilità controllata, Fasoli e Rava tracciano traiettorie che si sfiorano senza sovrapporsi, al punto che l’interazione si sviluppa mediante una serie di micro-sollecitazioni che modificano costantemente la direzione del discorso. L’atmosfera risulta più astratta, con un uso marcato delle dissonanze e delle sovrapposizioni intervallari, come se il trio stesse esplorando una zona di confine in cui la forma nasce in tempo reale. La reprise conclusiva di «On Cue» fa appello al materiale iniziale, ma lo riformula in modo essenziale. Rava e Fasoli riducono il fraseggio a pochi segni, D’Andrea lascia cadere accordi isolati che creano una dissolvenza lenta, così il ritorno del titolo iniziale conferisce all’album una cornice circolare. Il discorso non cerca una chiusura risolutiva, preferendo un allontanamento progressivo che suggerisce la continuità del dialogo oltre il perimetro del disco.

L’esperienza in trio Rava, Fasoli e D’Andrea attesta un esempio paradigmatico di come differenti componenti timbriche ed armoniche possano avvitarsi in un interscambio fitto e sinuoso al contempo. La loro capacità di comunicare attraverso un preciso codice espressivo, unita ad un’acclarata comprensione dell’ortografia jazzistica, sancisce un lavoro che apporta un contributo significativo al panorama del jazz dell’ultimo scorcio del Novecento. Rava, con il suo inconfondibile lirismo, imprime un’impronta distintiva, mentre Fasoli, con la sua tecnica mercuriale, dialoga con il trombettista in un’alternanza di virtuosismi e momenti di penetrante introspezione. Dal canto sui D’Andrea, esegeta dell’armonia, cuce una velatura acustica filtrante, presidiata da un solido substrato ritmico. In definitiva, «Icon» promulga un trattato jazzistico di ragguardevole pregnanza, un’esemplare dimostrazione di come il jazz possa evolversi e rinnovarsi, pur mantenendo intatta la sua nemesi espressiva. Di certo, l’album, ancora attualissimo, meriterebbe un posto di rilievo nella vetrina espositiva dei tre musicisti e nel panorama del jazz contemporaneo. Ciononostante il disco risulta introvabile nella sua veste originale. Si consiglia a qualche produttore discografico di acquisirne i diritti, rimasterizzarlo e farne un’edizione in vinile.

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