«Episod» del Claudio Fasoli Gammatrio: l’estetica rarefatta e la libertà del tempo sospeso (Velut Luna, 2005)
«Episod» concima un fertile terreno germinativo, dove la partitura del sassofonista veneziano si annoda all’inventiva dei sodali, producendo un humus musicale che accende l’immaginazione, invitando ad un ascolto attento, meditativo, quasi terapeutico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Claudio Fasoli rappresenta una delle figure più autorevoli del jazz europeo, protagonista di una traiettoria che dagli anni settanta – con l’esperienza fondativa del Perigeo accanto a Franco D’Andrea e altri interpreti di solida formazione – si è sviluppata in una costante esplorazione idiomatica e sulla scorta di moduli espressivi molteplici. La sua attività, nutrita da decine di incisioni e da una reiterata ricerca fonica, ha delineato un percorso che allinea rigore compositivo e libertà improvvisativa, sempre nel segno di una sensibilità musicale eloquente e multitematica. «Episod», registrato nel 2005 presso il Magister Studio e pubblicato da Velut Luna, si attesta in posizione apicale nel lineage di una proiezione perlustrativa che il sassofonista porta avanti da decenni con coerenza e rigore. La formazione, ridotta all’essenziale, affida al sax tenore e soprano di Fasoli, al trombone di Rudy Migliardi ed al pianoforte di Paolo Birro un ordito sonoro privo di sezione ritmica tradizionale, ma non per questo impoverito. La scelta di un trio senza contrabbasso e batteria consente scandagli multidirezionali ed una concentrazione timbrica che diventano il vero fulcro dell’opera.
«Episod» s’inserisce in sistema operativo che Claudio Fasoli ha perseguito anche in altre occasioni, quando ha scelto di rinunciare alla presenza di basso e batteria per concentrare l’attenzione sulla trama fonica dei fiati e sul sostegno armonico del pianoforte. In queste compagini ridotte, la mancanza della pulsazione regolare non genera vuoto, ma apre un campo di possibilità dove la densità del discorso musicale si affida all’attitudine dei solisti nel saper tessere relazioni dirette, modulando tensioni e rilassamenti con un senso di equilibrio che rimanda agli esperimenti precedenti. Così come era accaduto in lavori analoghi, Fasoli dimensiona un ambiente sonoro in cui la fuga improvvisativa si fonde con la scrittura, mentre la continuità del flusso nasce dall’intersecarsi delle voci, senza mai cadere in frammentazioni episodiche. La scelta di un trio privo di ritmica diventa quindi un atto di coerenza estetica, un modo per ribadire che la forza del jazz non risiede soltanto nella scansione del tempo, ma nella capacità di convertire l’assenza in un meccanismo gestativo, dove ogni progressione melodica trova sostegno e risonanza nell’altra.La relazione fra i fiati, sostenuta e talvolta incorniciata dalle reiterazioni pianistiche, produce un ambiente acustico sospeso, dove la linearità delle frasi si alterna a velature più fredde e distaccate. Fasoli, al soprano, raggiunge una fisionomia del suono particolarmente incisiva, capace di delineare figure melodiche sottili e penetranti, mentre al tenore predilige un registro più meditativo. Migliardi, dotato di una sensibilità che trasforma il trombone in strumento lirico, pennella il colore fonico con accenti che ricordano la duttilità del flicorno, toccando punte di espressività interiormente variegata. Birro, con il suo Steinway D 274, modella un pianismo classicheggiante, ma mai accademico, dove la trama espressiva si rivela immaginativa, capace di evocare atmosfere divise tra eleganza cameristica ed improvvisazione jazzistica. Le composizioni di Fasoli, tutte originali, oscillano fra pagine calde e comunicative, nelle quali si avverte un’eco del Perigeo, e strutture più eteree, in cui la dimensione contemplativa prevale. La mancanza di una ritmica non si percepisce come limite, bensì come occasione per un lirismo che si affida alla duttilità dei due solisti principali ed alla capacità del pianoforte di sostenere e rilanciare il discorso armonico. L’intero lavoro si dirama nel riflesso di un immaginario che non cerca la spettacolarità, ma piuttosto la concentrazione e la profondità.
L’apertura con «Côte d’Azur» fotografa la luminosità di un paesaggio mediterraneo, dove il sax di Fasoli si muove come un raggio di luce che attraversa la superficie, mentre il pianoforte di Birro emana ombre e riflessi, creando un contrasto che ricorda le cromie nette di un dipinto di Nicolas de Staël. «Nostalgia» si sviluppa come un ritratto in bianco e nero, con il trombone di Migliardi che aggiunge profondità e sfumature, quasi fosse un dettaglio caravaggesco, mentre il sax di Fasoli perfora la pellicola con tratti sottili e incisivi. In «Prime» la partitura si avvicina alla logica della fotografia astratta, in cui gli intrecci melodici non descrivono, ma suggeriscono, come nelle geometrie di un’opera di Ellsworth Kelly, dove il colore sonoro diventa forma pura. «Compline» richiama atmosfere sacrali, a tratti asimmetriche, con il pianoforte che allestisce uno spazio architettonico simile ad una navata gotica, mentre i fiati che vi si muovono come figure scolpite nella luce; la composizione assume la qualità di una fotografia a lunga esposizione, in cui il tempo si dilata ed ogni dettaglio si imprime con intensità. «Afton» si fissa nel riflesso di uno scenario nordico, con tonalità fredde e rarefatte che rimandano alle fotografie di Roni Horn, capaci di trasformare l’acqua ed il ghiaccio in materia contemplativa. «Baron Rouge» introduce una dimensione più gestuale, con il trombone che plasma il suono come un segno pittorico di Cy Twombly ed il sax che ne segue le tracce, dando vita ad un dialogo che mostra la forza di un graffito urbano. «Orizzonti» si dischiude come una fotografia panoramica, dove la linea melodica si estende senza confini ed il pianoforte aggiunge velature che ricordano le trasparenze di Gerhard Richter, con la musica che diventa pittura sfocata, sospesa tra figurazione ed astrazione. «L’âme du vin» si estrinseca invece nel gesto di un ritratto espressionista, in cui il trombone di Migliardi assume la funzione di pennellata intensa, mentre il sax di Fasoli ne amplifica la vibrazione, dispensando un’immagine sonora che potrebbe appartenere a un quadro di Kokoschka. «Episod», traccia eponima, raccoglie e sedimenta tutte queste suggestioni, diventando una sorta di installazione sonora, dove ogni strumento diviene parte di un habitat percettivo, simile a un’opera di Anselm Kiefer, tesa a fondere materia, memoria ed immaginazione.
In Alcuni suoi dischi, come «Next» (2021) e «Hasard» (2024), pur con organici differenti, mostrano la stessa tensione verso un tessuto sonoro che rinuncia alla scansione regolare di basso e batteria per privilegiare la relazione diretta tra fiati, pianoforte e chitarra. Con «Next» (2021) Fasoli affida il discorso musicale al sasofono, alla chitarra elettrica e all’elettronica di Simone Massaron, con il contrabbasso di Tito Mangialajo Rantzer e la batteria di Stefano Grasso. Pur includendo strumenti ritmici, l’album si distingue per una metodologia che tende a dissolvere la funzione tradizionale della retroguardia ritmica, in cui il contrabbasso e la batteria non scandiscono regolarmente, bensì partecipano alla costruzione di un ambiente sonoro vaporizzato, dove la linearità del sax sposa le velature del cordofono. In tal senso, «Next» condivide con «Episod» la volontà di sottrarre la musica alla pulsazione regolare, trasformando il tempo in materia elastica ed aperta. In «Hasard» (2024), il sassofonista veneziano segue la stessa logica, accentuando la dimensione sperimentale. La chitarra e gli effetti elettronici di Massaron, insieme al contrabbasso e alla batteria, non svolgono un ruolo di sostegno ritmico, bensì di tessitura acustica. Ne scaturisce un paesaggio sonoro privo di contorni netti, dove la voce di Fasoli si sposta agilmente, trovando appoggio non in una percussione regolare, ma in un intreccio di timbri e di colori. L’analogia con «Episod» emerge nella scelta di privilegiare la relazione fra strumenti melodici e armonici, piuttosto che la tradizionale dialettica fra solisti e sezione ritmica. Ciascuno dei lavori citati rivela una diversa modalità di traslare il silenzio in sedimento creativo. Tale effetto, in «Episod», affiora attraverso la concentrazione cameristica, in «Next» avviene mediante la dissoluzione della funzione ritmica ed in «Hasard» facendo leva sulla multidimensionalità elettronica. Il filo che li lega è la volontà di reinventare la forma, sebbene le differenze emergano nel modo in cui il tempo viene trattato: ora come respiro interno, ora come materia elastica, ora come atmosfera diffusa. A conti fatti, «Episod» concima un fertile terreno germinativo, dove la partitura del sassofonista veneziano si annoda all’inventiva dei sodali, producendo un humus musicale che accende l’immaginazione, invitando ad un ascolto attento, meditativo, quasi terapeutico. La qualità della registrazione, curata con precisione tecnica, restituisce la chiarezza delle linee e la delicatezza delle sfumature, rendendo ogni episodio sonoro un frammento di indagine e di poesia.

