Unknown

Gli album elettrici di Miles Davis non potevano non influenzare anche i lavori di uno dei suoi allievi prediletti che ha seguito le orme del suo mentore cercando una via originale.

// di Marcello Marinelli //

«In Thrust We Trust», o meglio tradotto al singolare «nella spinta funky io credo». Non vorrei essere blasfemo, lungi da me l’idea di sostituire Dio al Funk, è solo una licenza poetica, i credenti non me ne vogliano, massimo rispetto per tutti gli dei, nessuno escluso. Era il lontano 1974 e Herbie Hancock in vena di prendersi una pausa dai classici stilemi hard bop per immergersi nel jazz elettrico. Io che aperto alle contaminazioni che non sono altro, come un vagabondo qualsiasi, alla svolta elettrica di gran parte dei musicisti jazz sono sempre stato sensibile e non ho mai vissuto come un tradimento degli ideali puri del jazz classico, il jazz innervato di strumenti elettrici e una scansione diversa dal solito. Diciamo che in me convivono più anime che non vedo in contraddizione tra loro. Qualcuno le vedrà in contraddizione, massimo rispetto per chi non è d’accordo, io, però sono un’anima libera, ‘l’anima de li mejio mortacci mia’, scusate il gergo pesante ma era per ribadire il concetto di intransigenza contro tutte le intransigenze. Non è che sono così, mi disegnano così, come Jessica Rabbit.

«Palm Grease» inizia con una scansione funky: ladies and gentleman, alla batteria c’è Mike Clark, a cui si aggiungono dopo qualche battuta le percussioni di Bill Summers e gli accordi di Herbie Hancock al piano elettrico Hohner D6. Si aggiunge il basso elettrico di Paul Jackson che sostiene il ritmo con una cavata possente. Poi fa la sua entrata il riff del grande Bennie Maupin con il sax tenore che ha uno strano effetto sul suono, una sorta di autotune ante-litteram, forse un delay che ritarda il suono producendo una variante elettrica al suono acustico, una bella variante come la variante di valico dell’appennino tosco emiliano. Ai riff del sax tenore Bennie Maupin aggiunge la voce del sax soprano al naturale, le magie della sala d’incisione non essendo Bennie Maupin, come Roland Kirk, capace di suonare tre sassofoni contemporaneamente. Poi in sassofonista comincia un assolo scarno sul tappeto sonoro che i rimanenti compagni di merenda intessono come trame chiare e non oscure, ma non sono complottisti dell’ultima ora. Il sound è collettivo, reminiscenza inconsapevole della vecchia scuola sovietica, tra il collettivismo del magma sonoro emerge l’assolo al piano Fender Rhodes del leader. Ha sempre il suo porco fascino il suono del piano elettrico Fender Rhodes, ora abbastanza in disuso, ovviamente nessun confronto gerarchico con l’impareggiabile piano acustico. Diciamo che è un’aggiunta alla tavolozza musicale di chi suona le tastiere, per chi ha voglia di aggiungere colori diversi, in questo caso quasi doverosa l’aggiunta visto il contesto elettrico e non acustico. Non voglio disquisire sul primato dell’acustico sull’elettrico o viceversa, sono due cose diverse, usate in contesti musicali diversi. «Actual proof” (Prova effettiva) è il secondo brano della facciata A inizia veloce con il drumming veloce, possente e spigoloso di Mike Clark e l’accompagnamento vigoroso al basso di Paul Jackson, il brano si snoda con i ritmi funky che poi si mischiano con quelli più marcatamente jazzistici, ma forse ho preso un abbaglio, odo jazz dove non c’è. È la «Prova effettiva” del mio delirio o dell’impossibilità di definire con precisione i confini tra i generi. Lo stesso batterista che qualcuno ha definito il Tony Williams del funk si considerava invece un batterista jazz, vattelappesca sulle convinzioni stilistiche di ognuno. Il brano si snoda prevalentemente in trio con Herbie Hancock che fa fumare il suo piano Fender e i suoi vari synth che alterna o suona contemporaneamente. Solo ‘a ‘na certa’, verso la fine del brano compare il suono del flauto di Bennie Maupin che si esibisce in un solo compatibile con l’atmosfera indiavolata del gruppo.

La facciata B inizia con il mio brano preferito del disco «Butterfly» (Farfalla). Mi sembra di vedere il movimento della farfalla con questo ritmo soft, un’onomatopea musicale del battito di ali, così mi dice il mio orecchio fantasioso. Un ritmo che parecchi gruppi in seguito successivamente hanno fatto proprio, mi viene in mente «Smooth operator» di Sade, ma potrei aver avuto un colpo di calore, comunque un suono in anticipo sui tempi. Un brano suonato in surplace, medium tempo, il tema è accattivante eseguito da Bennie Maupin al clarinetto basso. Non dite che non vi piace il suono del clarinetto basso e questo pezzo perché potrei uccidere, scherzo ovviamente, al massimo mi potrei uccidere per la delusione, forse è troppo anche questo, faccio a meno del suicidio e rimango solo con la delusione. Poi Bennie Maupin imbocca il sax soprano o forse il saxello e fa un bell’assolo sul battito di ali, che gli altri componenti del gruppo hanno contribuito a rendere musicale. Speciale menzione alle percussioni di Bill Summers che aggiungono colore significativo alla ritmica. Herbie Hancock usa tutto il suo armamentario di tastiere come tappeto ma non ci nasconde la polvere sotto e inizia un bel assolo di piano Fender molto ispirato. Il brano finisce con l’esposizione del tema iniziale che ci riporta a bomba ma senza esplosioni di membra. «Spank A Lee” chiude il disco ed è l’unico brano di Herbie Hancock firmato insieme a Bill Summers e Paul Jackson mentre gli altri sono composti dal leader in solitaria. Un funky tirato dove spicca l’assolo al sax tenore di Bennie Maupin. Qui il sound ricorda quello di qualche disco di Jaco Pastorius successivo di qualche anno a questo album. Gli album elettrici di Miles Davis non potevano non influenzare anche i lavori di uno dei suoi allievi prediletti che ha seguito le orme del suo mentore cercando una via originale. Le vie del funk, come quelle del Signore sono lastricate di buoni intenzioni e non voletemene se le mie buone intenzioni hanno cozzato contro il muro del jazz senza se e senza ma, ma queste «Head Hunters” (Cacciatori di teste) forse, dico forse, richiedevano qualche se e qualche ma.

Herie Hancock

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *