Modern Standards Supergroup: Roma, Casa del Jazz, 17 marzo 2024
// di Roberto Biasco //
Molta attesa alla Casa del Jazz per questa formazione che, vista la limitata capienza della sala della Casa del Jazz, si è esibita nel corso di due set domenicali tra pomeriggio e sera. Chiariamo subito che l’appellativo di “Supergruppo”, alla luce di quanto visto ed ascoltato, risulta quantomai appropriato, sebbene la fama dei singoli componenti, almeno presso il grande pubblico, appare di gran lunga inferiore alla caratura artistica degli stessi. Il progetto è nato pochi anni fa dall’iniziativa del pianista danese Niels Lan Doky (classe 1963), nato a Copenaghen e poi trasferitosi in America dove, dopo la laurea al Berklee College, e grazie anche alla spinta iniziale da parte del suo mentore, il leggendario contrabbassista Niels Henning Oersted Pedersen (N.H.O.P.), vanta un lungo e prestigioso curriculum artistico, avendo collaborato con il gotha della scena newyorkese con Randy Brecker, Bob Berg, John Scofield, ed in trio con Jack DeJonhette e Alvin Queen.
L’idea di Lan Doky è stata semplice: come sempre accaduto nella storia del Jazz, i musicisti prendono a prestito le canzoni e i motivi di successo della musica popolare per rileggerli e trasformarli nell’ottica del linguaggio Jazzistico. La novità, non priva di rischi, sta però nell’attingere non più al classico repertorio del raffinato “songbook” americano degli anni quaranta e cinquanta, ma andando a pescare tra la più recente produzione rock, soul e pop, a partire dalla rivoluzione rock degli anni sessanta-settanta fino ad oggi. Non si tratta di una novità assoluta, molti artisti negli ultimi anni si sono rivolti a quel repertorio, con risultati non sempre esaltanti, ma anche con esiti eccellenti, basti ricordare la recente rivisitazione dei Beatles da parte di Brad Mehldau. Per affrontare questo progetto Lan Doky è andato a cercare dei musicisti che, fermo restando la propria matrice Jazzistica, si fossero “sporcati le mani” con collaborazioni esterne anche nel mare magnum della musica “di intrattenimento”.
A leggere il curriculum dei due veterani della formazione – il batterista Harvey Mason, classe 1947 ed il sassofonista Ernie Watts, classe 1945 – c’è da rimanere esterrefatti dalla quantità e qualità dei dischi e delle collaborazioni inanellate a partire dagli anni Sessanta fino ad oggi. Solo per sintetizzare al massimo, basti ricordare che Harvey Mason ha suonato a lungo nelle maggiori formazioni Jazz-Rock e fusion a partire dagli Headhunters di Herbie Hancock, mentre Ernie Watts, che vanta all’attivo una ventina di album a proprio nome, oltre ad essere stato solista di punta nel celebrato Quartet West di Charlie Haden, ha partecipato, tanto per dire, all’incisione di Let’s Get It On di Marvin Gaye, per poi andare in tour con i Rolling Stones nei primi anni ottanta. E proprio questi ultimi sono il trait d’union con Darryl Jones (classe 1961), che, dopo aver suonato con prima con Miles Davis, e poi con Sting negli anni ottanta, da oltre trent’anni ha sostituito il riservato Bill Wyman nel ruolo di bassista degli Stones, e pur non essendo membro effettivo del gruppo, è da sempre colonna portante della crew di supporto della band.
Dunque proprio gli uomini giusti per un progetto di “Modern Standards”, nel quale le rielaborazioni si alternano ai brani originali. Il concerto non a caso si apre con la rivisitazione di un brano di Prince, seguito a ruota da un inedito a firma di Niels Lan Doky. Al terzo brano solo l’annuncio iniziale ci permette di riconoscere a stento Wonderwall degli Oasis. Dopo una ballad condotta magistralmente dal sassofono di Ernie Watts arriva la rilettura, con nuovo arrangiamento, di Chameleon, brano di apertura del famoso Head Hunters di Herbie Hancock, nel quale il fenomenale Harvey Mason la fa da padrone con un drive impressionante nella gestione di tempi e controtempi tra cimbali e tamburi. E proprio l’atmosfera generale e l’approccio pianistico di Lan Doky rimandano ai migliori gruppi di Herbie Hancock, un “modern mainsrtream” perfettamente calibrato ed attuale, allo stesso tempo compatto e flessibile nelle aperture, condotto con assoluta maestria dai singoli componenti della formazione.
Tra questi merita davvero una menzione d’onore il sassofonista Ernie Watts, che mostra da subito una voce forte ed autorevole, originale e perfettamente riconoscibile, allo stesso tempo grintosa ed impeccabile nel fraseggio e capace di esprimersi in tutte le sottigliezze interpretative dello strumento. Un autentico Maestro che avrebbe certamente meritato maggior fama e visibilità di quella fin qui ottenuta in una pur lunga ed eccellente carriera. Il concerto prosegue con una singolare versione di Dancing Barefoot di Patti Smith sostenuta da un groove trascinante, per poi volgere al termine con un brano di Barry White. Il bis, reclamato a gran voce dal pubblico, ci regala la sorpresa di un brano di Darryl Jones scritto in omaggio all’amico pianista Kenny Kirkland, scomparso prematuramente nel 1998. La morbidezza del tocco e la cantabilità del fraseggio di Darryl Jones al basso elettrico colpiscono sin dalla cadenza introduttiva, mentre il finale, con un duetto in solitaria tra sax e basso, ci regala il momento più emozionante del concerto. In conclusione un concerto eccellente con un autentico “supergruppo” che vi consigliamo caldamente di non farvi sfuggire nelle prossime uscite in Italia.
- Ernie Watts – Tenor Sax;
- Niels Lan Doky – Piano, Tastiere;
- Darryl Jones: Basso elettrico;
- Harvey Mason: Batteria

