«Il jazz è un corpo estraneo». Guido Michelone a colloquio con Marcello Piras

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Marcello Piras

// di Guido Michelone //

Avevamo lasciato Marcello Piras, lo scorso gennaio, con una potente intervista in cui faceva i con ti con la storia del jazz, suscitando dubbi e perplessità da parte dei lettori di Doppio Jazz, che sono critici, musicisti, studiosi, fan, collezionisti. Dal momento che alcuni di loro mi hanno contattato personalmente – anche in privato – per chiedere delucidazioni su alcun i punti, ho girato le richieste al diretto interessato. E Marcello Piras non si è scansato, anzi ha risposto subito al mio colloquio, dove lo invito a commentare o approfondire sei frasi – che diventano sei distinte domande – estrapolate dalle precedente intervista, perché sono le parole che hanno suscitato le maggiori reazioni da parte di chi segue costantemente il Web Magazine.

  1. Sono qui perché qui posso studiare ciò che è avvenuto prima del jazz e che non è la storia che comunemente si crede.
  2. Penso quindi che oggi il jazz come espressione artistica e culturale sia molto meno un prodotto degli Stati Uniti di quanto finora si sia creduto.
  3. Gli Stati Uniti hanno posto soprattutto limiti al linguaggio del jazz.
  4. Credo che sia fondamentalmente un prodotto d’importazione che gli Stati Uniti hanno ricevuto dai Caraibi con un altro nome, con altri ritmi e hanno poi adattato al contesto americano; e questo adattamento è stato, per molti versi, più una limitazione e una censura che non un arricchimento.
  5. Ormai considero il jazz come una sorta di corpo estraneo nella storia musicale degli Stati Uniti. La storia musicale degli Stati Uniti è un’altra: in essa il minstrel show di metà Ottocento si ricollega in modo perfettamente logico al rock della seconda metà del Novecento.
  6. Il jazz sta nel mezzo ed è come un meteorite piovuto da Marte. Gli americani non lo hanno creato, lo hanno subìto, spesso senza capirlo.

Marcello Piras:

«Come l’altra volta rispondo a voce alle domande che mi hai scritto. Anche se sono sei domande sono tutte concentrate su un unico aspetto, di fatto sono sei sfaccettature dello stesso problema. Io sono in Messico perché posso studiare qui ciò che è avvenuto prima del jazz e che non è la storia che comunemente si crede. Questo è ciò che ho detto e lo confermo: esiste una storia canonizzata del jazz secondo cui i precedenti del jazz vanno cercati negli Stati Uniti e sono quelli che tutti conoscono, cioè il minstrel show, gli spiritual, eccetera, in particolare questa sorta di evento mitico che è la musica che c’era nelle piantagioni, nei canti degli schiavi e così via. Tutte queste cose sono esistite, ma non hanno portato al jazz, se non per alcuni dettagli, ad esempio il passaggio del banjo al jazz ha a che fare effettivamente con la storia degli Stati Uniti, anche se nemmeno il banjo è nato negli Stati Uniti; il banjo è creato nelle colonie olandesi d’America due-tre secoli prima del jazz.

Il fatto è che la storia plurisecolare, che produce infine il jazz come risultato conclusivo, si svolge tutta fuori dagli Stati Uniti. Non è una cosa che si possa ridurre a una frase. È un’intera storia di secoli, poi probabilmente nel 1898 – questa è almeno la mia convinzione – questo prodotto che non ha ancora un nome sbarca a New Orleans, qui viene modificato, assume alcuni tratti statunitensi, e dopo un po’ riceve anche il nome di jazz, ma tutta la storia precedente avviene tutta all’infuori degli Stati Uniti.

Questo è anche il risultato di mie scoperte, ma anche di studi che sono avvenuti qui in America Latina: si tratti di eventi, personaggi, storie, sviluppi che sono perlopiù del tutto ignoti agli appassionati di jazz. Quindi gli appassionati di jazz possono dire tutte le opinioni che vogliono, ma non sanno che cos’è che ho in mano, lo sanno quelli che si iscrivono ai miei corsi, io poi faccio questo lavoro per mangiare, quindi non posso regalare gratis le cose che io insegno come professore. Chi desidera venire a lezione da me può farlo, io ho anche un corso di Storia della Musica delle Americhe che è disponibile per chiunque lo voglia – basta che se lo compri – dove si spiegano tutte queste cose.

Una volta che uno ha saputo tutto da questa sequenza di eventi storici, allora si rende conto che il jazz in realtà ha tutta una serie di caratteri che non si sono formati negli Stati Uniti perché negli Stati Uniti di storia ce ne sta un’altra che non avrebbe potuto mai e poi mai portare al jazz come risultato. Ma siccome poi il jazz è finito appunto come un meteorite nel territorio degli Stati Uniti, a quel punto gli Stati Uniti lo hanno adattato a se stessi. In che modo? Come ho detto, ponendogli soprattutto limiti, cioè lo hanno trasformato in una procedura da applicarsi alle canzoni. Perché? Perché per la mentalità anglosassone ereditata dall’Inghilterra la musica si riduce a canzone; e questa mentalità è quella che hanno anche molti ascoltatori di jazz, i quali non percepiscono le strutture che sono più complesse di quelle a livello del giro armonico.

Riassumendo quindi il jazz è il prodotto di una sequenza di eventi che si è verificata a partire dalla seconda metà del 1400, che ha portato alla definizione di un linguaggio musicale con certe caratteristiche alla fine dell’Ottocento. Questo linguaggio musicale è stato poi catapultato negli Stati Uniti e qui è stato modificato, adattato e chiamato jazz. Ma siccome questo è rimasto sostanzialmente un corpo estraneo rispetto alle tradizioni musicali degli Stati Uniti, che non hanno prodotto il jazz, bensì hanno prodotto la musica country, gli Americani hanno convissuto a disagio con il jazz e oggi praticamente lo hanno del tutto messo da parte, anche se chi è del nostro ambiente magari tende ancora a informarsi sull’ultimo musicista americano, eccetera, eccetera; però le statistiche relative alla distribuzione del pubblico danno per il jazz oggi negli Stati Uniti cifre che non sono quelle dell’epoca di Benny Goodman, sono cifre con ‘zero virgola’, simili se non addirittura identiche a quelle della musica classica, cioè il jazz interessa all’0,2, 0,3% della popolazione americana e quindi è stato messo da parte.

E l’operazione di metterlo da parte è stata un’operazione che ha richiesto molto tempo; è cominciata negli anni Sessanta: e questa è un’altra storia che andrebbe raccontata, anch’essa con tanto di documentazione, eccetera, eccetera. Invece se noi togliamo il jazz dalla storia degli Stati Uniti e ricolleghiamo direttamente il minstrel show al rock, ci rendiamo conto che c’è piena continuità: il rock conserva molti dei tratti caratteristici del minstrel show. Il jazz sta in mezzo e appunto è un corpo estraneo. Però per capire tutto questo bisogna conoscere tutta la quantità di eventi e personaggi, eccetera, che non si trovano nell’attualità, che si trovano in fonti storiche molte delle quali sono fonti di musica scritta e quindi sono fuori dalle conoscenze dell’appassionato di jazz».

Marcello Piras
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