«Music Around The Clarinet» del Nico Gori 6tet: quando il clarinetto racconta (Egea Records, 2026)
In un’epoca nella quale molta produzione jazzistica sembra oscillare fra sterile accademismo e ricerca dell’effetto immediato, Nico Gori sceglie una strada diversa: quella della sincerità compositiva. Senza proclami estetici, senza artifici concettuali e senza alcun bisogno di dimostrare qualcosa, costruisce un lavoro nel quale tradizione e presente convivono con naturalezza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Per oltre due decenni il clarinetto è stato uno degli emblemi sonori del jazz. Da Sidney Bechet a Johnny Dodds, da Barney Bigard a Benny Goodman, fino all’inarrivabile Artie Shaw, lo strumento attraversò l’età classica dello swing incarnandone eleganza, duttilità e brillantezza timbrica. Poi arrivò il bebop. Il nuovo lessico imposto da Charlie Parker e Dizzy Gillespie privilegiò sassofono e tromba, relegando il clarinetto a un ruolo sempre più marginale. Solo pochi musicisti, primo fra tutti Jimmy Giuffre, seppero immaginarne una diversa collocazione, mentre Eddie Daniels, Don Byron, Louis Sclavis, John Carter e qualche altro interprete ne avrebbero successivamente rilanciato le possibilità espressive, dimostrando come il problema non fosse lo strumento, quanto il linguaggio.
In Italia, da alcuni anni, Nico Gori appartiene senza dubbio a quella ristretta schiera di musicisti che hanno restituito al clarinetto una piena cittadinanza contemporanea. Non attraverso operazioni nostalgiche né mediante un recupero filologico della tradizione, ma grazie a una scrittura personale che evita accuratamente tanto il citazionismo quanto l’esibizione virtuosistica. «Music Around The Clarinet» nasce proprio da questa consapevolezza: il clarinetto non viene celebrato come reliquia storica, ma assunto quale centro propulsore di una riflessione musicale ampia, aperta e sorprendentemente attuale. Il sestetto riunito da Gori – Marco Benedetti al basso elettrico, Andrea Mucciarelli alle chitarre, Andrea Beninati fra batteria e violoncello, Raffaele Pallozzi alle tastiere e Simone Padovani alle percussioni – possiede una tavolozza timbrica insolita, incline ad allontanarsi dal classico quartetto jazz senza perdere coerenza. L’organico amplia costantemente le prospettive della procedura, alternando trasparenze cameristiche, colori mediterranei, richiami latinoamericani e aperture verso una dimensione quasi cinematografica. Dietro un’apparente immediatezza si cela però un itinerario biografico in cui memoria privata e vicenda artistica finiscono per coincidere. Ciascuna pagina racconta un episodio, un luogo, un incontro, un’affezione. La musica diventa così una forma di autobiografia, mai compiaciuta e sempre filtrata attraverso la composizione.
L’apertura affidata a «Summer Solstice» sorprende per la scelta di rinunciare completamente all’improvvisazione. In un repertorio jazzistico contemporaneo una decisione del genere potrebbe apparire controcorrente, ma Gori dimostra come la libertà non dipenda esclusivamente dall’estemporaneità. La scrittura procede con una calma quasi contemplativa, evocando la sospensione luminosa del solstizio estivo mediante un fraseggio misurato, privo di qualsiasi ridondanza. Con «Solar Eclipse» il clima muta sensibilmente. L’attenzione si concentra sul carattere effimero dell’eclissi, fenomeno naturale dove ogni equilibrio sembra modificarsi nel giro di pochi istanti. La costruzione musicale segue questa suggestione con un continuo gioco di chiaroscuri, evitando qualsiasi descrittivismo didascalico. Più che imitare un evento astronomico, la composizione ne suggerisce la dimensione emotiva. Uno dei passaggi più interessanti dell’intero lavoro è certamente «Nico’s Dream». Il riferimento a «Nica’s Dream» di Horace Silver viene dichiarato apertamente, ma non sfocia mai nella semplice trascrizione o nella variazione scolastica. Gori assume quel materiale come punto di partenza per una raffinata bossa nova, frutto del profondo legame che lo unisce al Brasile. L’esperienza maturata accanto ai musicisti di quel Paese emerge con naturalezza, senza ricorrere a stereotipi ritmici o folkloristici. Lo stesso orizzonte culturale riaffiora in «Chorinho Italico», forse una delle intuizioni più originali dell’album. Italia e Brasile non vengono semplicemente accostati; convivono all’interno di un lessico comune, in cui la cantabilità mediterranea incontra la pulsazione del choro, giungendo auna leggerezza comunicativa che non sacrifica la raffinatezza della costruzione armonica.
La componente autobiografica raggiunge il proprio vertice in «Minicoach». Il titolo potrebbe sembrare ironico, ma racchiude uno dei momenti più significativi della vicenda personale del musicista. Dopo la vittoria del Premio Massimo Urbani, Gori dovette affrontare gli anni difficili nei quali vivere esclusivamente di jazz appariva ancora un obiettivo lontano. Il lavoro come autista di un pulmino scolastico, le ore trascorse a studiare durante le pause, l’aiuto del padre ormai anziano che lo sostituiva quando era impegnato in concerto: tutto questo confluisce nella composizione senza alcuna retorica. La memoria individuale acquista una dimensione universale, ricordando come qualunque percorso artistico svenga costruito anche mediante sacrifici invisibili. La sfera familiare riaffiora con delicata intensità in «A Song for Nina», dedicata alla madre Maria Carmina Daniele, scomparsa nel gennaio del 2025. L’omaggio evita accuratamente il sentimentalismo. La figura materna emerge sul filo del ricordo della Napoli musicale, delle antiche canzoni popolari, della sensibilità trasmessa fin dall’infanzia e della fiducia costante riposta nel figlio. Il titolo recupera il nomignolo con cui era conosciuta da bambina, trasfigurando un dettaglio privato in un gesto di profonda eleganza affettiva. La città campana ritorna protagonista nella successiva «Napoli», dove il blues accoglie inflessioni africane e colori partenopei. Più che una contaminazione, si avverte una naturale continuità storica fra culture mediterranee e matrici afroamericane, quasi a ricordare come il jazz abbia sempre costruito la propria identità sulla base di incontri, migrazioni e mutazioni. Ancora più intima è «2-5», dedicata alla memoria del padre Ennio Gori. Il titolo coincide con la sua data di nascita, 2 maggio 1932, evitando qualsiasi enfasi celebrativa. Il ricordo del primo maestro di clarinetto assume qui un valore fondativo. Prima ancora del professionista, emerge la figura dell’educatore, dell’uomo che ha trasmesso disciplina, curiosità e fiducia. Siamo alle prese, probabilmente, con il momento emotivamente più intenso dell’intero lavoro. Chiude il percorso «Harvard Street», nata da una melodia ascoltata casualmente mentre un tassista fischiettava attraversando una strada di Boston. Trattasi di un episodio minimo, quasi insignificante, ma proprio per questo rivelatore del modo in cui Gori concepisce la composizione: la musica nasce spesso da intuizioni fugaci, da dettagli apparentemente marginali che la memoria conserva fino a tradurli in materia creativa.
«Music Around The Clarinet» non conforma soltanto una raccolta di composizioni originali, ma struttura, quasi organicamente, un diario musicale nel quale esperienze personali, geografie affettive, incontri, paesaggi e ricordi familiari diventano una narrazione coerente. Il clarinetto ne costituisce il filo conduttore, ma non monopolizza mai l’ascolto. Gori preferisce inserirlo in una trama collettiva dove ogni musicista contribuisce con sensibilità e misura alla definizione dell’insieme. In un’epoca nella quale molta produzione jazzistica sembra oscillare fra sterile accademismo e ricerca dell’effetto immediato, Nico Gori sceglie una strada diversa: quella della sincerità compositiva. Senza proclami estetici, senza artifici concettuali e senza alcun bisogno di dimostrare qualcosa, costruisce un lavoro nel quale tradizione e presente convivono con naturalezza. È proprio questa apparente semplicità, sorretta da una solida cultura musicale e da una scrittura di rara eleganza, a rendere «Music Around The Clarinet» uno dei contributi più convincenti del jazz italiano contemporaneo.

