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«Tuning The Life» evita accuratamente qualsiasi adesione a modelli precostituiti. Il quartetto preferisce elaborare un proprio ordine espressivo, fondato sull’ascolto, sulla qualità della relazione musicale e su una concezione dell’improvvisazione intesa come naturale prosecuzione della partitura.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Lorenzo Iorio affida a «Tuning The Life» una riflessione musicale nella quale scrittura compositiva e improvvisazione trovano un punto d’equilibrio saldo e convincente. Lontano tanto dall’esercizio di stile quanto dall’omaggio calligrafico alla tradizione, il chitarrista costruisce un percorso coerente, alimentato da una visione del jazz che riconosce il valore della memoria senza rinunciare a una piena autonomia linguistica.

Le sette composizioni originali delineano un itinerario dove il tema non fissa un semplice punto di partenza destinato a dissolversi nell’improvvisazione, quanto una matrice generativa da cui il discorso musicale si sviluppa con continuità. Ciascun episodio conserva una precisa identità melodica, lasciando che le diverse sezioni evolvano secondo una naturale elasticità formale, favorita da un ascolto reciproco costante e da una notevole affinità fra i musicisti. Accanto alla chitarra di Iorio operano Andrea Paternostro al sax alto, Alessio Iorio al contrabbasso e al basso elettrico, quindi Maurizio Mirabelli alla batteria. L’organico manifesta un’intesa maturata ben oltre la semplice esecuzione delle partiture. Le voci strumentali si sostengono vicendevolmente, modificano gli equilibri fraseologici, suggeriscono nuove prospettive armoniche ed alimentano una circolazione delle idee che restituisce all’improvvisazione la propria funzione originaria di pensiero condiviso. L’interesse del progetto risiede soprattutto nella qualità della scrittura. Lorenzo Iorio evita accuratamente tanto il compiacimento virtuosistico quanto l’accumulo di soluzioni prevedibili, preferendo una costruzione dove ogni elemento conserva una precisa funzione espressiva. Le progressioni armoniche procedono con naturalezza, il fraseggio chitarristico ricerca chiarezza di pronuncia piuttosto che esibizione tecnica e il quartetto sviluppa un lessico nel quale tradizione afroamericana, sensibilità europea e gusto melodico convivono senza attriti.

«Bronzo A» inaugura il tratturo con un’articolazione ampia e misurata, mentre «Blues For Caravaggio» lascia affiorare una personale rilettura della forma blues, rivisitata mediante una procedura fitta di sfumature e priva di qualsiasi intenzione citazionistica. «Serafico Fabrizio» privilegia una dimensione più contemplativa, affidando al dialogo fra sax e chitarra un andamento di notevole fluidità, laddove «Pantaide» amplia progressivamente il proprio sviluppo grazie a un sapiente controllo delle dinamiche collettive. «Velato Cristo» suggerisce già dal titolo un riferimento artistico che non si traduce in descrizione musicale, quanto in una ricerca di proporzioni, chiaroscuri e delicate modulazioni del colore sonoro. «Miranda» trova invece il proprio break-even-point in una cantabilità mai esibita, mentre «Max» suggella il lavoro mantenendo intatta quella compattezza espressiva che accompagna l’intero disco.

Pur dialogando con numerose esperienze maturate nell’ambito del contemporary jazz europeo, «Tuning The Life» evita accuratamente qualsiasi adesione a modelli precostituiti. Il quartetto preferisce elaborare un proprio ordine espressivo, fondato sull’ascolto, sulla qualità della relazione musicale e su una concezione dell’improvvisazione intesa come naturale prosecuzione della partitura. Proprio questa coesione conferisce all’album una voce riconoscibile, lontana tanto dalle semplificazioni quanto dalle sofisticazioni fini a sé stesse. Il riconoscimento attribuito da ACEP trova così una motivazione che va oltre il dato istituzionale. «Tuning The Life» rivela infatti un autore preparato, musicalmente consapevole e dotato di una scrittura incline conciliare rigore compositivo, immaginazione e spontaneità, qualità che consentono al disco d’inserirsi con autorevolezza nel panorama del jazz italiano contemporaneo.

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