Alessandro Guardia, il tutto fare del jazz. Trent’anni di AlfaMusic e altre narrazioni
Alessandro Guardia
// di Guido Michelone //
D. In tre parole chi è Alessandro Guardia?
R. Sono fondamentalmente un grande appassionato di Musica, quella con la M maiuscola, quella vera, quella suonata, quella che ti fa stare ogni giorno a contatto con persone nuove che ti trasmettono parte della loro creatività che in qualche modo poi diventa anche tua, e per la quale, poi ti adoperi ‘anema e core’, per rappresentarla e diffonderla nell’etere per farla arrivare più lontano possibile, così nasce il mio sogno che nel tempo è diventato realtà, trasformatosi poi in un lavoro senza limiti di tempo e ne aspettative, assaporando ogni giorno quello che il meglio dell’arte può darti in quel momento.
D. Il tuo primo ricordo della musica da piccolo?
R. Fin da bambino ho sempre avuto la passione per il canto, e il mio primo ricordo risale a quando avevo sei anni, quando addirittura incisi, quello che ancora oggi custodisco con grande gelosia, il ‘mio disco’, esatto si chiamava proprio così, perché, in quegli anni, alla Stazione Termini di Roma, esisteva un bussolotto dove entravi, inserivi una monetina e cantavi la tua canzone preferita e, tempo due minuti, usciva il disco vinile stampato. Tanto fu il mio impegno e la passione per il canto che da li a poco mi trovai a far parte del Piccolo Coro dell’Antoniano a cantare 44 gatti in fila per 3 col resto di 2…
D. E la tua prima memoria del jazz in assoluto?
R. All’età di vent’anni ho iniziato a studiare alla Scuola Popolare di Jazz di Testaccio, e quello è stato il momento in cui sono entrato in contatto con la comunità dei jazzisti romani con i quali, nel corso degli anni di studio, è stato possibile stringere con loro, oltre che rapporti di amicizia, anche rapporti di collaborazione artistica, anche perché proprio in quegli anni stava per nascere uno studio di registrazione, allora denominato Alfa Recording Studio che ospitò fin dall’inizio i rappresentanti del jazz romano. Alfa Recording nacque fondamentalmente dall’unione tra Alessandro Guardia e Fabrizio Salvatore anche lui studente del Testaccio, da qui il nome ALFA trasformatosi poi nel tempo in ALFAMUSIC attualmente etichetta discografica ed edizione musicale.
D. Come definiresti la tua attività? Discografico. organizzatore, jazzologo, o tutto insieme o altro ancora?
R. Mi definirei più semplicemente come un tutto fare a servizio della musica e dei musicisti che vogliono realizzare i loro progetti artistici per dargli un’identità. Il tutto confluisce nell’identità del Discografico partendo dal processo di Registrazione, Missaggio, Mastering, ideazione delle grafiche per i CD, Distribuzione fisica e digitale, ufficio stampa e quant’altro necessario alla realizzazione di un buon Album. Chiaramente tutto questo, all’interno di ALFAMUSIC avviene lavorando in team e ognuno di noi ha un ruolo ben preciso ma dove la condivisione delle attività è di fondamentale importanza.
D. Possiamo parlare di te come di uno dei protagonisti della discografia jazz italiana con uno sguardo sul Mondo?
R. Rispondere a questa domanda mi lusinga molto, non mi sento proprio un protagonista, ma sicuramente un professionista che affronta il proprio lavoro con estrema serietà e passione. Il jazz in Italia è in continua evoluzione, sia per il livello artistico dei musicisti, sia anche per influenza delle contaminazioni che arrivano da ogni parte del mondo ormai senza limiti né confini.
D. Per te ha ancora un senso oggi la parola jazz?
R. Il jazz secondo me non è semplicemente un genere musicale; è una delle più straordinarie rivoluzioni culturali del Novecento. Nato a New Orleans dall’incontro tra la cultura africana e la tradizione musicale europea, ha ridefinito il concetto stesso di espressione artistica. Per me il jazz riveste un’importanza molto profonda perché rappresenta Il trionfo dell’improvvisazione e della libertà a differenza della musica classica occidentale, dove il musicista esegue una partitura scritta, mentre nel jazz il fulcro è l’improvvisazione.
D. Certo, come dici tu, ‘il musicista jazz non è solo un esecutore, ma un compositore istantaneo’…
R. Rappresenta la massima espressione della libertà individuale all’interno di un collettivo dove ogni strumento ha lo spazio per esprimere la propria voce unica, ma deve costantemente ascoltare e dialogare con gli altri. Lo swing è quel particolare andamento ritmico “ondulato” che spinge inevitabilmente a muoversi. Le Blue note sono note che sfuggono alla scala maggiore tradizionale, capaci di esprimere una malinconia profonda e viscerale. La poliritmia è la sovrapposizione di ritmi diversi che crea una tensione e un’energia uniche. Il Jazz è Il padre della musica moderna, senza il jazz, la musica pop contemporanea non esisterebbe. Il Jazz ha dato vita e ha influenzato il Rock and Roll, il Rhythm and Blues, il Funk e persino l’Hip-Hop.
D. E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste per te qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?
R. Per quanto ci riguarda, con un sguardo attento al nostro catalogo, direi proprio di si, infatti qualche anno fa, per promuovere la nostra linea editoriale inventammo esattamente questo slogan: Il Jazz Italiano di AlfaMusic… E questo proprio perché volemmo dare spazio soprattutto ad artisti Italiani e in particolar modo a nuove leve del panorama jazzistico, aprendo oltretutto una nuova linea dedicata del nostro catalogo definita AlfaProject. La maggior parte dei progetti che confluiscono in AlfaMusic sono la chiara dimostrazione di Jazz Italiano rappresentato da artisti e da opere integralmente originali. Questi progetti nascono dal libero sfogo interpretativo e compositivo degli artisti, e trovano in noi massima attenzione poiché il nostro intento è quello di promuovere le nuove opere che nascono nel nostro paese.
D. Molti ormai gridano alla morte della musica su supporto fonografico, vista l’invadenza di quella liquida: è vero?
R. Sicuramente non possiamo negare che la musica su supporto fonografico non stia vivendo una certa crisi, ma credo che il supporto CD o anche, meglio, il Vinile offrono uno standard qualitativo che alcune piattaforme, o almeno quelle più comunemente usate, non garantiscono. Gli appassionati di musica, ovvero gli utenti che ancora oggi amano ascoltare la musica di buona qualità con impianti altrettanto validi, preferiscono investire in apparati di riproduzione audio analogico in Vinile piuttosto che avvalersi di un semplice smartphone per ascoltare musica con auricolari meglio e più facilmente destinati ad un pubblico più giovanile e forse meno attento alla qualità. Come Etichetta Discografica noi siamo in difesa del supporto fonografico perché crediamo
che oggi sia ancora il supporto che dia la possibilità, agli utenti che ne fanno uso, di poter vivere nel dettaglio la produzione che ha portato a compimento un Album discografico.
D. E esiste ancora la possibilità di avvicinare i giovani con i CD (o i vinili) al jazz italiano e internazionale?
R. Credo di si, e noi lo facciamo sempre, fa parte del nostro lavoro e della nostra politica aziendale, salvaguardare l’identità del supporto fonografico cercando di farlo arrivare più lontano possibile, i nostri dischi li portiamo nelle fiere, nei festival italiani e internazionali, li facciamo ascoltare e li raccontiamo, ovvero spieghiamo e descriviamo il processo di realizzazione di una produzione discografica, proprio per sensibilizzare i giovani ad avvicinarsi ad un mondo che non conoscono perché non gli appartiene, ma che sicuramente suscita interesse perché oggi ascoltare musica su un supporto comunica un effetto sensoriale di coinvolgimento psicologico. Un Vinile o un CD prima di ascoltarlo, lo vedi, lo tocchi, lo apri e lo leggi poi lo inserisci nel lettore, e, per il vinile, quando devi ascoltare il lato B ti devi alzare dalla poltrona e lo devi girare, quindi in tutti questi momenti si stabilisce un contatto fisico con la musica che stai ascoltando e dove capisci che dietro c’è una storia e un percorso fatto da tante persone, questa cosa in un semplice file audio non viene trasmessa.
D. Entriamo ora in dettaglio nell’Alfa Music?: ci racconti in breve la genesi e le prospettive?
R. Come già visto, AlfaMusic nasce nel 1990 da noi due soci fondatori Alessandro e Fabrizio (AL-FA), che con grande passione e immensi sacrifici , ad oggi possono umilmente vantarsi di avere un catalogo di Jazz di oltre 350 dischi pubblicati in CD e Vinili distribuiti nei migliori negozi di dischi da Egea MT Srl, sia in Digitale da Believe Digital e disponibili su tutte le piattaforme presenti in rete. Le prospettive, ci portano a guardare sempre avanti e a confrontarci con il mondo reale, e anche se le tendenze musicali stanno cambiando, sicuramente dopo oltre trent’anni di attività, non abbiamo ancora perso l’entusiasmo.
D. In catalogo ci sono artisti importantissimi e un fuoriclasse internazionale come Dave Liebman: vogliamo partire da quel disco? Che ricordo hai?
R. Liebman meets Intra, era il 2008 quando Enrico Intra ci propose di pubblicare questo disco che in realtà scaturì dall’incontro di questi grandissimi artisti che si mettevano a confronto in due concerti live durante i quali facemmo le registrazioni. Queste registrazioni, di cui una al Teatro Villoresi di Monza e l’altra alla Casa del Jazz di Roma, diedero vita all’Album dove Liebman non si limitò affatto a svolgere diligentemente, come spesso accade, il ruolo dell’ospite d’eccezione; il suo contributo fu assolutamente primari, dimostrando un’affinità e una partecipazione profonda con l’estetica musicale di Intra. Considerando che le composizioni di Intra richiedevano una grande cultura musicale e una tecnica fuori dal comune, Liebman, in quest’album, non si risparmiò affatto, eseguendo assoli di altissimo livello.
D. Ogni disco varrebbe la pena di essere commentato da te: scegliamo dunque cinque dischi a cui sei particolarmente affezionato…
R. Certamente uno dei lavori discografici del quale sono particolarmente orgoglioso è l’album Colpevole di Nicola Arigliano, disco realizzato nel 2005 e contenente 21 brani che lo stesso Nicola definì ‘buoni alla prima’, questo perché in effetti Nicola entrava in studio puntualissimo alle 8:30 del mattino e alle 11:30 aveva già registrato 10 brani senza riascoltarli perché perfettamente eseguiti dal punto di vista sia interpretativo che vocale. Un’artista che, con la sua band composta da Giampaolo Asolese alla batteria, Antonello Vannucchi al pianoforte ed Elio Tatti al contrabasso, ci condusse fino al 55° Festival di Sanremo, dove con il brano Colpevole si accreditò il premio della critica.
D. Parliamo di Seven di Dino & Franco Piana Septet del 2012?
R. Dino e Franco, padre e figlio, hanno chiesto, per questo loro disco, la collaborazione di alcuni colleghi fra i più qualificati, Enrico Rava, Fabrizio Bosso, Enrico Pieranunzi, Luca Mannutza, Max Ionata, Giuseppe Bassi e Roberto Gatto (anche produttore artistico dell’album), con i quali hanno realizzato questo lavoro. Questo è il primo dedicato a Dino e Franco Piana; e Franco, ancora una volta, ha dimostrato le sue indubbie qualità di compositore e arrangiatore. Cresciuto alla scuola di suo padre Dino, ma anche a quella di Oscar Valdambrini e Gianni Basso con i quali ha lungamente collaborato, Franco, possiede quelle doti che aveva già evidenziato quando entrò a far parte di quel gruppo che fu il più longevo del jazz italiano. In queste registrazioni la sua scrittura per quattro strumenti a fiato e sezione ritmica ricorda quella per grande orchestra, anche se Bosso, Ionata, Dino e Franco suonano spesso in contrappunto. Ciò che colpisce, infine, in questo disco è la straordinaria qualità del suono. Una ripresa perfetta in cui tutti gli strumenti sono registrati in modo impeccabile, come scrisse nelle note di copertina il grande critico Adriano Mazzoletti).
D. C’è poi anche l’incontro fra due straordinari pianisti…
R. Sì, Bluestop (2014) di Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi dove nel Marzo del 2013 i due grandi Enrichi del pianoforte jazz europeo: Intra e Pieranunzi, si sono incontrati a Bollate, nel quadro della rassegna “Conoscere il Jazz” per realizzare un eccezionale duo pianistico in cui furono elaborate nella più totale libertà composizioni di Intra legate al suo metodo “Improvvisazione altra”: e da qui nacque l’idea di realizzare l’Album.
D. Ovviamente in catalogo non può mancare la sempre più rilevante presenza del jazz femminile.
R. Allora ti parlo di Uneven (2020) di Stefania Tallini: questa fantastica pianista, è oramai una stella del jazz italiano. Amata e scelta per collaborazioni da grandi musicisti come Guinga, Bruno Tommaso, Enrico Pieranunzi, Andy Gravish, Gabriel Grossi, Javier Girotto, Gabriele Mirabassi, Corrado Giuffredi, Enrico Intra e la Civica Jazz Band, l’affascinante pianista e compositrice ha saputo esprimere il suo talento in diversi percorsi stilistici, dalla classica, al jazz, alla musica popolare brasiliana sia con progetti in “solo”, sia alla guida di ensemble su grandi palchi del panorama mondiale, portando le sue composizioni anche in ambito cinematografico e teatrale, dove ha collaborato con artisti del calibro di Mariangela Melato e Michele Placido. Questo disco, realizzato con Matteo Bortone al contrabasso e Greg Hutchinson alla batteria, rappresenta una tappa molto importante, che è, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza – così come lo è sempre ogni obiettivo raggiunto – di un percorso musicale che l’artista sente continuamente in movimento. Uneven ha diversi significati: irregolare, asimmetrico, non allineato, dispari, disuguale, che sicuramente rappresentano gli aspetti che più caratterizzano le sue composizioni degli ultimi anni.
D. E potremmo continuare a parlare ancora a lungo di donne jazziste…
R. Ti cito al proposito I Siciliani (2021) album del noto attore Ninni Bruschetta e della pianista e direttrice d’orchestra Cettina Donato. Il disco omaggia la poesia dello scrittore siciliano Antonio Caldarella: impegnato alla recitazione e al canto, Ninni interpreta i suoi versi sulle musiche composte e arrangiate per ensemble da Cettina, che le esegue insieme a un grande cast di musicisti come Dario Rosciglione al contrabasso, Dario Cecchini al sax, Mimmo Campanale alla batteria e al Quartetto d’archi BIM Orchestra di Giuseppe Tortora.
D. Persino un grandissimo pianista, già citato, si apre alle ‘quote rosa’, giusto?
R. Si tratta di Cantare Pieranunzi (2022) a nome di Valentina Ranalli ed Enrico Pieranunzi: un Album che nasce dal volere di una giovane studentessa, Valentina appunto, del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, che decide, per il suo esame di tesi di laurea, di scrivere testi su brani di composizione di Enrico, il quale con grande entusiasmo sposa il progetto e ne porta a compimento un Album dove nei suoi brani, attraverso l’interpretazione della Ranalli, riscopre aspetti completamente nuovi.
D. Prossime novità?
R. A breve partirà un nuovo progetto ideato dal Professor Luca Cerchiari al quale rivolgo un ringraziamento particolare per averci coinvolto in questa splendida iniziativa che vedrà nel prossimo autunno la nascita di un nuovo album AlfaMusic della Catfish Row Ensemble, Greta Panettieri e il gruppo d’archi di Duccio Beluffi, un progetto su musiche di George Gershwin,con trascrizioni originali di Giampaolo Testoni.
D. Le migliori soddisfazioni ottenute con Alfa Music?
R. Ogni progetto realizzato in AlfaMusic è stato per me un successo e guardando indietro al mio percorso fino ad oggi, non posso che provare un profondo senso di gratitudine. Ogni sfida superata e ogni traguardo raggiunto mi hanno permesso di crescere non solo come professionista, ma anche come persona. Sono estremamente soddisfatto dei risultati ottenuti e della strada percorsa, e voglio ringraziare sinceramente i colleghi, i mentori e i partner che hanno condiviso con me un pezzo di questo viaggio. Il futuro riserva sempre nuove sfide, ma oggi è il momento di celebrare il valore del cammino fatto.

