«Perspectives» di Pieranunzi / Polga / Fonnesbæk / Beggio, tra speculazione eurodotta e urgenza espressiva dell’improvvisazione pura (Red Records, 2026)
«Perspectives» sancisce una testimonianza di equilibrio estetico e intellettuale, dove la ricerca acustica di assoluta purezza ricalibra i confini del quartetto jazz moderno, attestandosi in quella terra di mezzo tra la speculazione eurodotta e l’urgenza espressiva dell’improvvisazione pura.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’uscita di «Perspectives», produzione discografica edita dalla Red Records, impone una riflessione che trascenda la mera cronaca musicale per approdare a un’esegesi della prassi esecutiva e compositiva nel jazz contemporaneo. Il lavoro, oltrepassa perfino il concetto di collaborazione inter pares – sovente presa a pretesto per legare personalità fortemente strutturate all’interno del medesimo progetto – conformandosi come un trattato sulla dialettica fra spazio-tempo e massa sonora, tra composizione ed estemporizzazione, in cui la maturità artistica di Michele Polga incontra il magistero pianistico di Enrico Pieranunzi per dare vita a un organismo sonoro la cui la grana espressiva e il corpo risonante sono garantiti da un interplay di rara profondità intellettuale. L’estetica del disco risiede primariamente nell’abilità dei singoli strumentisti di rinunciare al proprio ego solistico a favore di una visione d’insieme che possa privilegiare la testura armonica e lo sviluppo del pensiero tematico, mediata da un rigore cameristico di matrice chiaramente colta.
La cifra stilistica di Enrico Pieranunzi, da decenni improntata a un fecondo dialogo tra la tradizione dotta europea e il linguaggio jazzistico afroamericano, apporta una sensibilità pianistica che trasfigura ogni nota in una scelta etica. Il tocco, cristallino ma intriso di una malinconia pensosa, funge da telaio su cui s’innestano le architetture dei sodali. Michele Polga, dal canto suo, conferma una statura di solista di rango internazionale; il suo approccio al sassofono tenore si distanzia dalle asperità muscolari di certa scuola contemporanea per abbracciare un’espressività lirica, priva di edulcorazioni, che predilige la rotondità del timbro e un’articolazione fraseologica millimetrica. La sezione ritmica, composta dal contrabbassista danese Thomas Fonnesbæk e dal batterista Mauro Beggio, non riveste un ruolo di mero accompagnamento, ma partecipa attivamente alla definizione dell’impalcatura formale. Fonnesbæk, con il sua impronta acustica legnosa e una precisione intonativa impeccabile, fissa il baricentro dell’intero lavoro, mentre Beggio gestisce il tempo con una flessibilità elastica, utilizzando i piatti come fonti di luce timbrica.
L’apertura affidata a «Siren’s Lounge», a firma Pieranunzi, chiarisce immediatamente la natura prospettica del titolo dell’album: il tema si snoda attraverso una serie di scambi in cui la cellula melodica viene segmentata e riassemblata, richiedendo un’attenzione vigile da parte degli esecutori che qui gestiscono la tensione senza mai saturare lo spazio sonoro. Pieranunzi stabilisce una cifra stilistica di raffinata sospensione. Il fraseggio del pianista si muove su linee impressioniste, mentre il sassofono di Polga abita il registro medio con una sonorità calda e una precisione d’attacco che evita ogni compiacimento virtuosistico. In «Back and Forth», farina del sacco di Polga, la narrazione si sposta verso una dimensione più cinetica e nervosa, dove il drumming di Beggio si fa contrappunto melodico e il fraseggio del sassofonista si concede incursioni in un bop evoluto, filtrato da una sensibilità che evita i cliché del genere a favore di linee asimmetriche, mentre lo stile di Mauro Beggio si distingue per un colorismo percussivo che dialoga direttamente con le asimmetrie del tema. «Next to You», composta da Polga, delinea un momento di poesia astratta in cui il piano di Pieranunzi disegna paesaggi impressionisti su cui il sax di Polga si adagia con sofferta delicatezza, mettendo a nudo la vera inclinazione di Fonnesbæk, Il suo contrabbasso, dotato di un’intonazione cristallina e di un sustain profondo, gli consente di gestire il registro grave con una funzione autenticamente narrativa. Il brano eponimo, «Perspectives», saltato fuori dal cilindro magico di Pieraninzi, agisce come una sintesi delle diverse anime del disco, alternando momenti di rigore astratto a segmenti di intenso lirismo contemporaneo, mettendo in luce l’abilità del quartetto nel variare la densità del tessuto senza alterare il flusso logico della composizione. La scrittura pianistica opera una sintesi tra stilemi post-bop ed aperture contemporanee. L’interplay tra i quattro musicisti raggiunge un vertice di reattività istantanea, tipico dei grandi sodalizi jazzistici.
Con «Molto ancora», la partitura di Pieranunzi raggiunge vette di rarefazione estrema, che solo musicisti di tale caratura possono sostenere senza perdere la tensione narrativa: l’uso degli spazi e dei silenzi evoca un’eleganza priva di compiacimenti sentimentali, sorretta da un’armonia che sfuma verso territori quasi pittorici. «Gi» ribadisce una coesione d’intenti: firmato da Polga, il componimento segna un ritorno alla un assetto timbrico più dinamico, confermando l’equilibrio di un lavoro in cui non esiste un leader assoluto, ma una convergenza di quattro visioni autorali. A suggello, «Song For An August Evening» di Pieraninzi, uno struggente affresco crepuscolare, in cui l’affinita dei quattro compagni di cordata si traduce in un dispenser di emozioni. L’album, che vede nella Red Records il garante di una dinamica sonora impeccabile, è stato registrato presso l’Art Music Studio di Bassano del Grappa, restituendo una spazialità acustica impeccabile, coerente con la storica qualità dell’etichetta rossa. «Perspectives» sancisce così una testimonianza di equilibrio estetico e intellettuale, dove la ricerca acustica di assoluta purezza ricalibra i confini del quartetto jazz moderno, attestandosi in quella terra di mezzo tra la speculazione eurodotta e l’urgenza espressiva dell’improvvisazione pura. L’album si configura come un’indagine sulla forma-quartetto: non come una semplice addizione di talenti, ma una riflessione rigorosa sulla possibilità di un jazz europeo colto e, al contempo, profondamente libero.

