«Driade» di Sonia Ziccardi: la voce come radice, tra mito e introspezione musicale (A.MA Records, 2026)

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In un periodo storico nel quale il jazz vocale tende spesso a privilegiare l’immediatezza comunicativa, la proposta di Sonia Ziccardi invita invece a una fruizione più meditativa. L’album non ricerca l’effetto immediato; preferisce piuttosto instaurare con l’ascoltatore un dialogo lento e riflessivo.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Sonia Ziccardi affida a «Driade», pubblicato da A.MA Records, un progetto inaugurale che rivela sin dalle prime battute una precisa coscienza formale e una rara attenzione alla dimensione simbolica del linguaggio musicale. Il lavoro riunisce nove composizioni originali nelle quali la vocalità della cantante romana trova un equilibrio accurato tra scrittura melodica, ricerca armonica ed elaborazione poetica dei testi. All’interno di tale orizzonte espressivo si avverte una prossimità culturale con alcune esperienze decisive del folk-jazz anglosassone, dalle architetture acustiche dei Pentangle alla stagione cantautorale di Carole King culminata in «Wrap Around Joy», sino alle raffinate esplorazioni jazzistiche intraprese da Joni Mitchell negli anni delle collaborazioni con la scena improvvisativa nordamericana.

La realizzazione sonora trova sostegno in un quartetto proveniente dalla vivace area jazzistica romana. Il pianoforte di Vittorio Solimene introduce linee armoniche mobili, spesso disposte secondo progressioni modali che favoriscono una respirazione ampia della melodia; il sax contralto di Gabriel Marciano inserisce tratti fraseologici di matrice lirica, talvolta prossimi a una retorica improvvisativa di derivazione post-bop; il contrabbasso di Alessandro Bintzios stabilisce una trama grave elastica e risonante; la batteria di Federico Chiarofonte interviene con un lessico ritmico calibrato, attento alla dinamica micro-gestuale e alla qualità della pulsazione. Ne deriva una costruzione sonora nella quale l’atto vocale non domina la scena ma dialoga con l’insieme strumentale, secondo una logica di reciproca integrazione. Il titolo dell’opera rinvia a un doppio campo simbolico. Da una parte compare la nozione filosofica della diade madre-figlio, immagine di una relazione originaria nella quale identità e alterità si riflettono sino a divenire indistinguibili. Dall’altra affiora la figura mitologica della driade, ninfa arborea legata alla vita del faggio e destinata a condividere il destino dell’albero che la ospita. Tale riferimento mitico non assume funzione decorativa, ma agisce piuttosto come principio generativo dell’intero impianto poetico. Nelle liriche e nelle linee melodiche emerge infatti un sentimento di radicamento che orienta l’ascolto verso la memoria delle origini, l’idea di appartenenza e una concezione della natura intesa come spazio di rigenerazione interiore.

Roma costituisce il luogo d’origine della cantante, tuttavia l’estetica di «Driade» si sottrae a una classificazione geografica troppo rigida. La linea vocale, ricca di lievi inflessioni e di sottili deviazioni ritmiche, suggerisce affinità con alcune ricerche del jazz vocale europeo contemporaneo, nelle quali l’improvvisazione non assume la forma spettacolare dello modulo tradizionale ma quella di una meditazione sonora più raccolta. All’interno di tale prospettiva la voce di Ziccardi alterna fraseggi di estrema delicatezza a momenti di esplorazione, nei quali la melodia si espande con libertà controllata. La genesi delle composizioni affiora da momenti di intuizione improvvisa, quando linee melodiche ed equilibri armonici affiorano con una naturalezza quasi involontaria. In tali circostanze la scrittura musicale si libera da ogni sovrastruttura retorica e si orienta verso un gesto più essenziale, come se l’autrice intendesse spogliare il discorso sonoro di ogni maschera per interrogare direttamente le esperienze dell’esistenza. Carezze e ferite, luce ed ombra, gioia e vulnerabilità convivono nel tessuto poetico delle parole, sostenute da progressioni armoniche che talvolta indugiano su accordi sospesi di quarta e nona, talvolta si risolvono in cadenze modali dal carattere contemplativo. «Capital Sims» apre l’album con un clima di misurata introspezione. Il pianoforte dispone un campo armonico costruito su progressioni modali appena inclinate verso la tonalità, mentre il contrabbasso stabilisce una base grave flessibile, capace di sostenere l’andamento della linea vocale senza irrigidirne il fraseggio. Sonia Ziccardi modella la melodia con un canto raccolto, nel quale la parola si distende secondo un andamento quasi sillabico, lasciando emergere la struttura del testo. Il sax contralto di Gabriel Marciano interviene con incisi che non cercano l’espansione solistica tradizionale, preferendo piuttosto puntare su digressioni timbriche e leggere tensioni melodiche. Ne risulta un’apertura che stabilisce subito l’orientamento poetico del lavoro, collocando la voce al centro di una trama strumentale attentamente calibrata. Con «Someone Better» il discorso musicale acquisisce un movimento più articolato. L’impianto ritmico, sostenuto dalla batteria di Federico Chiarofonte, introduce una pulsazione elastica che permette al piano Rhodes di Vittorio Solimene di sviluppare progressioni armoniche leggermente più mobili. La linea melodica si distende con maggiore ampiezza e rivela un’attenzione particolare alla microvariazione ritmica della frase vocale, tratto che rimanda ad alcune esperienze del jazz vocale contemporaneo europeo. Il testo esplora l’idea di confronto con l’altro, interrogando la nozione di identità personale con delicatezza e misura, senza ricorrere a gesti retorici. «The Ceiling Of My Room» conduce l’ascolto in una dimensione più raccolta e meditativa. Il pianoforte articola accordi aperti che lasciano risuonare ampie zone di silenzio. La voce percorre la melodia con un fraseggio intimo, come se il canto si rivolgesse a uno spazio interiore piuttosto che a un pubblico esterno.

«Abuse» introduce una pagina musicalmente più aspra, nella quale l’interazione tra sax e pianoforte produce un campo sonoro di maggiore tensione. Ziccardi affronta il testo con un canto trattenuto, evitando ogni enfatizzazione teatrale; proprio questa misura interpretativa amplifica il peso emotivo delle parole. Con «Daddy» il lavoro assume una coloritura lirica di notevole intensità. La scrittura melodica si fonda su un arco fraseologico ampio, nel quale la voce si muove con naturalezza sostenuta da un accompagnamento pianistico essenziale. Il testo affronta la memoria familiare con un tono meditativo, evitando sentimentalismi espliciti e preferendo un linguaggio poetico allusivo. «Flying Birds», introdotta dal basso di Alessandro Bintzios, segna una fase fortemente elegiaca. Il pianoforte sviluppa figurazioni ritmiche leggere, ma quasi danzanti. La voce si colloca al centro di questa trama con una liricità fraseologica che lascia spazio a brevi rarefazioni. L’immagine degli uccelli in volo evoca un’idea di liberazione. «The Haze» riporta il discorso su un terreno di contemplazione. L’assetto strumentale addensa. In questo spazio la voce dispiega un canto nel quale ogni parola acquista rilievo. La scrittura armonica sfrutta intervalli aperti creando una velatura sonora che conduce a un paesaggio emotivo dilatato. «Two Seasons» gioca sull’alternanza tra sezioni ritmicamente calibrate e momenti di sospensione lirica. Il testo riflette sulla ciclicità del tempo e delle esperienze umane, mentre l’armonia alterna tonalità maggiori e minori secondo una logica di trasformazione continua. L’album si chiude con «Unravel», atto conclusivo pianoless nel quale il linguaggio musicale dell’intero lavoro trova una sintesi particolarmente efficace. Il contrabbasso ad arco consente alla voce di costruisce una melodia lenta e riflessiva. L’immagine dello sciogliersi, implicita nel titolo, assume qui una dimensione simbolica: il percorso emotivo delineato dall’album giunge a una forma di chiarificazione, come se trovasse finalmente un punto di quiete. In un periodo storico nel quale il jazz vocale tende spesso a privilegiare l’immediatezza comunicativa, la proposta di Sonia Ziccardi invita invece a una fruizione più meditativa. L’album non ricerca l’effetto immediato, ma preferisce piuttosto instaurare con l’ascoltatore un dialogo lento e riflessivo, nel quale la parola poetica, la linea melodica e la trama strumentale cooperano alla costruzione di un paesaggio musicale che domanda tempo, concentrazione ed ascolto partecipe.

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