«Bazrima» di Andrea Goretti e Sivan Arbel: una poetica del fluire controllato, tra ascolto, attesa e continuità (Dodicilune, 2026)

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«Bazrima» si caratterizza come un lavoro di ascolto attivo, in cui la musica assume la funzione di modus agendi condiviso, quasi rituale. Non una dichiarazione, ma una consegna; non un’esibizione, ma un invito a sostare in uno spazio sonoro che accoglie la fragilità e la trasforma in gesto consapevole.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La collaborazione tra Andrea Goretti e Sivan Arbel si sostanzia in «Bazrima», quale esito di una convergenza lenta e consapevole, maturata nel tempo e sedimentata in una pratica condivisa dell’ascolto reciproco. Il pianoforte e la voce non assumono mai ruoli gerarchici, ma si spostano all’interno di una relazione paritaria, in cui ogni azione sonora risponde a una necessità implicita, più che a un’esigenza espressiva immediata. La produzione Dodicilune, sostenuta dal contributo di NuovoImaie, accompagna un lavoro che si attesta deliberatamente lontano da ogni estetica del compiacimento, preferendo una scrittura essenziale, vigile e costantemente in equilibrio fra controllo e apertura.

Il repertorio, interamente originale e firmato da entrambi gli artisti, nasce dall’attrito fecondo tra scrittura e improvvisazione. Goretti lavora su campi armonici aperti, spesso privi di risoluzione tradizionale, lasciando che il pianoforte costruisca spazi di risonanza piuttosto che progressioni funzionali. Arbel, dal canto suo, modula la linea vocale come materia plastica, oscillando tra parola articolata, suono puro e inflessione ritmica, secondo una concezione della voce che rimanda tanto alla tradizione jazzistica quanto a pratiche extra-occidentali. Le influenze che innervano il progetto – dalla musica indiana a quella africana e brasiliana, passando per il jazz europeo e statunitense – non vengono mai sovrapposte in modo illustrativo, ma assorbite all’interno di un linguaggio coerente e riconoscibile per la sobrietà. Il titolo «Bazrima», termine ebraico che rimanda all’idea di flusso, si rivela centrale nella comprensione dell’intero lavoro. Non si tratta di un fluire indistinto, ma di un movimento regolato da lievi tensioni, da aperture improvvise e da momenti di raccoglimento. In questo senso, la l’ordito tematico del duo accoglie tanto le asperità quanto le zone di tenerezza dell’esperienza contemporanea, senza indulgere in una retorica consolatoria. Ciascuna composizione sembra orientata verso una tipologia di unità possibile, non data ma da raggiungere per via indiretta, mediante l’ascolto reciproco e la sospensione del giudizio. La formazione e il percorso dei due musicisti trovano in «Bazrima» una sintesi matura. Goretti, forte di una solida preparazione classica e jazzistica, porta a corredo una concezione del pianoforte come strumento narrativo, atto a evocare memorie lontane senza mai cadere nella citazione. Arbel, la cui attività artistica si ssvolge da anni a Brooklyn, integra canto, gesto corporeo e parola in una pratica performativa che mira a una comunicazione diretta, ma mai semplificata. L’uso di piccole percussioni, inserito con misura, contribuisce ad ampliare la fisionomia sonora senza alterarne l’equilibrio.

I dieci episodi che compongono «Bazrima» disegnano un arco narrativo coerente, nel quale ogni sezione sembra nascere dalla precedente per necessità interna, in virtù una ratio di mutazione continua più che di successione tematica. L’ascolto si apre con «The Void Part I», che pone l’attenzione su uno spazio rarefatto, privo di appigli tonali stabili. Il pianoforte dispensa frammenti sospesi, fissati in un ambito modale volutamente ambiguo, mentre la voce s’insinua come presenza latente, quasi un respiro che precede la parola. Qui il vuoto non coincide con l’assenza, ma con una condizione di attesa carica di potenzialità, evocando certe superfici monocrome della pittura. «The Void Part II» riprende questo materiale senza tradirne la fragilità, ma sottoponendolo a una progressiva densificazione. La linea vocale si fa più incisiva, sostenuta da un pianoforte che amplia il campo armonico senza mai chiuderlo, lasciando che il riferimento al raga Gujari Todi emerga per affinità intervallari piuttosto che per esposizione diretta. Con «Ocean Song» il racconto muta prospettiva. Il flusso sonoro si distende, assumendo un andamento ondulatorio nel quale il pianoforte lavora per arpeggi larghi e risonanze profonde, mentre la voce si muove come una linea che segue e contraddice il moto sottostante. L’immaginario rimanda a una pittura di paesaggio non descrittiva, dove l’acqua diventa metafora di un tempo dilatato e permeabile. «Between Us, The Sky» apporta una dimensione di relazione più esplicita. Il dialogo tra voce e pianoforte si fa più serrato, quasi cameristico, costruito su un equilibrio delicato tra prossimità e distanza. Le scelte accordali evitano ogni risoluzione prevedibile, mantenendo il discorso in uno stato di apertura controllata, come se lo spazio tra i due poli sonori coincidesse con il vero luogo dell’ascolto. Con «Adama Ayfa» il racconto si radica in una dimensione terrena. Il titolo, che rimanda alla terra e alla materia, trova riscontro in un pianoforte più percussivo e in una vocalità che assume inflessioni rituali, evocando pratiche arcaiche senza mai cadere nella rappresentazione folclorica.

«Mantra» prosegue su questa linea introspettiva, affidandosi alla reiterazione controllata di cellule melodiche che funzionano come formule di concentrazione. Il tempo perde progressivamente la sua direzionalità, mentre la voce lavora su minime variazioni timbriche e dinamiche, sostenuta da un pianoforte che costruisce una trama ipnotica, nella quale ogni elemento trova senso nella persistenza più che nel mutamento. «Perpetuum Mobile» spezza questa sospensione introducendo un moto incessante, sorretto da figurazioni ritmiche che si rincorrono senza mai trovare un punto di arresto. Il pianoforte assume una funzione motoria, mentre la voce si inserisce come controcanto mobile, generando una sensazione di instabilità controllata. Con «Angel’s Light» il racconto si apre a una pratica luminosa, in cui la scrittura si fa più rarefatta e trasparente. La voce mostra un carattere quasi etereo, sostenuta da armonie aperte che lasciano affiorare una qualità contemplativa. «The World Of The End» si pregia di una tonalità più scura e riflessiva. Il pianoforte lavora su registri gravi, mentre la linea vocale sembra interrogare un paesaggio sonoro segnato da fratture e discontinuità. «Ballada», posta in chiusura, riassorbe i materiali precedenti in una forma più narrativa. Il riferimento alla ballata non implica un ritorno alla tradizione in senso stretto, ma a una modalità del racconto che privilegia la continuità melodica e l’intelligibilità emotiva. Voce e pianoforte procedono in un dialogo pacificato, lasciando che il flusso evocato dal titolo dell’album trovi finalmente una forma di quieta sedimentazione, come l’ultima immagine di un film che non pretende di spiegare, ma invita a ricordare «Bazrima» si caratterizza come un lavoro di ascolto attivo, in cui la musica assume la funzione di modus agendi condiviso, quasi rituale. Non una dichiarazione, ma una consegna; non un’esibizione, ma un invito a sostare in uno spazio sonoro che accoglie la fragilità e la trasforma in gesto consapevole.

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