Francesco Chebat con «The Wand, Chick Corea and Beyond»: dal modello alla forma, articolazioni coreiane in una prospettiva contemporanea

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THE WAND, CHICK COREA AND BEYOND

I nove capitoli musicali delineano un itinerario unitario, all’interno del quale il confronto con l’eredità coreana si traduce in un processo di assimilazione critica e di rielaborazione personale, sostenuto da una consapevolezza armonica e formale che conferisce al progetto una fisionomia autonoma e pienamente riconoscibile

// di Francesco Cataldo Verrina //

Affidato alle cure dell’etichetta indipendente Clessidra Records, «The Wand, Chick Corea and Beyond» segna una tappa rilevante nel percorso del Francesco Chebat, pianista e compositore milanese, sostenuto da una solida sezione ritmica, nella quale il contrabbasso di Riccardo Fioravanti e la batteria di Maxx Furian concorrono alla definizione di un impianto sonoro coeso, vigile e reattivo. Un ventaglio di nove episodi musicali propone un dialogo serrato tra quattro composizioni di Chick Corea e cinque episodi originali firmati da Chebat, secondo una logica curatoriale che rifugge tanto la semplice rilettura quanto l’omaggio mimetico. La riflessione di Chebat sulla figura di Corea, esplicitata nelle sue dichiarazioni, trova riscontro puntuale nella sostanza musicale del disco.

Il progetto assume la fisionomia di un gesto di riconoscenza consapevole, orientato a restituire la lezione coreiana sul piano del pensiero compositivo più che sul versante idiomatico superficiale. L’eredità del pianista statunitense affiora nella predilezione per strutture armoniche oblique, nel ricorso a metriche elastiche e nella gestione di una sintassi ritmica che privilegia l’asimmetria e la frizione controllata, senza mai scadere nell’esibizione calligrafica. Chebat agisce come costruttore di forma, facendo leva su un disegno armonico che alterna zone di stabilità relativa a campi di instabilità calibrata, entro i quali il trio articola un discorso collettivo fondato su un ascolto reciproco costante e su una concezione dialogica dell’improvvisazione. All’interno di questa trama sonora, la sezione ritmica svolge un ruolo tutt’altro che ancillare. Il contrabbasso di Fioravanti modella linee di sostegno che spesso assumono funzione contrappuntistica, suggerendo deviazioni e rilanci formali, mentre la batteria di Furian interviene con un profilo acustico mobile, capace di modulare il peso del tempo e di ridefinire continuamente il baricentro metrico. Ne deriva un ambiente sonoro solcato da una vitalità controllata, nel quale il gesto pianistico di Chebat può dispiegarsi con libertà inventiva, sostenuto dalla chiarezza del fraseggio e una velatura acustica sempre leggibile anche nei passaggi di maggiore complessità. Le riletture coreiane, dal canto loro, non cercano l’aderenza filologica, bensì operano una rifrazione del materiale originario alla luce di una sensibilità contemporanea. L’elettricità latente viene trasposta in un contesto acustico nel quale la tensione si riconfigura come gioco di incastri ritmici e di colori sonori, diversamente si apre a una lettura che valorizza la componente modale e la plasticità del fraseggio collettivo. In questo senso, il tributo si colloca nel solco di una tradizione interpretativa che considera il repertorio come materia viva, suscettibile di continue riarticolazioni. L’attenzione rivolta al compositore più che al virtuoso, la centralità attribuita al lavoro condiviso e alla lunga sedimentazione del progetto testimoniano una postura artistica accorta, nutrita da una solida formazione e da un rapporto non epidermico con i modelli di riferimento.

L’opener, «Hymn Of the Seventh Galaxy», definisce con immediatezza il perimetro linguistico entro il quale il trio decide di collocare il proprio discorso, optando per una lettura che privilegia la trasparenza dell’impianto formale rispetto a qualsiasi richiamo epidermico all’estetica elettrica originaria. L’esposizione tematica, sorretta da una scansione metrica vigile e flessibile, viene affidata al pianoforte con un’articolazione misurata, mentre contrabbasso e batteria operano secondo una logica di sottrazione controllata. Le progressioni armoniche, pur mantenendo un legame riconoscibile con la matrice modale di partenza, si espandono mediante sovrapposizioni quartali e lievi slittamenti intervallari, aprendo campi improvvisativi ampi, all’interno dei quali Chebat sviluppa un fraseggio continuo e argomentato, orientato più alla costruzione del discorso che all’esibizione virtuosistica. «Tone Poem» orienta la traiettoria verso una dimensione più riflessiva, nella quale l’ortografia coreana agisce come griglia elastica per un lavoro minuzioso sulle relazioni fra linea melodica e sostegno armonico. Il pianoforte procede per nuclei motivici brevi, spesso lasciati in equilibrio instabile, mentre la sezione ritmica elabora un contesto acustico fondato su microvariazioni dinamiche e su un uso consapevole del vuoto sonoro. L’attenzione alla fisionomia del suono e alla distribuzione delle energie armoniche richiama pratiche riconducibili alla musica colta novecentesca, senza scivolare in un formalismo autoreferenziale, bensì alimentando un flusso narrativo di notevole coesione. Con «Duende» riaffiora una vibrazione più brunita, entro la quale il trio costruisce un confronto basato su accenti dislocati e figurazioni ritmiche oblique. La struttura tematica, ancorata a un’idea melodica fortemente caratterizzata, viene progressivamente trasformata grazie a deviazioni modulanti e a un impiego accorto delle sostituzioni armoniche, capaci di ampliare il raggio semantico del materiale iniziale. In questo episodio si manifesta con particolare evidenza l’intesa fra Fioravanti e Furian, abili nel sostenere e sollecitare il discorso pianistico senza irrigidirlo in formule prevedibili. Il passaggio a «Silver Temple» accentua l’ambientazione più contemplativa, nella quale la linea melodica assume un andamento quasi rituale, sostenuta da una trama armonica che gioca su sovrapposizioni triadiche e su ambiguità tonali intenzionali. Il pianoforte procede per accumulazione progressiva, mentre contrabbasso e batteria contribuiscono a definire un ambiente nel quale la percezione del tempo tende a dilatarsi, invitando l’ascolto a concentrarsi sulle risonanze e sulle relazioni intervallari più sottili.

I componimenti originali di Chebat s’inseriscono in questo percorso con naturale continuità, evitando qualsiasi frattura percettibile. «Night Radio» conforma un disegno armonico che avanza per gradi congiunti, interrotti da improvvise deviazioni cromatiche, suggerendo un clima notturno costruito sulla qualità del suono piuttosto che su riferimenti narrativi espliciti. Il pianoforte esplora prevalentemente il registro medio-grave, lasciando che le risonanze si intreccino con un contrabbasso dal profilo marcatamente cantabile, mentre la batteria interviene con gesti misurati, sempre funzionali all’economia complessiva del discorso. «Lume» propone una scrittura concentrata sull’essenzialità, nella quale poche cellule tematiche vengono rielaborate secondo un principio di variazione continua. Il percorso armonico si muove fra campi tonali contigui, spesso collocati in una zona di ambiguità fra maggiore e minore, generando una condizione di attesa che rifugge risoluzioni immediate. Il trio rivela qui una notevole maturità nel trattare il silenzio come elemento strutturale, lasciando affiorare una tensione interna costantemente governata. Con «The Wand» il pianista introduce una costruzione più complessa, nella quale sezioni differenziate si susseguono senza soluzione di continuità, tenute insieme da richiami motivici e da una coerenza ritmica sotterranea. Il lavoro sulla forma mette in luce una particolare attenzione all’equilibrio fra scrittura e improvvisazione, secondo una concezione che rimanda a un’idea quasi cameristica del trio jazz, nella quale ogni intervento risulta funzionale al disegno generale. «A Weird Storyteller» si fonda su un andamento narrativo irregolare che sembra emergere dal sottosuolo, attraverso repentini cambi di prospettiva e da modulazioni inattese. Il pianoforte assume qui la funzione di narratore sonoro, articolando un racconto che alterna densità contrappuntistiche e zone di rarefazione, mentre contrabbasso e batteria affiancano e commentano l’evoluzione del percorso con una prontezza dialogica sempre vigile. La conclusione affidata a «Underwater Blue» orienta l’ascolto verso una combustione più immediata, nella quale la scrittura privilegia un moto ondulatorio e un impiego raffinato delle estensioni armoniche. Le progressioni, spesso costruite su accordi aperti e su intervalli ampi, generano un ambiente acustico nel quale la scansione temporale perde rigidità, favorendo un epilogo che rifugge l’enfasi per approdare a una sedimentazione pacata del materiale precedente. Nel loro insieme, i nove capitoli musicali delineano un itinerario unitario, all’interno del quale il confronto con l’eredità coreana si traduce in un processo di assimilazione critica e di rielaborazione personale, sostenuto da una consapevolezza armonica e formale che conferisce al progetto una fisionomia autonoma e pienamente riconoscibile.

Francesco Chebat Trio
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