Miloš Železňák con «Untitled»: Il silenzio come principio generativo e la grammatica dell’indefinito (Caligola Records, 2025)

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«Untitled» non cerca definizioni, non reclama appartenenze, non si offre come manifesto; preferisce suggerire, evocare, lasciare che l’ascoltatore entri in un territorio in cui la musica si sviluppa secondo una assetto narrativo rigoroso e al tempo stesso imprevedibile. Ne nasce un lavoro che invita a un ascolto lento, sensibile al fluire delle idee musicali.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il percorso del Miloš Železňák Acoustic Trio prosegue con «Untitled» lungo una linea evolutiva che affonda le radici in quasi due decenni di ricerca condivisa. La formazione guidata dal chitarrista slovacco, affiancato da Enea Bari e Ján Oriško, propende per un linguaggio comune che affiora da una pratica quotidiana di ascolto reciproco, sedimentata in anni di concerti e di sperimentazioni sul rapporto tra struttura e indeterminazione. L’album registrato nel 2024 restituisce un ordigno sonoro che agisce secondo un andamento sintattico mobile, dove ogni elemento strumentale s’inserisce in una tessitura acustica attentamente modellata.

Železňák, musicista di solida formazione e dotato di una sensibilità armonica nutrita tanto dalla tradizione centro-europea quanto dalle derive più radicali dell’improvvisazione contemporanea, implementa pagine musicali che alternano cellule tematiche essenziali e zone di libertà controllata. Le sue chitarre delineano profili acustici che oscillano tra rarefazione e incisività, mentre il ricorso episodico alle tastiere introduce velature foniche che ampliano la prospettiva del trio senza snaturarne la fisionomia. Enea Bari interviene con un contrabbasso dalla cavata ampia e risonante, abile nel scolpire linee che fungono da perno armonico e da impulso narrativo, mentre Ján Oriško, forte di un ascolto reattivo e immaginativo, modella un ambiente percussivo che non si limita a sostenere, ma stabilisce le coordinate del flusso tematico, suggerendo deviazioni, rallentamenti ed aperture inattese. La sequenza dei titoli – «Untitled», «Unnamed», «Unidentified», «Unspecified», «Undescribed», «Unmarked» – non allude a un vuoto semantico, ma attiene piuttosto a un rifiuto deliberato di incasellare l’esperienza sonora entro categorie predefinite. Ogni composizione si presenta come un campo di possibilità, un territorio in cui la struttura emerge per accumulo di micro-eventi, per sovrapposizione di gesti minimi, per risonanze che si propagano nel tempo. La scrittura di Železňák procede secondo una logica di sottrazione, lasciando che il silenzio diventi materiale strutturale e che gli spazi tra le note assumano un ruolo pari a quello delle linee melodiche. Ne deriva un clima che oscilla tra contemplazione e inquietudine, sempre in equilibrio instabile, sempre pronto a mutare direzione.

La dimensione improvvisativa, lungi dall’essere una prassi fine a se stessa o un banale gioco di ruolo, delinea, per contro, il nucleo pulsante del progetto. Il trio lavora sulla micro-variazione, sulla conversione graduale dei materiali, sulla capacità di far dialogare frammenti melodici e impulsi ritmici secondo un principio quasi cameristico. In alcuni passaggi emergono echi del minimalismo europeo, filtrati attraverso una sensibilità che predilige la vaporizzazione e la cura del dettaglio; in altri si avverte una tensione verso la musica d’ambiente contemporanea, non come sfondo atmosferico, ma come costruzione di spazi acustici in cui ogni suono acquisisce un peso specifico. L’interplay fra i tre musicisti assume così una dimensione quasi scultorea, come se ogni intervento modellasse la materia sonora con precisione artigianale. «Untitled» si inserisce nel percorso di Železňák come un capitolo particolarmente meditato, in cui la ricerca e l’impronta idiomatica si amalgamano ad una riflessione sulla natura stessa dell’ascolto. L’album non propone un racconto lineare, ma piuttosto un insieme di ambienti sonori che invitano a una fruizione attenta, capace di cogliere le sfumature, le affinità, le minime divergenze. La registrazione avvenuta presso lo Studio 71 di Rusovce restituisce con nitidezza la complessità delle dinamiche interne, mentre il mastering di Tobiáš Potocný accentua la profondità del campo acustico, valorizzando la relazione tra gli strumenti e gli spazi che li circondano.

Nel suo compimento finale, l’album di Železňák istituisce di un modello sonoro, in cui il trio mette in gioco la propria maturità espressiva, facendo leva su una consapevolezza condivisa, che traduce ogni passaggio del disco in una piccola fucina di idee. «Untitled» non cerca definizioni, non reclama appartenenze, non si offre come manifesto; preferisce suggerire, evocare, lasciare che l’ascoltatore entri in un territorio in cui la musica si sviluppa secondo una assetto narrativo rigoroso e al tempo stesso imprevedibile. Ne nasce un lavoro che invita a un ascolto lento, sensibile al fluire delle idee musicali e pronto a riconoscere, nella loro apparente semplicità, una complessità stratificata e profondamente meditata.

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