«Dialoghi» di Ziad Trabelsi e Gabriele Coen: estetica dell’incontro, coesistenza sonora e tensione delle differenze (Moonlight Records, 2025)
Ciò che rende «Dialoghi» particolarmente rilevante nel panorama attuale risiede nella sua capacità di evitare scorciatoie retoriche. Nessuna celebrazione ingenua dell’incontro, nessuna riduzione folklorica: al contrario, una pratica rigorosa, consapevole della complessità del reale.
// di Bounty Miller //
«Dialoghi», edito dalla Moonlight Records, si posiziona in una regione espressiva in cui la dimensione estetica e quella etico-politica tendono a sovrapporsi senza mai confondersi. Il progetto condiviso da Ziad Trabelsi e Gabriele Coen si sottrae infatti tanto alla retorica della fusione quanto a quella, speculare, dell’identità irrigidita: ciò che emerge è piuttosto una pratica dell’ascolto come esercizio di coesistenza, inscritta nel suono prima ancora che dichiarata sul piano discorsivo.
L’affermazione posta in esergo – «due strumenti antichi e nobili si uniscono in un dialogo musicale senza tempo» – potrebbe apparire, a una lettura superficiale, come una formula consueta. Eppure, nel corso dell’ascolto, tale enunciato acquista una ricchezza inattesa: l’oud, con il suo portato millenario e la genealogia che attraversa il liuto europeo, e il clarinetto, emblema di una tradizione ebraica rielaborata attraverso il prisma del klezmer e dell’improvvisazione contemporanea, non vengono convocati come segni identitari da esibire, ma quali dispositivi di relazione. Il suono, in questa prospettiva, non rappresenta: mette in contatto. L’organizzazione interna dell’album – undici episodi distribuiti lungo una traiettoria che da Tabarka conduce idealmente fino a Granada, passando per l’Algeria – non va intesa come semplice successione di quadri geografici. Piuttosto, si tratta di una topologia culturale in cui i luoghi funzionano come condensatori di memoria. La Spagna medievale, evocata quale spazio di coabitazione fra ebraismo, islam e cristianesimo, non viene assunta come paradigma nostalgico, ma quale figura critica attraverso cui interrogare il presente. In tal senso, «Dialoghi» non indulge in alcuna idealizzazione: riconosce la frattura storica, ma insiste sulla persistenza di un fondo comune che riaffiora proprio attraverso la pratica musicale.
L’episodio iniziale, «Tabarka», offre una chiave d’accesso particolarmente significativa. Il pedale grave del contrabbasso stabilisce un campo di tensione statico solo in apparenza; su di esso, l’oud di Ziad Trabelsi procede per tentativi, quasi saggiando lo spazio acustico prima di definire un percorso. L’ingresso del clarinetto basso di Gabriele Coen non si configura come risposta, ma come deviazione: le linee si incrociano senza mai coincidere pienamente, producendo una scrittura implicita fatta di avvicinamenti e scarti. La tensione poetica deriva proprio da questa mancata sovrapposizione, da un dialogo che non cerca la sintesi immediata. In «Hope», la dialettica fra malinconia e apertura si dispens attraverso un gioco timbrico particolarmente raffinato. Il sax soprano di Coen, con la sua emissione ora vellutata ora increspata, disegna frasi che sembrano trattenere una dimensione elegiaca; l’oud, al contrario, introduce elementi di moto e di danza, evocando una memoria corporea che appartiene alle tradizioni mediorientali. Non si tratta di contrapposizione, bensì di coesistenza di stati affettivi differenti, che il tessuto musicale accoglie senza gerarchizzarli. «Sguardo» sviluppa un diverso registro espressivo. Dopo un’introduzione affidata al basso, la linea ascendente che sostiene il canto di Trabelsi costruisce una progressione che potremmo definire narrativa, pur in assenza di un vero e proprio racconto. La voce, timbricamente opulenta e controllata, non sovrasta il contesto strumentale, ma vi s’innesta come ulteriore livello di articolazione. L’idea dell’incontro amoroso – improvviso e insieme necessario – trova qui una traduzione musicale che evita qualsiasi enfasi descrittiva, preferendo una gradualità quasi trattenuta.
Nel corso dell’album, la connessione fra acustico ed elettronico merita una considerazione specifica. L’impiego di loop e pedaliera non assume mai carattere ornamentale: si tratta piuttosto di un’estensione del gesto strumentale, che consente di stratificare il suono senza comprometterne la trasparenza. Tale scelta contribuisce a porre il progetto in una dimensione pienamente contemporanea, sottraendolo al rischio di una riproposizione museale delle tradizioni evocate. Di particolare rilievo appare anche la riflessione, esplicitata dagli stessi musicisti, sulle condizioni storiche che hanno reso possibile – e talvolta necessario – l’interscambio fra culture. Il racconto relativo alla Tunisia, con la circolazione di repertori fra comunità ebraiche e musulmane e la paradossale vicenda dell’«orchestra dei ciechi», non costituisce un semplice aneddoto: illumina un dato strutturale, ossia la porosità delle identità musicali. La musica, lungi dall’essere espressione pura di un’appartenenza, si rivela come luogo di negoziazione continua, spesso attraversato da tensioni economiche, sociali e religiose. In questo quadro, «Dialoghi» acquisisce una valenza che eccede la dimensione strettamente artistica. Non si tratta di attribuire alla musica un compito salvifico – posizione che rischierebbe di risultare ingenua – quanto di riconoscerne la capacità di rendere percepibile una complessità altrimenti ridotta a slogan. Quando Gabriele Coen afferma che «i dialoghi non li abbiamo inventati noi», richiama implicitamente una storia lunga e sedimentata, fatta di convivenze, conflitti, scambi e rimozioni. L’immagine della Khamsa in copertina – condivisa tanto dalla tradizione islamica quanto da quella ebraica – sintetizza visivamente questa tensione. Non un simbolo pacificato, ma un segno ambivalente, carico di significati plurimi, che trova nella musica una possibile traduzione sensibile. Ciò che rende «Dialoghi» particolarmente rilevante nel panorama attuale risiede nella sua capacità di evitare scorciatoie retoriche. Nessuna celebrazione ingenua dell’incontro, nessuna riduzione folklorica: al contrario, una pratica rigorosa, consapevole della complessità del reale. L’ascolto si configura così come atto critico, esperienza che richiede attenzione e disponibilità al mutamento. In tempi segnati da irrigidimenti identitari e semplificazioni ideologiche, un lavoro di questa natura non offre risposte, ma ridefinisce le condizioni stesse della domanda.

