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«Dream Archives» non si limita a presentare materiali, piuttosto istituisce un dispositivo in cui ogni ritorno all’ascolto produce nuove configurazioni percettive, come se l’archivio evocato dal titolo non conservasse, bensì riscrivesse incessantemente ciò che contiene.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’assetto compositivo di «Dream Archives» di Craig Taborn, pubblicato da ECM, emerge come un campo di indagine in cui la scrittura pianistica, lungi dal limitarsi a una funzione ornamentale o tematica, assume il ruolo di regia armonica, distribuendo le forze in gioco in virtù di un disegno che privilegia mobilità e trasformazione. L’interazione con Tomeka Reid e Ches Smith non si risolve in un semplice dialogo cameristico, ma si evolve come un sistema di relazioni instabili, in cui ogni intervento modifica retroattivamente la percezione dell’insieme, ridefinendo gerarchie e centri gravitazionali.

Registrato presso Firehouse 12 sotto la supervisione di Manfred Eicher, il lavoro si colloca nel solco di quella linea estetica che, in ambito ECM Records, ha progressivamente dissolto i confini tra scrittura e improvvisazione, tra forma determinata e apertura processuale. Tuttavia, una simile collocazione rischierebbe di risultare riduttiva se non si considerasse la specificità del pensiero taborniano, che non deriva semplicemente da una fusione di linguaggi, ma da una loro interiorizzazione tale da renderne irrilevante la distinzione. Il riferimento a categorie come third stream, associata storicamente a figure quali Gunther Schuller, o alla nozione di American Music proposta da Duke Ellington, illumina solo parzialmente il quadro. In Taborn, infatti, non si riscontra alcuna volontà di legittimazione né di mediazione tra ambiti separati; piuttosto, si osserva una scrittura che opera già nell’alveo di un codice integrato, in cui le procedure della musica colta occidentale e le pratiche estemporanee afroamericane convivono senza necessità di dichiarazione. Le quattro composizioni originali che costituiscono l’ossatura del disco dispiegano un impianto formale articolato, in cui la pianificazione strutturale convive con zone di indeterminazione controllata. In tali spazi, Reid assume una funzione duplice, alternando linea melodica e sostegno accordale mediante un uso calibrato dell’arco e del pizzicato, mentre Smith distribuisce eventi percussivi che non si limitano a scandire il tempo, ma apportano variazioni di densità, interruzioni e rilanci. Il pianoforte, da parte sua, non domina né accompagna, piuttosto funge da bussola e suggerisce traiettorie aprendo varchi.

Quando il trio affronta «When Kabuya Dances» di Geri Allen, la scrittura originaria viene rielaborata secondo una procedura che ne amplifica la componente rituale. Le sezioni composte, caratterizzate da progressioni armoniche non convenzionali e da una disposizione intervallare che privilegia attriti e slittamenti, cedono progressivamente il passo a episodi improvvisativi in cui la pulsazione, pur presente, va frantumandosi in micro-articolazioni. In tale contesto, la memoria di Igor Stravinsky, in particolare della «Le Sacre du printemps», affiora non come citazione, ma quale principio organizzativo, nella gestione di blocchi sonori e nella loro collisione controllata. Analoga complessità si riscontra in «Mumbo Jumbo» di Paul Motian, il cui titolo rimanda implicitamente al romanzo di Ishmael Reed. L’assenza di un centro tonale stabile non conduce a una dispersione, ma a una coerenza di tipo motivico, in cui cellule melodiche vengono reiterate, deformate, ricollocate. Il pianoforte introduce linee frastagliate, talvolta prossime all’atonalità, mentre il violoncello insiste su movimenti arcuati e abrasivi, generando una superficie sonora che richiama, per affinità combinatoria, certe pratiche orchestrali di Carl Stalling, laddove elementi eterogenei vengono accostati senza soluzione di continuità. «Coordinates For The Absent» inaugura il percorso con una partitura propedeutica alla rarefazione e l’attesa. Segnali elettronici, distribuiti con parsimonia, instaurano un habitat in cui ciascun evento acquista rilievo, mentre le entrate strumentali si dipanano sulla scorta di una prassi quasi algoritmica, suggerendo un sistema in fase di auto-organizzazione. In «Feeding Maps To The Fire», al contrario, il materiale si presenta come lava incandescente, sottoposta a rapidi rimaneggiamenti, con Reid che funge da elemento conduttore, trasmettendo impulsi tra le diverse componenti del trio. La traccia eponima, «Dream Archive», delinea un avvitamento – si direbbe più propriamente una sovrapposizione stratificata – tra vibrafono e pianoforte, con Smith che raddoppia e devia le proiezioni di Taborn, mentre il violoncello apporta microvariazioni che destabilizzano la percezione metrica. La scrittura assume una dimensione quasi cibernetica, come se ogni emissione sonora venisse registrato, elaborato e reimmesso nel flusso con modifiche impercettibili.

Il lotto delle sei composizioni, dispensate nell’arco temporale di circa cinquanta minuti, rimanda una concezione della forma che si avvicina più alla musica da camera contemporanea che al formato jazzistico tradizionale. Tuttavia, la presenza costante di una componente improvvisativa impedisce ogni irrigidimento, mantenendo aperto il campo delle possibilità. In tal senso, la distinzione tra partitura e invenzione estemporanea perde significato, lasciando emergere un continuum in cui qualunque elemento risulta potenzialmente trasformabile. La dimensione letteraria evocata dai titoli – «Coordinates For The Absent», «Feeding Maps To The Fire» e «Dream Archive» – configura un ulteriore livello interpretativo, indicando una modalità programmatica che non descrive, ma allude segnando le coordinate senza fissarle. L’ascolto diviene così un atto ermeneutico, in cui il significato non viene imposto, ma implementato progressivamente, sulla scorta delle relazioni che s’instaurano tra i diversi piani sonori. Nel corso dell’intero lavoro, Taborn manifesta una padronanza tecnica e concettuale che non si traduce mai in un’esibizione virtuosistica fine a sé stessa, tanto che qualsiasi opzione appare subordinata a un disegno più ampio, in cui la complessità non costituisce un valore in sé, ma uno maglio per scandagliare possibilità espressive altrimenti inaccessibili. Reid e Smith, dal canto loro, partecipano a tale processo con una sensibilità che consente loro di intervenire con precisione chirurgica, evitando tanto la sovrapposizione ridondante quanto il vuoto funzionale. Quando l’ultima risonanza si dissolve, ciò che permane non riguarda tanto una sequenza di temi o di episodi, quanto una modalità di pensiero musicale, un ordine interno che continua a operare nella memoria dell’ascoltatore. «Dream Archives» non si limita a presentare materiali, piuttosto istituisce un dispositivo in cui ciascun ritorno all’ascolto produce nuove configurazioni percettive, come se l’archivio evocato dal titolo non conservasse, ma riscrivesse incessantemente ciò che contiene.

Craig Taborn by ECM

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