«When Time Slipped Away» di Giorgio Albanese, tra memoria personale e linguaggio jazzistico (Dodicilune, 2026)
Nel loro insieme, le composizioni delineano un assetto formale in cui la dimensione autobiografica si trasfigura in grammatica musicale rigorosa, in grado di interfacciare materiali differenti senza ridurli a una sintesi superficiale.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Giorgio Albanese, con «When Time Slipped Away», edito da Dodicilune, propone un compimento espressivo del proprio percorso artistico diviso tra Italia e Stati Uniti, dove ogni elemento strumentale assume funzione attiva all’interno della struttura complessiva. La fisarmonica, libera da vincoli idiomatici convenzionali, funge da dispositivo generativo: orienta le linee melodiche e le progressioni armoniche, tracciando l’andamento dei temi e favorendo l’evoluzione delle relazioni timbriche senza interruzioni forzate.
L’organico ampliato, che comprende tre strumenti a fiato e una voce oltre al quartetto ritmico, consente un’elaborazione polifonica articolata. I sassofoni di Ethan Klotz e Juanito Saus sviluppano linee contrappuntistiche calibrate, mentre il trombone di Tino Erdos introduce profondità e densità registrale, che ridefiniscono il campo armonico. La voce di Mahya Hamedi interviene come ulteriore componente melodico-armonica, spesso collocandosi in zone modali sfumate, ampliando le possibilità espressive del tessuto complessivo. Il pianoforte di Domas Zeromskas propone un impianto accordale inatteso, con progressioni che rimandano a una sospensione dei riferimenti tonali tradizionali, mentre il contrabbasso di Stefano Battaglia e la batteria di Nitzan Birnbaum stabiliscono un supporto ritmico flessibile, capace di accogliere microvariazioni metriche e agogiche senza interrompere la coesione interna dell’insieme. Gli ospiti apportano ulteriori possibilità espressive. Le percussioni di Rafael Heredia Horimoto apportano stratificazioni ritmiche con riferimenti extraeuropei; il violoncello di Queralt Giralt ridefinisce il registro medio-grave attraverso sensibilità cameristica; il flauto di Yuval Agam occupa spazi sonori più rari, favorendo zone di sospensione e leggerezza all’interno della materia musicale. La scrittura di Albanese sviluppa un sistema coerente di relazioni, in cui la componente melodica mediterranea subisce processi di variazione, frammentazione e ricollocazione. Le cellule tematiche, spesso costruite su intervalli modali netti, vengono distribuite nell’ensemble secondo procedure di rotazione e trasformazione, producendo una percezione dinamica e organica della forma. L’album si situa in un’area in cui il jazz non rappresenta un repertorio codificato, ma uno spazio operativo aperto, disponibile a modulazioni e ridefinizioni continue. Le dichiarazioni di Albanese, lontane da intenti programmatici, confermano la strategia compositiva: la costruzione modulare consente a ogni voce di contribuire in modo equilibrato all’assetto globale.
All’interno di «When Time Slipped Away», Giorgio Albanese dispone le composizioni sulla base di un metodo che trascende la mera successione cronologica, favorendo una progressiva messa a fuoco del proprio linguaggio musicale, in cui ciascun episodio sonoro agisce come variazione di un nucleo identitario condiviso. «Chi-Chi» si regge su un materiale tematico fondato su un impianto modale nitidamente leggibile, entro il quale la linea melodica si distende con naturalezza, evitando rigidità intervallari. La cantabilità, lungi da una funzione puramente decorativa, costituisce il principio organizzativo della scrittura, che richiama certe pratiche della monodia accompagnata filtrate da sensibilità jazzistica, capaci di reinterpretarne simmetrie e proporzioni. Il profilo ritmico, leggermente scostato rispetto alla regolarità attesa, suggerisce un’ironia sottile coerente con l’allusione fonica insita nel titolo. In «Synthetic Happiness», la scala costruita su intervalli non convenzionali genera una fisionomia sonora instabile, mentre il metro in 7/4 accentua la frammentazione percettiva. Il flusso reiterativo, sostenuto da cellule ostinate, evita ogni staticità e conduce a un progressivo ridefinirsi degli equilibri interni. In questo contesto, la ripetizione assume funzione trasformativa, secondo modalità che ricordano certe procedure del minimalismo statunitense, pur senza aderirvi pienamente. La concezione di una felicità costruita si manifesta in una scrittura che privilegia controllo e misura, sviluppando una tensione disciplinata senza abbandoni lirici. «Thinking About You» attira l’ascoltatore in una zona più rarefatta del disco, in cui la memoria personale si traduce in una struttura tematica lineare e fluida. Il riferimento al paesaggio pugliese non si traduce in citazione folklorica, bensì in qualità del fraseggio e del respiro melodico, evocando una temporalità dilatata affine ad alcune esperienze della pittura tonale, dove la luce modula e dissolve i contorni. La scrittura armonica, volutamente contenuta, lascia emergere microvariazioni di colore sonoro che contribuiscono a un’atmosfera raccolta e intimista. Con «Meta Blues», Albanese lavora su una delle forme più codificate del jazz, sottoponendola a torsioni metriche che ne modificano la percezione. Il 6/4, in sostituzione del consueto 4/4, suggerisce un andamento vicino al valzer, senza mai aderirvi completamente. L’esito non consiste in una semplice fusione stilistica, ma in una ridefinizione del modulo bluesistico filtrato attraverso sensibilità europee. Il disegno armonico, pur mantenendo riferimenti al blues minore tradizionale, accoglie deviazioni modali che ampliano il campo espressivo.
«Schizofrenie» rappresenta uno dei passaggi più complessi dell’album. La struttura procede per giustapposizione di sezioni contrastanti, dove materiali tematici eterogenei si organizzano secondo principi di frattura controllata. L’interludio centrale, caratterizzato da intensità dinamica e saturazione del registro medio-alto, apre una zona instabile che si ricompone parzialmente nella sezione conclusiva. Il titolo, volutamente scorretto dal punto di vista linguistico, riflette una scrittura che problematizza l’unità percettiva, suggerendo più centri di attenzione simultanei. In «Get There», il riferimento al jazz degli anni Sessanta e Settanta si manifesta in un lavoro sul vocabolario armonico, dove progressioni caratteristiche vengono reinterpretate secondo sensibilità contemporanea. La linea melodica, centrale come negli altri brani, s’innesta su un tessuto accordale che alterna aperture modali e richiami funzionali, generando un fraseggio in costante evoluzione, privo di prevedibilità. Il titolo allude a uno stato di tensione verso un ideale sonoro sfiorato senza mai essere completamente assimilato. «Unconditionally» chiude il percorso con un materiale estremamente ridotto. Due accordi costituiscono la matrice generativa, entro la quale la melodia assume funzione regolativa. L’improvvisazione, vincolata al tema, rovescia pratiche consolidate del jazz, ponendo la linea melodica al centro intorno a cui ruotano le variazioni. La struttura enfatizza l’unità interna rispetto alla proliferazione di idee, secondo modalità analoghe a certe forme di variazione continua della tradizione colta europea. Nel loro insieme, le composizioni delineano un assetto formale in cui la dimensione autobiografica si trasfigura in grammatica musicale rigorosa, in grado di interfacciare materiali differenti senza ridurli a una sintesi superficiale. «When Time Slipped Away» mette in luce la dimensione autobiografica non come narrazione esplicita, ma tramite scelte compositive rigorose e consapevoli. La fisarmonica, al centro del discorso, funge da guida dei materiali, sostenendo la coerenza interna e definendo con precisione la fisionomia sonora dell’insieme, senza ricorrere a soluzioni di convenienza o a formule retoriche convenzionali.

