«Humanity» di Leonardo Radicchi: oltre l’orpello, il rigore formale e l’andamento sintattico di una musicalità ricercata

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Un profilo espressivo che s’impone per coerenza e profondità, confermando come la musica, quando è interiormente articolata e sostenuta da una solida formazione intellettuale, possa ancora palesarsi quale strumento di indagine e di rivelazione del reale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Humanity», ln nuovo lavoro di Leonardo Radicchi, edito dalla Wow Records, sancisce un manifesto estetico e civile d’una nobiltà speculativa raramente rintracciabile nel panorama jazzistico contemporaneo. Il sassofonista e compositore, la cui fisionomia sonora, forgiata tra il rigore accademico del Berklee College, il magistero di George Garzone e di Ed Tomassi, edifica un impianto compositivo ove la musica non si limita a essere esercizio formale, ma s’identifica in un’indagine ontologica sulla condizione dell’essere. Il cuore pulsante del disco risiede in una suite in cinque movimenti che pone in essere una riflessione sul concetto di dignità, intesa non quale accidente storico, ma quale qualità umana fondativa ed inalienabile. Questa scelta stilistica, priva di orpelli e divagazioni armoniche superflue, permette alla narrazione di procedere con una nitidezza che rimanda alla scultura minimalista, ove l’essenzialità del tratto esalta la densità del messaggio.

Il disegno musicale complessivo di «Humanity» si connota per un’impronta linguistica che fonde la complessità del linguaggio jazzistico con una sensibilità ricettiva verso le lacerazioni della contemporaneità. In questo solco creativo, Leonardo Radicchi non si limita a produrre un sistema sonoro autonomo , ma traccia un profilo espressivo che s’impone per coerenza e profondità, confermando come la musica, quando è interiormente articolata e sostenuta da una solida formazione intellettuale, possa ancora palesarsi quale strumento di indagine e di rivelazione del reale. L’indagine analitica sui singoli episodi sonori che compongono «Humanity» permette di far affiorare la fisionomia d’un’opera stratificata, nella quale ogni pagina musicale si palesa quale frammento d’un mosaico intellettuale di rara coerenza. Leonardo Radicchi modella un percorso che inizia con l’enunciazione ontologica per approdare a una fenomenologia del presente, coadiuvato da una geometria timbrica che rimanda costantemente alla grande letteratura dell’impegno civile.

La struttura si dipana lungo un percorso dialettico che comincia con «Born Free and Equal», composizione che enuncia la natura incondizionata del diritto. «Born Free and Equal» si caratterizza per un’aura fonica tersa, un’apertura che allude alla purezza dello stato di natura caro a Jean-Jacques Rousseau. Il disegno armonico, sostenuto da un andamento sintattico fluido, pone in essere un orizzonte linguistico ove le voci di Battaglia, Raviglia ed Cannelli s’uniscono in un contrappunto modale di estrema eleganza, suggerendo una spazialità acustica priva di confini. A questo momento corale succede la «First Inference», un atto espressivo solistico che agisce come una pausa riflessiva, un ragionamento autonomo che scompone la densità del discorso collettivo per indagare il silenzio tra le note. Le due «Inferences» rappresentano momenti di solismo assoluto, i quali s’interpongono come ragionamenti autonomi che interrompono il flusso corale per ristabilire un ordine interno meditativo, permettendo all’ascoltatore di abitare il vuoto tra le note con una consapevolezza rinnovata. All’interno di questo reticolo atomico di suoni e significati, il movimento centrale «Dignity» funge da baricentro concettuale, modellando una geometria timbrica ove la voce di Marta Raviglia, Camilla Battaglia ed Lorenzo Cannelli si annoda al soffio del leader. il registro di Radicchi si fa musicalmente eloquente, tracciando una traiettoria fraseologica che evoca la dignità quale «diritto ad avere diritti», secondo la lezione di Hannah Arendt. L’impianto compositivo s’alimenta di tensioni armoniche non risolte, rispecchiando la fragilità di una condizione umana che può essere strappata via o smarrita. La «Second Inference» prolunga questa indagine speculativa, prima che «For All or No One», una risoluzione etica, quale ammonimento sonoro sulla natura collettiva della libertà che suggella la suite con un’impronta linguistica imperativa. Il brano si sviluppa sulla scorta di una logica di inclusione radicale, ove il colore sonoro del trio e delle voci s’unisce in una costruzione modulare di potente impatto emotivo.

La seconda parte della struttura compositiva si apre con «La Follia (to Gaza people)», un ordito tematico intriso di gravità, ove il clarinetto basso disegna un profilo acustico dolente. Il rimando letterario corre alle visioni di Mahmoud Darwish, mentre l’assetto esecutivo del trio pianoless priva il brano di ogni orpello, lasciando che la nuda verità del lamento affiori con una nitidezza quasi marmorea, la procedura strumentale s’appropria di un’aura fonica fitta di tensioni, trasformando l’atto improvvisativo in un intervento solistico di profondo impegno politico, che risente della lezione di Greg Osby e Maurizio Giammarco, inquieta e capace di far vibrare le corde della coscienza civile senza mai cedere a facili pietismi. Segue «Rivers and Woods», un passaggio dove la trama sonora s’allarga in una scansione elastica, evocando paesaggi naturali incontaminati che fungono da rifugio per l’anima inquieta. In «Jacobin», la fisionomia del suono si fa più spigolosa e dinamica, rimandando a un fervore intellettuale che non teme il conflitto. La sezione ritmica di Valeri e Paris sostiene un’architettura timbrica densa di sincopi, modellando un clima sonoro che allude alla necessità del mutamento sociale. «Water Chant» e «Love and Struggle» proseguono questa indagine sulla condizione contemporanea: il primo tramite una velatura acustica liquida e ancestrale, il secondo sulla scorta di un disegno armonico che sovrappone la dolcezza del lirismo alla durezza della lotta, in un equilibrio instabile che ricorda le sculture di Alberto Giacometti. Il finale si regge sulla verticalità di «Head Held High» e sulla complessità di «Dealignment», i quali mostrano l’abilità di un costruttore di forma, versato nell’arte di far dialogare la tradizione del jazz di ricerca con un’urgenza narrativa che s’alimenta di verità umane universali. Nel primo brano, l’andamento sintattico suggerisce una postura etica di resistenza, una fisionomia sonora che s’erge con fierezza nonostante le avversità. L’opera si chiude con «Dealignment», una partitura che interroga la frammentazione del reale, in cui le traiettorie solistiche s’allontanano per poi ritrovarsi in un procedura intrinseca che non cerca la pacificazione, ma la consapevolezza. Leonardo Radicchi firma così un compendio di umanità che si segnala per accuratezza filologica ed urgenza espressiva, offrendo un’esperienza d’ascolto che è, al contempo, un atto di responsabilità civile. Normalmente nelle mie recensioni non ci sono votazioni, ma se nel caso di Leonardo Radicchi volessimo fare il giochino delle stellette da assegnare, saremmo dinnanzi a un disco da «5 Stelle Super».

Leonardo Radicchi

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