Claudio Fasoli e l’estetica del transito: geografie acustiche e flussi sotterranei in «London Tube» (Abeat, 2014)
«London Tube» rimane nella memoria come un flusso ininterrotto di pensiero musicale, una testimonianza di come l’individuo possa ancora ritagliarsi uno spazio di verità nel frastuono della modernità, a patto di possedere la disciplina e l’onestà intellettuale necessarie per abitare il vuoto e trasformarlo in architettura.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’indagine sulla cinetica urbana e sulla stratificazione degli spazi metropolitani si materializza nell’opera «London Tube» di Claudio Fasoli, come una perlustrazione dei flussi sotterranei della coscienza musicale. Il sassofonista veneziano, coadiuvato da una compagine di solida formazione che vede Michele Calgaro alla chitarra elettrica, Lorenzo Calgaro al contrabbasso, Gianni Bertoncini alla batteria ed all’elettronica con l’aggiunta della tromba di Michael Gassmann, modella un sistema armonico in cui il jazz s’allontana dalle rassicuranti sponde del post-bop per approdare a un’estetica industriale e colta. Il titolo stesso rimanda non a una semplice suggestione geografica, ma a una visione del movimento inteso come successione di istanti, fermate ed accelerazioni improvvise, dove la fisionomia del suono s’ammanta di una qualità traslucida ed a tratti tagliente.
La scrittura di Fasoli si dispensa mediante un procedimento che predilige la frammentazione tematica e la sovrapposizione di colori sonori contrastanti. In questo quadro formale, la presenza dell’elettronica gestita da Bertoncini non agisce come un mero ornamento, ma s’infiltra tra le maglie della sezione ritmica, generando un’aura fonica che ricorda certe intuizioni della musica concreta o le atmosfere rarefatte della scuola di Darmstadt, sebbene trasposte in un assetto improvvisativo. L’interplay tra il leader ed il trombettista Michael Gassmann s’ispira a una logica di contrappunto moderno, in cui le due voci s’incontrano e s’allontanano lungo traiettorie non lineari, evitando la consuetudine dei temi all’unisono per privilegiare piuttosto una geometria timbrica fondata sul riflesso e sulla dissonanza controllata. Il tratto espressivo di Michele Calgaro alla chitarra elettrica funge da cerniera tra la solidità del legno del contrabbasso e l’astrazione dei segnali sintetici. La sua abilità nel disporre le note con una sensibilità ricettiva verso il silenzio permette alla narrazione di respirare, trovando spazi di risonanza entro i quali il sax di Fasoli può tracciare i propri profili acustici. L’andamento sintattico delle composizioni rifugge la quadratura tradizionale, orientandosi verso una struttura modulare che s’alimenta di brevi cellule motiviche, accenni accordali ed una libertà agogica che richiede all’ascoltatore una tensione intellettuale costante. Risulta evidente come l’impianto compositivo di «London Tube» s’appoggi su una ricerca che privilegia l’essenzialità del segno, quasi che la musica volesse farsi scultura immateriale nel vuoto dei tunnel metropolitani.
Lorenzo Calgaro, al contrabbasso, garantisce una tipologia d’intervento che impedisce alla materia fonica di dissolversi nel caos, fornendo risoluzioni armoniche che s’infiltrano con naturalezza nelle trame sonore del quintetto. La sua tecnica raffinata s’esplicita in una conduzione delle linee di basso che non è mai meramente ancillare, piuttosto funge da pilastro costruttivo di pari dignità rispetto alle parti solistiche. Nel solco di tale rigore strutturale, Gianni Bertoncini dispone i ritmi con una precisione chirurgica, utilizzando il set percussivo come una sorgente di impulsi timbrici che dialogano in tempo reale con le sequenze elettroniche, creando un ambiente sonoro stratificato ed interiormente articolato. Sulla scorta di queste premesse, il concept si staglia su una superficie in cui la tensione s’accumula in virtù di aggregazioni accordali non risolte e di velature acustiche che suggeriscono una spazialità quasi cinematica. Il soffio di Fasoli, sia al tenore che al soprano, si connota per una nobiltà di tono che ricorda la lezione dei grandi innovatori del modernismo, ma con una fisionomia linguistica del tutto originale, in cui il calore s’unisce alla freddezza lucida del pensiero analitico. Ogni intervento strumentale appare motivato da una necessità espressiva che non lascia spazio al gesto gratuito, rendendo la pagina musicale musicalmente eloquente ed immune da derive divulgative. La connessione interdisciplinare s’impone alla mente dell’osservatore quando il flusso sonoro s’interrompe per lasciare spazio a brevi interazioni aforistiche, momenti in cui il silenzio acquista una valenza strutturale che ricorda le pause drammaturgiche del teatro di Samuel Beckett. Il mondo sotterraneo evocato dal titolo diventa metafora di una condizione umana in transito, dove la musica s’interroga sulla propria natura in un contesto antropizzato e tecnologico. Tale orizzonte estetico s’arricchisce di riferimenti armonici che guardano alla bitonalità ed all’accavallamento di modi, generando una coloritura acustica che non mira a una finalità catartica, ma permane come un interrogativo aperto sulla funzione del suono nella modernità.
L’immersione nel magma sonoro di «London Tube» non s’offre al fruitore come una semplice sequenza di brani, bensì come un’impalcatura organica e fluida. L’apertura, affidata alla title-track, chiarisce immediatamente l’assetto narrativo: un’indagine sulla cinetica industriale dove la chitarra di Michele Calgaro e l’elettronica di Gianni Bertoncini generano una velatura acustica quasi spettrale, un battito meccanico che evoca il respiro dei tunnel. Non v’è alcuna concessione al pittoresco; piuttosto, s’avverte una ricerca ontologica sulla materia fonica che prosegue senza soluzione di continuità in «The Same» e «Over The Bridge», dove l’andamento sintattico del quintetto di dipana mediante un reiterato by-play, in cui la solidità del contrabbasso di Lorenzo Calgaro fornisce il baricentro necessario affinché i fiati possano fluttuare tra astrazione e lirismo. La sensazione è quella di un viaggio in cui le fermate non sono interruzioni, ma momenti di riflessione in cui l’idioletto dei musicisti s’arricchisce di inedite sfumature cromatiche. Man mano che la narrazione s’inoltra nell’oscurità di «Night Wood», la geometria timbrica s’infittisce di tensioni notturne, dove l’elettronica non agisce come decoro, ma come un organismo biologico che s’insinua tra le maglie del legno. In questo quadro formale, la precisione di Bertoncini nel distribuire impulsi sintetici disegna un habitat sonoro stratificato, entro il quale il sax di Fasoli e la tromba di Gassmann comunicano come due viandanti in una foresta di cemento e segnali radio. La successiva «Eclisse» rappresenta forse il vertice del diradamento: un episodio in cui la prassi procedurale s’affida al silenzio e alla gestione dei pesi acustici, convertendo la composizione in una scultura d’aria e di metallo che sembra raggelare il tempo metropolitano.
Il rigore della forma riemerge con vigore in «Seven To Five», dove l’asimmetria ritmica s’invera in una danza complessa ma mai arida, dimostrando come la formazione di Fasoli possieda una sensibilità ricettiva capace di volgere la complessità matematica in fluidità espressiva. Le riflessioni timbriche di «Reflections» e l’ascesa aerea di «Kite» (dove il sax del leader traccia parabole di straordinaria purezza) conducono infine l’ascoltatore verso l’omaggio conclusivo di «A Blues For Miles». Il passaggio finale non è una celebrazione nostalgica, ma un atto di fede nella modernità: un blues decostruito e filtrato attraverso un’aura fonica contemporanea, che riconnette l’intera esperienza di «London Tube» alle radici nobili del jazz innovativo. In definitiva, il disco si attesta come un saggio sulla percezione urbana, dove ogni vibrazione diviene parte di un disegno musicale più ampio e privo di compartimenti stagni. Claudio Fasoli si conferma un disegnatore di spazi acustici consapevole e raffinato, in grado di far risuonare l’invisibile attraverso un uso sapiente della tecnologia e della tradizione. «London Tube» rimane nella memoria come un flusso ininterrotto di pensiero musicale, una testimonianza di come l’individuo possa ancora ritagliarsi uno spazio di verità nel frastuono della modernità, a patto di possedere la disciplina e l’onestà intellettuale necessarie per abitare il vuoto e trasformarlo in architettura.

