«Moment in Time»: nel solco della purezza con l’interrelazione acustica tra Brenko, Tavolazzi ed Quarantotto (Menart Records, 2026)
Un iter d’ascolto che si dipana fra tensioni, riflessione lirica, urgenza, densità emotiva e delicatezza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Provate ad immaginare la genesi di un vinile concepito secondo i canoni dell’età dell’oro: una selezione di soli sei componimenti, affidata a un trio che eleva la sapienza jazzistica e l’interrelazione a meccanismo d’impeccabile precisione. Leon Brenko inaugura la propria nuova stagione creativa con «Moment in Time», produzione licenziata dall’etichetta Menart che suggella un percorso di continuità con i precedenti lavori, rendendosi disponibile sia nelle architetture immateriali delle piattaforme digitali, sia nella concretezza tattile del microsolco.
L’album emerge quale esito di un’eletta convergenza artistica fra tre personalità di spicco: lo stesso Brenko al pianoforte, il rigore di Marco Quarantotto alla batteria e l’apporto di Ares Tavolazzi, contrabbassista tra i più autorevoli del panorama italiano, la cui presenza garantisce un sostegno armonico di rara autorevolezza. Registrato presso l’Urban Recording Studio di Trieste, il progetto vede Brenko investito della duplice veste di compositore e produttore, curatore attento di ogni sfumatura narrativa. La fisionomia del suono beneficia della perizia di Fulvio Zafret per i primi cinque episodi, laddove la sesta pagina musicale reca la firma di Stefano Amerio, il quale ha altresì curato le fasi di missaggio e masterizzazione presso l’Artesuono Studio di Udine. L’apporto del tecnico friulano si riflette in una velatura acustica cristallina, ove la dinamica del pianoforte di Brenko può distendersi senza subire compressioni che ne alterino il colore naturale. Tale scelta tecnica valorizza l’impianto compositivo di «Moment in Time», permettendo alle frequenze di respirare e di interagire tra loro secondo una logica di assoluta fedeltà timbrica. In virtù di questo magistero tecnologico, il disco si connota per un’aura fonica che privilegia la sottrazione rispetto all’enfasi, rendendo udibile anche il gesto strumentale più sommesso e trasformando l’ascolto in un’esperienza di prossimità quasi fisica con il trio. L’identità visiva, curata da Igor Zirojević, accompagna un iter d’ascolto che si dipana fra tensioni, riflessione lirica, urgenza, densità emotiva e delicatezza.
L’album si apre con «One Way Or The Other», episodio in cui il trio palesa immediatamente una coerenza strutturale d’alto magistero, ove il pianismo di Brenko s’interroga sulle direttrici armoniche mobili e la sezione ritmica risponde con un’interazione che rasenta la perfezione meccanica. La narrazione prosegue nel brano eponimo «Moment In Time», passaggio in cui il tempo sembra farsi elastico per accogliere un’esplorazione lirica più intima, quasi che il suono volesse fissare l’impermanenza dell’istante mediante una fisionomia fonica quanto mai raccolta. In questo quadro formale, l’apporto di Ares Tavolazzi si connota per un’accorta scelta delle frequenze gravi, capaci di sostenere il disegno melodico senza mai prevaricarne la natura. Il fluire del disco conduce successivamente a «L’Incontro», composizione che rifugge qualsiasi retorica didascalica per concentrarsi su una dialettica serrata tra i tre solisti, i quali costruiscono una geometria timbrica basata su richiami e sottili allusioni contrappuntistiche. A questa fase di ricca comunicazione acustica succede «It’s Up To You», brano che si segnala per un andamento sintattico più assertivo, ove la batteria di Marco Quarantotto modella lo spazio sonoro con interventi di rara precisione tecnica, sollecitando Brenko verso soluzioni solistiche di notevole inventiva. Il clima muta sensibilmente con «Unspoken Words», laddove il trio s’immerge in un’aura fonica venata di malinconia ed il silenzio, sapientemente gestito, diviene parte integrante dell’impianto compositivo, evocando suggestioni che rimandano a certa estetica nordeuropea pur mantenendo un calore squisitamente mediterraneo. L’intero percorso si conclude con la sesta traccia, «Lullaby For Adamino»; qui il profilo espressivo si fa etereo, una ninna nanna che si distende in un equilibrio instabile tra rigore formale e abbandono emotivo, suggellando l’album con un’ultima, raffinata velatura sonora.
Per gli amanti del vinile, va ribadito che l’intervento di Stefano Amerio in fase di missaggio e masterizzazione eleva l’opera a manufatto di eccelsa caratura audiofila, restituendo al supporto vinilico una trasparenza e una tridimensionalità che paiono quasi scolpire l’aria circostante. La post-produzione agisce sulla fisionomia del suono con la precisione di un chirurgo dell’acustica, garantendo che ogni vibrazione del contrabbasso di Tavolazzi e ogni minima sfumatura della batteria di Quarantotto trovino una collocazione spaziale definita all’interno del disegno armonico globale di Brenko.

