Con la dipartita di Michel Portal scompare un pezzo importante della storia del jazz europeo. Ne abbiamo imbastito un profilo ricamato
Michel Portal
L’esperienza di Michel Portal si posiziona in un punto di frizione feconda fra l’avanguardia europea del secondo Novecento e la tradizione afroamericana del jazz, due poli che non si lasciano ridurre a una semplice dialettica di influenza e reazione, ma esigono una lettura più sottile, in grado di distinguere consonanze strutturali e divergenze ideologiche.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La notizia della scomparsa di Michel Portal, avvenuta all’età di novant’anni, chiude una traiettoria artistica che ha determinato in modo decisivo la ridefinizione del linguaggio jazzistico europeo e sulla sua relazione con la musica colta del secondo Novecento. Nato a Bayonne il 27 novembre 1935, Portal maturò una formazione di solida impronta classica, suggellata dal primo premio di clarinetto al Conservatoire de Paris nel 1959, riconoscimento che attestava non soltanto un controllo tecnico impeccabile, ma una consapevolezza strutturale del fraseggio, della respirazione e dell’articolazione che avrebbe orientato tutta la sua produzione successiva.
L’orizzonte accademico non delimitò il suo percorso, piuttosto ne costituì la base teorica dalla quale prese avvio una ricerca che si sarebbe spinta verso territori liminali. L’incontro con la musica contemporanea, testimoniato dalla partecipazione alle creazioni di Pierre Boulez, Luciano Berio e Karlheinz Stockhausen, lo introdusse a una concezione del suono inteso quale materia plastica, suscettibile di essere scomposta, rarefatta, sottoposta a processi di moltiplicazione timbrica e di espansione micro-intervallare. In seno a quelle esperienze, il clarinetto cessava di fungere da mero veicolo melodico e acquisiva statuto di laboratorio acustico, finalizzato a produrre multifonici, frullati, suoni di chiave, soffi non intonati e microvariazioni dinamiche che mettevano in crisi la nozione tradizionale di linea cantabile. Tale consapevolezza si rifletté nella sua adesione precoce al free jazz europeo, di cui Portal divenne figura cardinale. «Free Jazz» del 1965 non rappresentò un’imitazione dei modelli afroamericani, bensì un tentativo di sottrarre l’improvvisazione europea alla sudditanza stilistica nei confronti della grammatica statunitense. In quel contesto, l’assetto armonico non veniva più concepito quale successione funzionale di accordi, secondo la logica tonale o modale, piuttosto come campo di forze, come spazio mobile entro cui le altezze si aggregavano in costellazioni provvisorie. L’idea di centro tonale si relativizzava, mentre l’energia del suono, la sua densità spettrale e la sua proiezione nello spazio acquisivano un ruolo primario. Portal rivendicava l’esigenza di non fissarsi in un unico codice espressivo; dichiarava di diffidare della routine e di preferire una musica festosa all’armonia accademica. Tale affermazione non alludeva a un rifiuto della complessità, ma piuttosto a una diversa modalità di concepire il rigore. La sua scrittura improvvisativa, benché animata da slanci libertari, si fondava su un controllo puntuale delle strutture intervallari, su una gestione attenta delle dinamiche e su una scansione ritmica in grado di alternare sospensioni e improvvise accelerazioni. L’elemento festivo coincideva con una vitalità ritmica che trovava radici tanto nelle tradizioni popolari basche quanto nelle sperimentazioni urbane del jazz contemporaneo. La versatilità strumentale costituiva un altro tratto distintivo della sua fisionomia sonora. Accanto al clarinetto, Portal impiegava il sassofono, ampliando così il ventaglio dei colori acustici e delle possibilità fraseologiche. Il passaggio dall’ancia semplice del clarinetto a quella del sax implicava un differente assetto dell’emissione, una diversa pressione dell’aria e una modifica sostanziale della proiezione sonora. Portal sfruttava tali differenze non come semplice variazione di registro, ma come mutamento di prospettiva formale; talora il clarinetto dispensava un narrazione franta, ricca di scarti intervallari, mentre il sassofono proponeva linee più estese, quasi declamatorie, sostenute da una scansione elastica del tempo.
L’esperienza con la Michel Portal Unit consolidò questa vocazione alla pluralità linguistica. I concerti di Châteauvallon e Uzeste, rimasti nella memoria collettiva per l’intensità dell’interazione, mostrarono un ensemble versatile nel distribuire le voci secondo una logica quasi cameristica, nella quale ogni intervento solistico si inseriva in un tessuto collettivo in continua trasformazione. La scrittura non veniva abbandonata, ma posta in dialogo con l’improvvisazione; temi concisi, talvolta ridotti a cellule intervallari, fungevano da nuclei generativi per sviluppi imprevedibili. Parallelamente, Portal coltivò un’intensa attività nel campo delle colonne sonore, ambito nel quale ottenne tre César e due Sept d’or, oltre al Grand Prix National de la Musique nel 1983 e a una Victoire du Jazz nel 2021. In tali lavori, il rapporto fra immagine e suono lo indusse a riflettere sulla funzione narrativa della musica. L’episodio sonoro non doveva limitarsi a sottolineare l’azione, piuttosto contribuire a delineare uno spazio emotivo autonomo, capace di suggerire ambiguità, attese, chiaroscuri psicologici. L’uso del clarinetto basso, con la sua aura grave e vellutata, permetteva di evocare paesaggi interiori, mentre le figurazioni acute apportavano elementi di inquietudine o di ironia. Il suo ultimo album, «MP85», pubblicato in occasione dell’ottantacinquesimo compleanno, chiude idealmente una discografia vasta e articolata. In quella pagina musicale si coglieva una sintesi matura delle sue esperienze; la scrittura alternava momenti di rarefazione, nei quali il suono pareva trattenersi in equilibrio instabile, a sezioni di maggiore espansione, sostenute da un dialogo serrato fra fiati e sezione ritmica. L’improvvisazione non cercava l’effetto virtuosistico, bensì una forma di concentrazione espressiva che lasciasse affiorare il peso dell’esperienza. Portal amava ricordare come, da bambino, immaginasse persone che si spingevano fino ai confini del mondo per osservare altri modi di vivere. Tale immagine si presta a una lettura simbolica della sua poetica; la musica diveniva luogo di esplorazione, strumento di conoscenza, occasione di confronto con l’alterità. In virtù di questa tensione verso l’altrove, egli contribuì a emancipare il jazz europeo da un ruolo periferico, offrendo un modello nel quale la tradizione classica, l’avanguardia colta e l’improvvisazione radicale coesistevano senza gerarchie precostituite. L’eredità di Michel Portal si colloca dunque all’incrocio fra rigore formale e apertura sperimentale. La sua figura non può essere ridotta a quella di un semplice virtuoso; occorre riconoscere in lui un costruttore di forma, un regista armonico abile nel modulare fra sistemi differenti, di far dialogare la scrittura contemporanea con l’energia improvvisativa e di restituire al clarinetto una centralità che, nel jazz, raramente aveva conosciuto con tale ampiezza. Con la sua scomparsa si conclude una stagione, e insieme permane un lascito che continuerà a interrogare musicisti e studiosi, invitandoli a non arrestarsi entro confini stilistici rassicuranti, ma a cercare, con disciplina e curiosità, un linguaggio sempre rinnovato.
L’esperienza di Michel Portal si posiziona in un punto di frizione feconda fra l’avanguardia europea del secondo Novecento e la tradizione afroamericana del jazz, due poli che non si lasciano ridurre a una semplice dialettica di influenza e reazione, ma esigono una lettura più sottile, in grado di distinguere consonanze strutturali, divergenze ideologiche e zone di convergenza inattesa. La formazione accademica al Conservatoire de Paris e la collaborazione con figure quali Pierre Boulez, Luciano Berio e Karlheinz Stockhausen inserirono Portal nel cuore della ricerca europea sul suono come materia autonoma. In quell’orizzonte, l’attenzione non si concentrava primariamente sulla progressione armonica secondo funzioni tonali, ma piuttosto sulla distribuzione delle altezze nello spazio, sulla micro-variazione dinamica, sulla frammentazione del gesto e sulla scomposizione della linearità melodica. Il clarinetto, strumento tradizionalmente associato a una cantabilità legata al repertorio classico, veniva sottoposto a pratiche estese: multifonici, frullati, emissioni d’aria senza altezza definita, attacchi aspirati. Il suono perdeva la propria neutralità e acquistava uno spessore quasi plastico. Questa prospettiva differisce radicalmente dal nucleo originario del jazz afroamericano, nel quale l’armonia funzionale, pur evolvendosi verso complessità modali o cromatiche, mantiene un ruolo fondativo. La lezione di Charlie Parker, con la sua ridefinizione delle sostituzioni armoniche e delle tensioni alterate, oppure quella di John Coltrane, con l’esplorazione ciclica delle progressioni intervallari, poggiano su una concezione della forma in cui il percorso accordale orienta l’improvvisazione. Portal, pur ammirando tale tradizione, non ne assume il sistema come fondamento esclusivo. Il suo perifrasi improvvisativa spesso sospende la gerarchia tonale, preferendo campi modali instabili o aggregati intervallari non funzionali, secondo una logica che deve molto all’ambiente post-seriale europeo. Si coglie qui una prima divergenza: l’avanguardia europea tendeva a emanciparsi dalla pulsazione regolare e dalla retorica swing, mentre la tradizione afroamericana, anche nelle sue declinazioni più radicali, conservava un rapporto profondo con il ritmo come matrice identitaria. Portal, nel solco del free europeo, non rinnega la pulsazione, piuttosto la relativizza. Il tempo può rarefarsi, frammentarsi, dilatarsi fino a dissolversi in una scansione quasi respiratoria. L’elasticità metrica diviene principio costruttivo, non semplice ornamento.
La convergenza, tuttavia, si manifesta in modo evidente nell’attenzione all’improvvisazione come atto fondativo. L’orizzonte afroamericano ha sempre riconosciuto nell’improvvisazione un gesto di affermazione identitaria, un processo di trasformazione del materiale dato. Analogamente, l’avanguardia europea, soprattutto nella sua declinazione più radicale, individuava nell’alea e nell’interazione estemporanea una possibilità di superare la rigidità della partitura. Portal si muove fra questi due poli con naturalezza; la scrittura non viene abolita, bensì posta in tensione con l’evento improvvisato. Temi concisi, cellule intervallari, frammenti ritmici fungono da catalizzatori, mentre l’andamento fraseologico si sviluppa secondo traiettorie imprevedibili. Come accennato, «Free Jazz» del 1965, realizzato in un contesto europeo ancora fortemente segnato dall’egemonia statunitense, rappresenta un atto di emancipazione linguistica. Il riferimento implicito a Ornette Coleman non si traduce in imitazione, ma in rielaborazione. Se Coleman aveva già incrinato il primato dell’armonia funzionale in favore di un’interazione melodica collettiva, Portal radicalizza tale prospettiva inserendovi un controllo timbrico derivato dalla musica contemporanea europea. L’improvvisazione collettiva assume così un carattere più cameristico, meno legato alla dialettica solista-sezione ritmica e più orientato a una distribuzione orizzontale delle responsabilità sonore. Un ulteriore elemento di divergenza concerne la dimensione espressiva. Il jazz afroamericano nasce da un’esperienza storica segnata dalla segregazione, dal dolore e dalla resilienza; la componente bluesistica permea anche le espressioni più sperimentali. Portal, pur sensibile a tale retaggio, non attinge direttamente a quella matrice; la sua espressività tende verso una pluralità di riferimenti, comprendendo la musica popolare basca, la chanson francese e le ricerche colte del Novecento. La malinconia del blues si trasforma, nelle sue pagine, in un lirismo più astratto, talvolta ironico, talvolta ludico. Ciò non implica distanza emotiva. Al contrario, la sua scelta di privilegiare una musica festosa, dichiarandosi nemico della routine, suggerisce un’affinità con la dimensione comunitaria del jazz afroamericano. L’idea di festa non coincide con superficialità; rimanda piuttosto a una partecipazione collettiva, a un’energia condivisa che scaturisce dall’interazione. Nei concerti della Michel Portal Unit, l’assenza di gerarchie rigide favoriva un dialogo continuo, nel quale ogni intervento solistico veniva accolto e trasformato dal gruppo. Tale prassi richiama la tradizione delle jam session, pur inserendosi in un quadro armonico e timbrico differente.
Sul piano armonico, Portal dimostra una competenza raffinata nel modulare fra sistemi diversi. Può adottare un contesto modale, con pedali statici che consentono libertà intervallare, oppure insinuarsi in progressioni cromatiche più articolate. La sua partitura per clarinetto basso, strumento dal registro grave e dall’aura scura, apporta spesso cluster o intervalli aumentati e diminuiti che destabilizzano la percezione tonale. In tali momenti si avverte l’eco delle ricerche europee sulla dissonanza come elemento costitutivo, non come tensione da risolvere. La compliance con la tradizione afroamericana emerge soprattutto nella centralità del gesto improvvisativo e nella concezione del suono quale veicolo di identità. Portal non rinnega il jazz, piuttosto ne amplia l’orizzonte, sottraendolo a una definizione esclusivamente stilistica. Il suo contributo consiste nell’avere mostrato come il jazz europeo potesse dialogare con l’avanguardia colta senza perdere vitalità, e come la libertà improvvisativa potesse nutrirsi di una disciplina formale rigorosa. In tale prospettiva, la sua figura assume valore paradigmatico. Lungi dal mettersi in una posizione ancillare rispetto al modello statunitense, Portal elabora un linguaggio autonomo, teso ad assorbire suggestioni diverse e di restituirle in una sintesi personale. Divergenza e consonanza non si escludono; convivono in un equilibrio dinamico, alimentato da curiosità intellettuale e da una costante tensione verso l’ignoto. Proprio questa attitudine, nutrita di studio e di ascolto, ha consentito al suo clarinetto di parlare una lingua plurale, nella quale l’Europa delle avanguardie e l’America del jazz si riconoscono senza annullarsi.

Il dialogo fra Michel Portal e il jazz italiano non si riduce a collaborazioni episodiche, né a una semplice consonanza estetica; occorre piuttosto considerare una convergenza di atteggiamenti linguistici maturati, fra gli anni Sessanta e Ottanta, in contesti culturali che condividevano l’urgenza di emanciparsi dall’imitazione pedissequa dei modelli statunitensi. L’Italia, come la Francia, visse una stagione nella quale l’improvvisazione si aprì a suggestioni provenienti dalla musica contemporanea europea, dal teatro sperimentale e dalle arti visive, generando un terreno fertile per affinità profonde. Una prima prossimità si coglie con Gianluigi Trovesi. Entrambi clarinettisti di solida formazione, Trovesi e Portal condividono l’interesse per la pluralità dei registri espressivi e per l’innesto di materiali popolari in un quadro improvvisativo colto. Nel lavoro di Trovesi, specie nei progetti cameristici e orchestrali, l’uso del clarinetto e del clarinetto basso non si limita a delineare linee melodiche; il suono viene modellato secondo un disegno armonico che privilegia aggregazioni intervallari non convenzionali, con frequente ricorso a sovrapposizioni quartali e a modulazioni laterali. Tale approccio, pur radicato nella cultura italiana, rimanda a una sensibilità affine a quella di Portal, soprattutto per quanto concerne la capacità di coniugare ironia, rigore e apertura sperimentale. Una diversa, ma non meno significativa, consonanza emerge con Enrico Rava. Il trombettista piemontese, formatosi anch’egli in dialogo con l’avanguardia europea, ha sempre coltivato un equilibrio fra lirismo e tensione formale. Come Portal, Rava evita di irrigidire il procedimento entro schemi armonici predeterminati; le sue improvvisazioni si muovono spesso in campi modali mobili, nei quali la linea melodica assume funzione generativa. L’attenzione alla qualità del suono, alla sua velatura e alla sua proiezione nello spazio, costituisce un ulteriore punto di contatto. Non si tratta di somiglianza stilistica in senso stretto, bensì di una comune postura estetica, nutrita di curiosità e di rifiuto della routine. Nel versante più radicale dell’improvvisazione italiana, il nome di Mario Schiano offre un confronto illuminante. Schiano, protagonista della scena romana d’avanguardia, elaborò un linguaggio che metteva in discussione la linearità tematica e la centralità della progressione accordale. La sua pratica improvvisativa, spesso in bilico fra gesto teatrale e ricerca sonora, presenta affinità con l’atteggiamento di Portal negli anni più sperimentali. Entrambi concepiscono l’improvvisazione come atto totale, nel quale il corpo, il respiro e l’interazione collettiva assumono valore strutturale. Un’altra figura con la quale si possono tracciare linee di convergenza risulta Paolo Fresu. Pur appartenendo a una generazione successiva, Fresu ha sviluppato un profilo compositivo attento alla cantabilità e alla trasparenza armonica, integrando elementi della tradizione mediterranea in un contesto jazzistico europeo. La cura per il colore sonoro, la tendenza a privilegiare dinamiche sfumate e a costruire spazi di ascolto sospesi su pedali modali, suggeriscono una sensibilità che, sebbene meno aspra rispetto a quella di Portal, ne condivide la ricerca di equilibrio fra disciplina formale e libertà espressiva. Non va trascurato il contributo di Giancarlo Schiaffini, figura centrale dell’improvvisazione radicale italiana. Schiaffini, con il suo lavoro sul trombone e con la frequentazione della musica contemporanea, ha esplorato tecniche estese e strutture aperte che rimandano alla medesima matrice culturale nella quale Portal maturò la propria identità. L’attenzione alla spazializzazione del suono, alla distribuzione delle voci in assetti non gerarchici e alla relazione fra partitura e improvvisazione testimonia una comune appartenenza a un orizzonte europeo nel quale il jazz dialoga con la ricerca colta. Le affinità non implicano omologazione. Portal conserva una fisionomia sonora immediatamente riconoscibile, legata alla sua esperienza francese e basca, così come ciascuno degli artisti italiani citati sviluppa un percorso autonomo. Ciò che li accomuna risiede nella volontà di interrogare il linguaggio jazzistico dall’interno, evitando tanto l’imitazione servile quanto la rottura sterile. In tutti si avverte la tensione verso un lessico personale, versato nel far convivere memoria e sperimentazione, scrittura e improvvisazione, rigore e vitalità. Il jazz italiano, soprattutto nelle sue espressioni più consapevoli, ha condiviso con Portal l’idea che l’identità europea non debba porsi in antagonismo rispetto alla tradizione afroamericana, ma dialogare con essa in modo critico e creativo. In tale prospettiva, le affinità individuate non si esauriscono in analogie superficiali; rinviano piuttosto a una comune etica dell’ascolto e a una concezione del suono quale spazio di ricerca, nel quale l’improvvisazione diviene atto conoscitivo e responsabilità formale.
All’interno della vasta parabola discografica di Michel Portal, alcuni lavori meno frequentemente evocati consentono di osservare con maggiore nitidezza l’evoluzione del suo pensiero musicale, dal laboratorio sperimentale degli anni Settanta fino alla riflessione più rarefatta della maturità. Una lettura trasversale, che eviti i titoli già ampiamente discussi, permette di cogliere la coerenza interna di una ricerca che non conobbe irrigidimenti stilistici. «Our Meanings And Our Feelings», pubblicato nel 1970, documenta un momento di espansione radicale del linguaggio improvvisativo europeo. L’organico, aperto e mobile, favorisce un’interazione priva di gerarchie, nella quale il clarinetto e il sassofono non si pongono al centro come voci dominanti, ma piuttosto operano quali catalizzatori di energia collettiva. L’assetto armonico rinuncia a progressioni funzionali riconoscibili; emergono piuttosto campi sonori nei quali le altezze si aggregano secondo prossimità intervallari, spesso imperniate su seconde minori e quarte eccedenti. La pulsazione non scompare, ma si frammenta, talvolta riducendosi a una vibrazione interna, quasi respiratoria. In questa pagina musicale si avverte l’assimilazione delle tecniche estese maturate in ambito contemporaneo, integrate con un’urgenza espressiva che rimanda alla dimensione comunitaria dell’improvvisazione. Con «Alors!!!», inciso nel 1971, Portal approfondisce la relazione fra scrittura e spontaneità. Le strutture tematiche, benché concise, mostrano un profilo compositivo più definito rispetto al lavoro precedente. Brevi cellule ritmiche fungono da nuclei generativi, sui quali l’ensemble costruisce sviluppi progressivi. L’uso del clarinetto basso introduce una fisionomia acustica più grave e granulare; le linee non si limitano a delineare melodie, ma scavano nello spazio sonoro, distribuendo intervalli ampi che producono un senso di apertura. La dinamica gioca un ruolo determinante; improvvise contrazioni e dilatazioni modellano l’andamento sintattico, evitando qualsiasi prevedibilità. Negli anni Ottanta, con «Dejarme Solo», pubblicato nel 1983, si percepisce un diverso orientamento. Il dialogo con musicisti provenienti da ambiti differenti favorisce una scrittura più meditata, nella quale la componente lirica assume maggiore evidenza. Le progressioni modali, talvolta sostenute da pedali statici, creano uno spazio nel quale il clarinetto può distendersi in arcate melodiche più ampie. Non si tratta di un ritorno all’ortodossia tonale; piuttosto, Portal esplora un equilibrio fra libertà improvvisativa e riconoscibilità tematica. Il colore sonoro si fa più trasparente, e la disposizione delle voci suggerisce una sensibilità cameristica, quasi da ensemble da camera contemporaneo. Un ulteriore snodo significativo emerge con «Dockings», del 1987, lavoro che testimonia l’interesse per i meticciati culturali. La presenza di strumenti e sensibilità provenienti da tradizioni extraeuropee amplia l’orizzonte timbrico e ritmico. Il clarinetto si inserisce in trame poliritmiche complesse, nelle quali accenti irregolari e suddivisioni asimmetriche generano un senso di instabilità controllata. L’armonia non procede sulla scorta di concatenazioni prevedibili; accordi sospesi, sovrapposizioni quartali e cluster intermittenti costruiscono un ambiente sonoro articolato, nel quale l’improvvisazione si sviluppa come indagine continua. Portal dimostra qui una competenza notevole nel modulare fra contesti differenti, senza sacrificare la coerenza del proprio disegno musicale. Nel periodo più recente, «Bailador», pubblicato nel 2010, offre una sintesi matura della sua ricerca. Il titolo allude a una dimensione corporea e festiva che permea l’intero lavoro. Le strutture tematiche presentano una chiarezza quasi narrativa; il clarinetto dialoga con la fisarmonica e con la sezione ritmica in un gioco di rimandi e variazioni. L’assetto armonico alterna momenti modali a progressioni più articolate, nelle quali cromatismi discreti arricchiscono la trama espressiva. La gestione del tempo mostra una notevole elasticità; accelerazioni improvvise e rallentamenti calibrati conferiscono all’azione una vitalità costante. Qui la lezione dell’avanguardia e quella della tradizione improvvisativa convivono senza attriti, integrate in un linguaggio personale che non avverte il bisogno di dimostrare nulla. Questi cinque dischi, quale riflesso di fasi diverse della carriera, delineano un percorso coerente e al tempo stesso mutevole. L’elemento costante risiede nella volontà di interrogare il suono, di esplorare possibilità armoniche e ritmiche senza cedere alla ripetizione. Portal non si adagia su formule consolidate; ogni progetto delinea una diversa prospettiva, un differente equilibrio fra scrittura e improvvisazione, fra rigore formale e apertura ludica. In tale continuità dinamica si riconosce la cifra di un musicista di solida formazione, capace di trasformare ogni contesto in occasione di ricerca.

