Fabio Sartori con «Maqam»: luoghi sonori in transito, tra sogno e costruzione (Dodicilune 2026)
Un’esperienza unitaria, nella quale il confine fra sogno e costruzione formale rimane volutamente poroso. Non si tratta soltanto di un’indagine tecnica o storica, di un transito poetico, in cui immaginazione, desiderio e procedura musicale convivono in un equilibrio fragile e costantemente riequilibrato ridefinito.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Maqam» si attesta come un lavoro di riflessione profonda, nel quale Fabio Sartori affronta il tema dell’incontro fra sistemi di pensiero musicale differenti senza ricorrere a facili sincretismi. Il termine arabo che dà titolo al disco, con la sua pluralità semantica – luogo, posizione, stazione, scala, ordine melodico – non viene assunto come semplice riferimento esotico, ma come chiave concettuale attorno a cui prende forma un’indagine sul senso stesso dell’organizzazione sonora. In questo quadro, il sistema modale mediorientale non appare come un repertorio di formule, ma quale spazio operativo, attraversabile, nel quale memoria e invenzione si pongono in costante relazione.
La presenza di Marco Colonna al clarinetto e di Cristiano Calcagnile alla batteria rinnova una complicità artistica che affonda le proprie radici in un sodalizio ormai consolidato. Già in «(In)Obediens», pubblicato nel 2014, il trio aveva mostrato una propensione verso un jazz permeabile alla musica contemporanea improvvisata, fondato su una concezione aperta della forma e su un ascolto reciproco particolarmente vigile. Con «Maqam» quella stessa intesa si orienta verso un territorio più rarefatto e meditativo, nel quale l’urgenza espressiva lascia spazio a un tempo dilatato, quasi contemplativo. Le due ampie suite che costituiscono l’intero lavoro vengono presentate come variazioni libere sui materiali del progetto, registrate in studio come riflessioni intime, precedenti all’incontro collettivo a tre voci, e proprio in questa dimensione preparatoria risiede una parte significativa della loro forza evocativa. Il percorso di Sartori, segnato da una formazione filosofica accanto a una solida preparazione musicale, emerge con chiarezza nella cura posta alla relazione fra suono, immagine mentale e percezione. Le recenti collaborazioni, fra cui il progetto «Erotismo sacro. Le Croci viventi di Osvaldo Licini», testimoniano un interesse costante per il dialogo con le arti visive e per l’indagine dei territori liminali fra simbolo, corporeità e trascendenza. In quella esperienza, ospitata nella casa museo dell’artista e ambientata nella camera nuziale decorata in stile suprematista, la musica si poneva come medium capace di attraversare l’immaginario mitico, restituendone le ambiguità e le tensioni interne.
Un’analoga attenzione al rapporto fra suono e immagine si riflette anche nell’esperienza di Sartori per la RAI, dove la musica assume il compito di costruire un tappeto emotivo capace di dialogare con la varietà delle immagini, dei paesaggi e dei climi narrativi. In «Maqam» questa sensibilità viene traslata in una dimensione interiore, nella quale le immagini non scorrono sullo schermo, ma prendono corpo nel subconscio del fruitore. L’ascolto richiede dunque una disposizione particolare, un abbandono consapevole alle vibrazioni sonore, affinché possa emergere quella complicità sottile fra ciò che si ode e ciò che si immagina. Il cuore del progetto risiede in un’esplorazione radicale del pensiero modale delle musiche del Medio Oriente e dell’area mediterranea, riletto come organismo vivo e mobile. Sartori, Colonna e Calcagnile non si limitano a evocare scale o colori sonori riconoscibili, ma lavorano sulle soglie, sulle transizioni, sulle zone di attrito fra composizione e improvvisazione. In questo spazio intermedio si colloca una scrittura che non mira alla definizione, ma all’apertura, lasciando che il materiale musicale si trasformi sotto la pressione dell’ascolto reciproco e della memoria culturale.
«Maqam», articolato unicamente nelle due suite «Maqam II» e «Maqam I», si dispone come un’esperienza unitaria, nella quale il confine fra sogno e costruzione formale rimane volutamente poroso. Non si tratta soltanto di un’indagine tecnica o storica, di un transito poetico, in cui immaginazione, desiderio e procedura musicale convivono in un equilibrio fragile e costantemente riequilibrato ridefinito. «Maqam II», collocata in apertura, svolge così la funzione di punto d’entrata. Il pianoforte di Sartori espone un materiale già rarefatto, privo di qualsiasi gesto inaugurale riconoscibile, mentre il clarinetto di Colonna interviene come eco di una voce preesistente, portatrice di una memoria che non viene mai completamente rivelata. La batteria di Calcagnile agisce per frizioni leggere e presenze oblique, contribuendo a un clima di attesa vigile, dove il riferimento modale emerge per allusione, più che per affermazione. L’impressione complessiva rimanda a certe superfici pittoriche di Mark Rothko, dove il colore non delimita forme, ma crea campi di esperienza emotiva che avvolgono lo sguardo. Solo in un secondo momento l’ascolto giunge a «Maqam I», che, pur nominalmente designata come origine, si presenta come una sorta di retrospettiva interiore. Qui il trio sembra ripercorrere i materiali già incontrati, ma con una maggiore apertura del gesto e una più evidente articolazione delle relazioni interne. Il pianoforte lavora su un disegno modale più espanso, il clarinetto amplia il proprio raggio espressivo con inflessioni che richiamano una vocalità arcaica, mentre la batteria introduce una mobilità più marcata, come se il racconto, guardandosi alle spalle, potesse finalmente respirare. L’ordine rovesciato conferisce all’intero disco una struttura a spirale, nella quale l’ascoltatore viene guidato da una condizione di enigma verso una tipologia di chiarificazione che, tuttavia, non coincide mai con una conclusione definitiva. «Maqam» si afferma così come un’opera pensata non per essere seguita, ma per essere abitata, in cui il senso emerge per stratificazione lenta, nel dialogo silenzioso tra memoria, gesto improvvisativo e immaginazione simbolica.

