Intervista a Marco Pellegrini, musicista e docente: uno tra i primi in Italia ad aprire una scuola per batteristi e percussionisti

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// di Irma Sanders //

Marco Pellegrini rappresenta una delle figure più longeve e influenti della didattica della batteria in Umbria. La sua storia attraversa decenni di musica suonata, insegnata e organizzata, dalla formazione in Svizzera agli studi al Conservatorio «F. Morlacchi», fino alla fondazione, nel 1985, della Stix Music School, una delle prime realtà italiane dedicate in modo specifico ai batteristi e ai percussionisti. Intorno a lui sono cresciuti musicisti affermati ed emergenti, mentre la sua attività didattica, oggi alimentata anche da centinaia di video e materiali digitali, continua a dialogare con una scena musicale in costante trasformazione. La sua esperienza s’intreccia con la vita culturale di Perugia, con collaborazioni, progetti, formazioni e iniziative come il «Premio Perugia Alberto Alberti per il Jazz», le Jam Session e i concerti organizzati allo Stix Music Club.

D. Come ricordi il periodo trascorso a Basilea, quando hai iniziato a suonare la batteria, e quali elementi di quell’ambiente musicale hanno inciso sulla tua formazione?

R. Basilea è una città multietnica, basta pensare che abbraccia tre nazioni creando un triangolo naturale tra Svizzera, Francia e Germania. Un ambiente del genere ti apre la mente, parlo lo svizzero-tedesco, il francese e il tedesco fin dalla tenera età. La batteria è entrata in gioco molto presto credo avessi sette o otto anni quando sentii la spinta emotiva verso lo strumento. Ricordo che passeggiando per la città con i miei genitori mi incollavo alle vetrine dei vari locali dove veniva suonata musica da ballo da orchestrine di quattro o cinque elementi e il mio punto focale era sempre la batteria. Mia mamma doveva tirarmi via a forza. Un altra grande ispirazione è stato il carnevale di Basilea tra i più belli del mondo dove il tamburo ha un ruolo predominante. In pratica si sente echeggiare il suono del tamburo quasi tutto l’anno perché i tamburini si esercitano costantemente. La mia prima batteria l’ho ricevuta in regalo dal babbo all’età di tredici anni, era una Hollywood quattro pezzi madreperlata grigia, posseduta da un batterista che per colpa del mal di schiena l’aveva venduta. Piatto ride 22” di marca sconosciuta e Hi-Hat Zanki, se non erro. Le primissime lezioni mi furono impartite da un ragazzone alto due metri che suonava da sei anni con un orchestra da ballo ma ci vedemmo non più di cinque o sei volte. Mi ricordo che andavo tutti i giorni nello scantinato dove l’avevo montata e suonavo minimo 1 ora di puro istinto. Qualche mese dopo andai a prendere delle lezioni da un maestro che mi insegnò il valore delle note e mi fece acquistare il mio primo metodo per batteria il mitico libro di Gene Krupa, che i batteristi della mia generazione hanno quasi tutti studiato. Ero un fan dei Deep Purple, in quel periodo Ian Paice era il mio idolo. Nel frattempo conobbi Cosimo Lampis un batterista sardo ma residente a Basilea da tanti anni. Lui è stato il primo professionista che ho conosciuto. Aveva già vinto il sondaggio di una rivista di musica svizzera per tre anni di seguito come miglior batterista. Cosimo mi prese sotto la sua ala protettiva e cercavo di stare il più possibile insieme a lui perché avevo capito che potevo apprendere moltissimo dalla sua esperienza. Mi portava spesso con lui in un Jazz Club o in qualche casa privata dove si facevano delle sessioni di studio e in quelle occasioni lui suonava le congas che erano il suo strumento preferito. Ha una conoscenza dei ritmi afroamericani pazzesca. I primi due vinili di jazz che ho possiedo tuttora li ho ricevuti in regalo da Cosimo e non potevano che essere di Elvin Johns. Un giorno Cosimo venne a casa mia e gli presentai mio babbo. Avevo combinato l’incontro perché volevo che Cosimo convincesse il babbo a farmi studiare in conservatorio.

D. In che modo gli studi al Conservatorio «F. Morlacchi» con il M° Vincenzo Restuccia hanno orientato il tuo approccio allo strumento e alla didattica?

R. Finite le scuole dell’obbligo in Svizzera il babbo mi permise di venire in Italia a frequentare il conservatorio che doveva essere il Santa Cecilia di Roma ma purtroppo per le interferenze di una zia impicciona dovetti ripiegare su Perugia perché ritenevano Roma troppo pericolosa per un ragazzo di diciassette anni che doveva cavarsela da solo. Trascurando il fatto che quando ho frequentato il collegio dai dieci ai dodici anni di età andavo e venivo da casa nei giorni di vacanza prendendo il treno facendo scalo a Zurigo tutto da solo. Comunque dovetti accettare le condizioni che includevano anche un diploma di scuola media superiore oltre al conservatorio. Mi iscrissi a ragioneria per accontentare i miei. Il conservatorio fu un esperienza estremamente positiva anche se non portata a termine a differenza del diploma conseguito in ragioneria. Nel 1976 il maestro Vincenzo Restuccia ottenne la cattedra sperimentale in percussioni e venne ad insegnare a Perugia. Per me fu una grande fortuna. Anche in questo caso il maestro mi riservò un trattamento speciale. Conoscendo la mia provenienza e la passione sfrenata per la batteria volle aiutarmi in modo particolare. Mi permise per due anni di frequentare tutte le sue lezioni che si tenevano il venerdì dalla mattina alla sera e il sabato mattina. In pratica mi faceva la mia ora di lezione individuale e poi assistevo come uditore a tutte le altre. Ero costantemente presente e questa esperienza così intensa mi permise di capire anche in maniera approfondita il metodo didattico del Maestro.

D. Quale intuizione ti ha spinto, nel 1985, a fondare una scuola dedicata esclusivamente a batteristi e percussionisti, in un momento in cui in Italia non esistevano realtà simili?

R. Arrivai in Italia nel 1975. Trovai subito da suonare con il cantautore Miro che mi ingaggio per due tour in tutta Italia per un periodo di due anni. Con lui registrai anche un LP a Milano «Real Life Games»la mia prima esperienza in studio. Poi il Maestro Restuccia mi propose un provino con la Band più affermata dell’Umbria. il «Living Group». con il quale suonai per due intensi anni. Fu una grande esperienza di palco. Dopo questa band iniziai un percorso didattico frequentando tantissimi seminari e studiando fino ad otto ore al giorno. Ebbi esperienze musicali con molteplici gruppi di vario genere. Ci fu anche la parentesi del militare, anno 1981. Feci il grave errore di non entrare in banda nella caserma di Palermo. Ma questa è un altra storia. Nel 1984 mi sono sposato con Manuela la ragazzina per la quale persi la testa da giovanissimo e che fu la causa della mia fuga dalla Svizzera. Dovendomi inventare un lavoro stabile mi resi conto che con le capacità acquisite in quegli anni avrei potuto propormi come insegnante di batteria in un momento di grande carenza di scuole di batteria in tutto il paese.

D. Quando la tua scuola nacque, quali riviste di settore si occuparono della tua iniziativa e come venne accolta nel panorama didattico dell’epoca?

R. La scuola fu un vero fulmine a ciel sereno. In brevissimo tempo s’iscrissero circa quaranta allievi alcuni provenienti anche dal sud con lezioni di una volta al mese vista la distanza. Le varie riviste del settore incominciarono ad interessarsi alla mia iniziativa. I vari contatti li avevo acquisiti alla fiera degli strumenti musicali di Milano e di Pesaro che in quegli anni erano il punto di riferimento di commercianti e musicisti. Una delle riviste che mi pubblicò due interviste in breve tempo fu «Strumenti Musicali», poi ci fu la rivista «Percussioni» qualche tempo più avanti. I maestri di batteria in quegli anni si contavano su una mano. Nel centro Italia c’ero io in Umbria e Mc Poldo in Toscana, Franco Rossi a Milano. Cito quelli fuori dal giro discografico e veramente pochissimi altri. Un giorno mi chiamò al telefono Walter Calloni. Nel 1987 lo avevo invitato a fare uno dei suoi primi seminari o clinics o master class, chiamateli come volete. Affittai una sala in un hotel perché la mia scuola era troppo piccola per ospitare i circa 50 iscritti. Insomma mi chiese se fossi interessato a partecipare come giurato al primo concorso per batteristi Italiano. Fu una delle mie più belle esperienze professionali che si ripeté per tre anni di seguito. L’ideatore del concorso era Walter Martino. Mi ritrovai al fianco di altri giurati del calibro di Roberto Gatto, Walter Martino, Walter Calloni, Maurizio dei Lazzaretti, Derek Wilson, Agostino Marangolo, Alfredo Golino, Furio Chirico, Franco Rossi e qualcun altro di cui adesso non ricordo il nome. Comunque ero insieme ai migliori batteristi italiani di quegli anni. Quei concorsi ospitarono iscritti da tutta Italia, due su tutti: Enrico Matta e Giovanni Giorgi, e ho detto tutto.

D. Quali erano le esigenze formative dei giovani musicisti umbri negli anni Ottanta e come hai cercato di rispondere a quelle necessità con la nascita di Stix?

R. Il terreno era estremamente fertile. Non esisteva quasi niente. Il fatto che io proponessi di studiare la batteria su dei libri per molti che già suonavano era una cosa rivoluzionaria. Il batterista era da sempre considerato colui che doveva solo pensare a portare il tempo e possibilmente fare solo l’indispensabile. Quindi iniziare un percorso didattico significava impegno costanza e tanta pazienza.

D. Nel corso degli anni, molti batteristi affermati ed emergenti sono passati dalla tua scuola: quali principi hai sempre considerato fondamentali nella tua pedagogia?

R. Molti avevano già un passato alle spalle e venivano da me per approfondire e colmare delle lacune, altri iniziavano da zero. Il principio era uno solo, e lo è tuttora: studiare, studiare, studiare. Trasmettere un metodo che faccia migliorare la tecnica e di conseguenza la ricerca di un suono personale riconoscibile. La consapevolezza che ogni batterista sia diverso dall’altro e credere fortemente nei propri mezzi. Ho avuto degli allievi che poi hanno abbracciato la professione, ad esempio posso citare Nicola Polidori, Mauro Giorgeschi, Paolo Passerini, Stefano Coletti, Alessandro Raspa e molti altri bravissimi batteristi che suonano per diletto.

D. Come si è evoluto il tuo metodo didattico nel tempo, soprattutto dopo il passaggio dalla gestione della scuola alla produzione di materiali video e metodi specifici?

R. Agli inizi utilizzavo il ben noto Dante Agostini che, con i suoi primi cinque volumi, abbracciava gran parte di quello che era utile sapere sia sul piano teorico che pratico. Andando avanti negli anni l’esperienza ma ha portato ad esplorare anche altri capi scuola. Possiedo una libreria infinita e sono arrivato al punto di indirizzare l’allievo la dove capivo che c’era più predisposizione, cucendogli addosso studi adatti al suo modo di suonare. Ho prodotto alcuni video didattici perché era arrivato il momento di Internet e dovendo stare al passo con i tempi; ho prodotto nove video didattici che trattano un argomento a mio avviso molto interessante.

D. I tuoi canali YouTube raccolgono centinaia di video: quale ruolo attribuisci oggi alla divulgazione online nella formazione di un batterista?

R. Nei primi anni novanta produssi un video didattico ad Agostino Marangolo. Era scoppiata la moda delle video cassette didattiche e stavamo incollati al video a studiare, finalmente i grandi batteristi internazionali. In quegli anni ho organizzato anche delle clinics. Invitai nella mia struttura moti batteristi, come Steve Smith, Ian Paice, Dave Wackl, Greg Bissonnette, Daniel Humair, Alex Acuna, Kim Plainfield, Tullio De Piscopo, Roberto Gatto, Claudio Mastracci e altri che non ricordo. Con il web tutto questo è venuto a mancare per lo scarso interesse del pubblico. Oggi puoi prendere lezioni da batteristi di tutto il mondo. Gli effetti si vedono quotidianamente, ci sono batteristi in erba che suonano da paura. L’evoluzione ha portato a delle performance impensabili vent’anni fa.

D. Quali criteri segui nella progettazione dei contenuti didattici digitali, e come riesci a mantenere un equilibrio tra tecnica, musicalità e comunicazione?

R. Oggi giorno è stato detto tutto quindi qualsiasi cosa ti possa venire in mente, stai tranquillo che il giorno prima qualcun altro l’ha già postata. Vedo progetti didattici sempre più rari e questo la dice lunga. Dove bisogna insistere sono i capisaldi e quindi studiare alla perfezione i quaranta rudimenti del tamburo rullante, imparare ad interpretarli su tutto il set rendendoli più musicali possibile. Ascoltare tantissima musica di tutti i generi e trovare un proprio equilibrio.

Stix Music Club

D. La Stix Music School ha ospitato per lungo tempo anche un negozio di strumenti musicali. A un certo punto hai ceduto quell’attività e in quello spazio hai creato lo Stix Music Club. Come è nata l’idea e, soprattutto, pensi che alcune aspettative siano state frenate da un ambiente meno ricettivo del previsto?

R. Il negozio fu una pessima idea. Nel corso della vita di un individuo si presentano tre o quattro bivi cruciali che determinano definitivamente il proprio destino. Uno di questi è stato l’apertura nel 1985 del negozio specializzato in batterie e strumenti a percussione. Il terzo in tutta Italia. Mi ha assorbito talmente tante energie che ho dovuto rinunciare alla professione di musicista a tutto tondo. Nel 1989 ho avuto l’occasione di spostare la scuola ed il negozio in uno spazio di 500 mq. Avevo notato la mancanza di sale prove in tutta la città. Ho realizzato inizialmente quattro sale prove completamente insonorizzate su mio progetto, ricavando anche un auditorium con palco e cento posti a sedere, più l’esposizione degli strumenti circoscritta con una rete di metallo sempre su mio progetto. Una struttura avveniristica che a Perugia non si era mai vista. L’ho gestita fino al 2012 per poi cederla ad un altra società come affitto di ramo d’azienda, mantenendola in essere. Nel 2021 mi è stata restituita e sullo spazio dell’esposizione strumenti musicali, che ho definitivamente abbandonato, ho ricreato quello che una volta era l’auditorium poi dismesso per fare spazio ad altre sale prove. Durante i lavori di restauro mi prese un attacco di colecisti. Se non fosse intervenuta mia sorella Pamela non sarei qui a raccontarla. Fu lei a farmi trasferire in un altro ospedale, perché dove ero stato ricoverato non avevano capito la gravità del caso. Dopo l’operazione mi dissero che mi sarebbero rimaste ancora otto ore di vita se non fossero intervenuti. Durante la mia assenza i lavori furono seguiti da Pamela e Claudio Valeri che si sono impegnati oltre misura e ai quali va la mia più sincera riconoscenza. Nacque così anche lo Stix Music Club: di nuovo qualcosa di unico con ottanta posti a sedere, allestito con divani, poltrone, un palco, un impianto audiofilo e telecamere motorizzate controllate da una regia video per trasmettere in streaming concerti dal vivo, teatro, conferenze e altro sul canale YouTube dello Stix Music Club. Non avevo aspettative perché conosco benissimo l’ambiente cittadino, ottuso e chiuso in se stesso, quindi il club l’ho realizzato per il puro gusto personale e lo utilizzo in varie situazione affittando lo spazio a chi me lo richiede e utilizzandolo come sala ripresa annessa ad uno studio di registrazione.

D. Presso la Stix Music School, oltre a delle moderne attrezzate sale prove gestite con un sistema domotico computerizzato, unico nel territorio è disponibile anche uno studio di registrazione analogico che consente di registrare in multitraccia analogico su bobine. Ce ne vuoi parlare?

R. Sì l’altra chicca che mi sono inventato nel 2021 sono state le cinque sale prove domotizzate. In pratica con una app sul telefono si prenota, si aprono i vari varchi e si da corrente alla sala. Finita la sessione di prove una luce rossa lampeggiante avverte che entro tre minuti si stacca la corrente. La prima sala prove domotizzata in Italia aperta 24 ore su 24. Lo studio di registrazione lo avevo già realizzato all’inizio degli anni ’90. L’ho tenuto in vita per circa quindici anni poi l’ho chiuso, mentre lo spazio regia è diventato una sala prove. Dal 2023 è di nuovo presente uno studio di registrazione nato dalla collaborazione con Stefano Tofi storico fonico perugino e Claudio Valeri titolare di Hemiolia etichetta che produce nastri audio di alto livello distribuiti in tutto il mondo. Lo studio oltre al multi-traccia digitale è munito anche di registratori analogici multi-traccia che sono tornati a dire la loro per i musicisti che amano pubblicare su vinile le loro composizioni senza passare dal digitale.

D. Operando a Perugia e avendo introdotto un modello didattico innovativo per l’Umbria, sei mai stato coinvolto da Umbria Jazz in qualche iniziativa, al di là di occasionali consulenze logistiche?

R. «Umbria Jazz» è una meteora che tutti gli anni guarda e passa. Non c’è mai stato un minimo contatto. Se penso negli anni passati a tutte le telefonate che ho ricevuto da ogni parte d’Italia e anche dall’estero per chiedermi quale fosse il programma di «Umbria Jazz»o se c’erano ancora biglietti disponibili mi viene solo da ridere. Rispondevo a malincuore che non sapevo assolutamente niente. Rimanevano tutti sbalorditi e non capivano come mai la Stix Music School non fosse coinvolta nella manifestazione. Evidentemente da fuori avevano una percezione scontata che però allo stato dei fatti non era affatto così.

D. La scena musicale perugina ti ha visto spesso protagonista: quali trasformazioni hai osservato nel panorama jazzistico locale dagli anni Ottanta a oggi?

R. Se penso alla big band «The Fifth Tours Blues And Jazz Band» nella quale o militato vent’anni e che ha visto passare sotto la direzione del Maestro Paolo Cincini i vari talenti perugini, oggi possiamo dire che quella palestra fu molto utile. Oggi la «Perugia Big Band» è il fiore all’occhiello della città. Ospita i giovani talenti umbri e alcuni di loro hanno già importanti lavori discografici alle spalle con collaborazioni internazionali. Peccato che la più grande manifestazione di Jazz in Italia, per lo meno fino a qualche anno fa, non li abbia presi minimamente in considerazione, ma qui ci sarebbe da fare un discorso molto più ampio.

D. Hai suonato in formazioni molto diverse tra loro, dal jazz al blues, dal rock al latin: quali esperienze esecutive consideri decisive per la tua crescita artistica?

R. Come dicevo sicuramente la Big Band di Cincini per poi passare alla Gubbio Big Band, quindi a quella di Stefano Zavattoni, un sestetto latin negli anni 90, la Stix Band e La Living Band nel rock, ho poi ripreso quel discorso interrotto nel 1978 al conservatorio e nel 2013 mi sono di nuovo iscritto al triennio jazz in batteria. Mi sono diplomato e ho chiuso un percorso rimasto in sospeso per troppi anni. Da circa 15 anni sono proiettato completamente sulla musica jazz.

D. Di certo, la collaborazione con vari ensemble ha rappresentato per un laboratorio continuo: quali dinamiche di gruppo ritieni essenziali per un batterista?

R. È fondamentale suonare con più persone possibile. Fare tanta esperienza di palco, mettersi alla prova con la lettura, certamente la Big Band per un batterista è una palestra importantissima ma difficile da trovare quindi bisogna cimentarsi con le basi, cercare materiale sempre più difficile da suonare.

D. Il «Premio Perugia Alberto Alberti per il Jazz» nasce anche da una tua idea: quale visione desideravi promuovere attraverso questo concorso dedicato ai giovani musicisti?

R. Un giorno venne alla Stix un signore molto distinto e dopo una intensa chiacchierata che ci portò a dei ricordi di molti anni fa abbiamo dedotto che ci eravamo già conosciuti. Quel signore è Francesco Cataldo Verrina: scrittore, critico di musica Jazz e conduttore radiofonico. Mi propose di organizzare qualcosa nel Music Club e arrivammo all’idea del «Premio Perugia». Abbiamo dato l’opportunità a trenta gruppi di esibirsi dal vivo con relativa registrazione audio multitraccia e video in diretta streaming. È stata una bellissima esperienza. Si sono presentati gruppi preparatissimi della scena jazzistica italiana ed internazionale.

D. Quali criteri ritieni essenziali nella valutazione di un talento emergente, soprattutto in un contesto competitivo come quello del premio?

R. Senza dubbi l’originalità, la preparazione tecnica, il suono e la presenza scenica.

D. Guardando alla tua lunga esperienza didattica, quali cambiamenti hai osservato nel modo in cui i giovani si avvicinano allo strumento e alla musica in generale?

R. L’approccio alla musica dei giovani d’oggi è diversa di quelli di vent’anni fa. Oggi è il plug and play che la fa da padrone. Come li metti alle prese con l’impegno costante la maggior parte si perde per strada. Pretendono di imparare lo strumento con la sola lezione settimanale ma non funziona così. Questo è il motivo per cui insegno sempre meno: meglio insegnare a pochissime persone motivate.

D. Come giudichi attualmente la scena musicale umbra, soprattutto in ambito jazzistico, e quali prospettive intravedi per i prossimi anni?

R. Mi piacerebbe dare l’opportunità di esibirsi a tutti coloro che se lo meritano. Insisto sul fatto che «Umbria Jazz» dovrebbe mettere a disposizione dei musicisti Umbri un palco durante la manifestazione, come succede in tanti contesti internazionali.

Stix: Regia Audio-Video
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