RichardBeirach

Richie Beirach

Ci lascia una delle figure più profonde del pianismo jazz contemporaneo: il 26 gennaio è morto, a 78 anni, il pianista e compositore Richie Beirach, artista di raffinata intelligenza musicale e spirito inquieto che ha segnato, con equilibrio tra tradizione e audacia, oltre cinque decadi di storia del jazz.

// di Irma Sanders //

Nato a Brooklyn il 23 maggio 1947, Beirach fu un enfant prodige del pianoforte: classico nei primi anni di studio, colto e devoto all’improvvisazione fin dall’adolescenza, trovò nella musica jazz non solo un linguaggio, ma una via di trasformazione espressiva. Fu allievo, tra gli altri, di Lennie Tristano e di Ludmila Ulehla, e nel cuore di New York divenne presto presenza attiva sulla scena jazzistica degli anni ’60 e ’70. La sua carriera si configura come un mosaico di incontri memorabili: accanto a Stan Getz e Chet Baker, Beirach scolpì la sua voce unica – capace di un lirismo profondo e di un’armonia ricca di tensioni cromatiche – collaborando intensamente con il sassofonista Dave Liebman, nei gruppi Lookout Farm e Quest, pietre miliari del jazz post-bop ed esplorativo. Autore e interprete di centinaia di registrazioni – molte delle quali pubblicate da ECM, etichetta con cui definì parte del suo modulo espressivo – Beirach si muoveva con naturalezza tra grandi composizioni originali e letture reinventate dei classici, caratterizzate da una tensione poetica che respirava l’eredità di Bill Evans e McCoy Tyner, ma con una modernità che guardava anche all’avanguardia armonica del Novecento. Negli anni Duemila si trasferì in Germania, dove lasciò un’impronta importante anche come docente di jazz piano alla Hochschule für Musik und Theater Felix Mendelssohn Bartholdy di Lipsia, formando intere generazioni di giovani musicisti europei.

L’identità musicale di Richie Beirach si ricostruisce innanzitutto partendo dalla tradizione afro-americana del jazz moderno, ma da una posizione liminale, di confine, che lo rende particolarmente permeabile al dialogo con il pianismo europeo colto. Sul versante afro-americano, la sua formazione affonda nel post-bop newyorkese degli anni Sessanta, con un’assimilazione profonda del linguaggio di Bud Powell e soprattutto di Bill Evans, dal quale eredita la centralità del voice leading, la densità armonica e l’idea del pianoforte come spazio emotivo stratificato. Tuttavia Beirach si distanzia da Evans rifiutandone l’orizzonte elegiaco: il suo pianismo è più ruvido, più conflittuale, meno incline alla pacificazione lirica. Un’altra influenza determinante riguarda McCoy Tyner, non tanto per il carattere percussivo o per l’ostinato modale, quanto per l’uso di strutture quartali e per una concezione verticale dell’armonia come massa sonora. In Beirach questa verticalità viene però filtrata attraverso una sensibilità più cromatica e meno rituale, legata al linguaggio post-coltraniano degli anni Settanta. Il rapporto con Lennie Tristano contribuisce invece alla sua attenzione per la costruzione formale del fraseggio, per la logica interna delle linee e per una certa distanza analitica, che emerge soprattutto nei contesti più astratti. In questo senso Beirach appartiene pienamente alla tradizione afro-americana dell’improvvisazione come pensiero strutturato, non come gesto istintivo.

Parallelamente, e in modo sempre più evidente nel corso della sua maturità, Beirach sviluppa una connessione profonda con il pianismo europeo, sia jazzistico sia colto. Il contatto con l’estetica ECM e con il contesto musicale europeo rafforza in lui un’attenzione al suono come spazio, alla risonanza e al silenzio come elementi formali, avvicinandolo a una linea che passa per Paul Bley e per il Keith Jarrett europeo più che per la tradizione afro-americana del pianismo ritmico. Sul piano colto, il suo linguaggio mostra affinità evidenti con il pianismo novecentesco europeo, in particolare nell’uso della dissonanza non funzionale, trattata come elemento strutturale più che come tensione da risolvere, in una prospettiva che richiama tanto Bartók quanto Hindemith. A questa dimensione si affianca una concezione dell’armonia come stratificazione di piani sonori e una gestione del tempo fondata sulla sospensione e sull’apertura formale, aspetti che rinviano a una sensibilità debussiana rielaborata in chiave improvvisativa. Il pianoforte viene così concepito non primariamente come strumento cantabile, ma come dispositivo architettonico, capace di organizzare lo spazio sonoro attraverso masse, risonanze e tensioni, secondo una visione riconducibile a una tradizione centro-europea del pensiero musicale. Il trasferimento in Germania e l’attività didattica consolidano questa doppia appartenenza, facendo di Beirach una figura di mediazione: un musicista radicato nella tradizione afro-americana dell’improvvisazione, ma profondamente europeo nel rapporto con la forma, il tempo e il silenzio. Il suo pianismo si colloca così in una zona di intersezione storica ed estetica, in cui il jazz dialoga con il pensiero musicale europeo senza rinunciare alle proprie radici.

Richie Beirach

Lungi dall’essere un semplice esercizio di tecnica, il pianismo di Beirach era un atto di profondità spirituale: ogni frase, ogni accordo rivelava un mondo di riflessione interiore, di ricerca incessante di significato. Con la sua scomparsa, il jazz perde non solo un musicista di rango, ma un pensatore sonoro che ha saputo tracciare ponti tra tradizione e contemporaneità, tra disciplina formale e libertà improvvisativa. Il suo stile si colloca all’interno del post-bop avanzato, ma presenta caratteristiche che lo avvicinano a un pensiero armonico di tipo espanso, non funzionale in senso stretto. La tonalità è quasi sempre percepibile, ma raramente stabilizzata: Beirach lavora per campi tonali più che per centri tonali, utilizzando sovrapposizioni di strutture triadiche e quartali che generano ambiguità senza mai sfociare in atonalità piena. L’armonia non è trattata come progressione lineare, ma come accumulo e rilascio di tensioni. Frequenti sono le frizioni interne agli accordi (seconde minori, tritoni, voci interne cromatiche) mantenute per estensione temporale, ritardando intenzionalmente la risoluzione. In questo senso, la sua scrittura pianistica mostra una continuità con Bill Evans sul piano della densità e del voice leading, ma se ne distacca per una maggiore durezza intervallare e per una minore ricerca di stabilità lirica. Dal punto di vista strumentale, il pianoforte è concepito come strumento armonico-strutturale piuttosto che come veicolo melodico. La mano sinistra svolge spesso una funzione autonoma, creando piani sonori verticali che non si limitano al sostegno ritmico o armonico della destra. L’interazione tra le mani è frequentemente polifonica, con voci che mantengono una propria direzionalità indipendente. L’uso del tempo è caratterizzato da una forte consapevolezza del pulse, accompagnata da una costante elasticità micro-ritmica. Beirach impiega anticipi e ritardi sistematici rispetto al beat, generando una sensazione di instabilità controllata. Nei contesti modali o più aperti, il tempo viene spesso suggerito piuttosto che esplicitato, ma senza perdere coerenza formale: anche nelle sezioni più libere, il riferimento metrico rimane implicito. Il silenzio assume una funzione strutturale. Le pause non sono semplicemente respirazioni fra le frasi, ma elementi attivi del discorso musicale, utilizzati per sospendere la direzione armonica e prolungare la tensione. L’interruzione della frase prima della risoluzione è una strategia ricorrente, che sposta il focus dall’esito armonico al processo. L’articolazione è netta e intenzionale. Il fraseggio è costruito per unità chiaramente delimitate, raramente basato su flussi continui. Ogni frase presenta una direzione formale riconoscibile, con attacchi decisi e rilasci controllati. Anche nei passaggi più densi, l’organizzazione interna rimane leggibile, a conferma di un approccio al fraseggio come struttura argomentativa piuttosto che come gesto espressivo spontaneo. In sintesi, il linguaggio di Richie Beirach si fonda su un equilibrio instabile tra lirismo e tensione, tra controllo formale e apertura espressiva. La sua musica non mira alla risoluzione, ma alla permanenza del conflitto, facendo di armonia, tempo, silenzio e articolazione elementi di un unico sistema coerente.

Nel percorso discografico di Richie Beirach è possibile individuare alcuni nodi fondamentali che corrispondono non tanto a svolte stilistiche nette, quanto a diverse modalità di messa a fuoco di uno stesso pensiero musicale, progressivamente affinato e reso più consapevole. I dischi segnalati non vanno letti come tappe cronologiche lineari, ma come luoghi di cristallizzazione di differenti fasi del suo linguaggio. «Leaving» segna uno dei primi momenti in cui il pianismo di Beirach si emancipa chiaramente dal modello post-bop più convenzionale. Il contesto del duo, privo di una sezione ritmica tradizionale, obbliga il pianista a ridefinire il ruolo del pianoforte: l’armonia non sostiene semplicemente il discorso melodico, ma ne diventa la condizione stessa di possibilità. Beirach costruisce superfici armoniche mobili, spesso sospese, che fungono da ambiente più che da struttura funzionale. In questo disco emerge già con chiarezza una caratteristica centrale del suo stile: l’idea che la forma non sia data a priori, ma si costituisca nel dialogo, attraverso continui aggiustamenti di densità, registro e direzione temporale. Con «Hubris» il discorso si sposta decisamente verso l’interiorità e la riflessione solistica. Il pianoforte solo diventa il luogo in cui Beirach può esporre senza mediazioni la propria concezione dello spazio sonoro. Qui l’influenza europea si fa particolarmente evidente: il tempo viene dilatato, la risonanza assume un ruolo strutturale e l’armonia è trattata come campo di forze piuttosto che come successione funzionale. Non si tratta di un esercizio introspettivo in senso romantico, ma di una vera e propria indagine sulla materia sonora del pianoforte, condotta con rigore quasi compositivo. La forma emerge per accumulo e rarefazione, in un equilibrio costantemente instabile tra controllo e apertura. «Common Heart» rappresenta una fase di ulteriore approfondimento del pianismo solistico, ma con un accento più marcato sulla coerenza formale interna. Se in «Hubris» il tempo appare spesso sospeso, qui il discorso si organizza in blocchi più riconoscibili, come se Beirach cercasse una sintesi tra libertà improvvisativa e architettura formale. Le frasi sono più nettamente articolate, le sezioni dialogano tra loro secondo una logica che ricorda, per rigore e concentrazione, certa scrittura pianistica del Novecento europeo. Il risultato è un pianismo denso, talvolta severo, che rinuncia deliberatamente a ogni forma di compiacimento timbrico.

Con «Emerald City», inciso in duo con John Abercrombie, Beirach affronta il problema dell’interazione in modo radicalmente paritario. Il pianoforte non assume una funzione di guida armonica tradizionale, ma entra in un rapporto di costante ridefinizione con la chitarra. Le due voci si intrecciano, si sovrappongono, talvolta si elidono a vicenda, dando vita a una forma aperta in cui la distinzione tra accompagnamento e linea solistica perde di significato. Questo disco mostra un Beirach ormai pienamente consapevole del proprio linguaggio, capace di ridurlo all’essenziale senza impoverirlo, e di inserirlo in un contesto dialogico estremamente raffinato. «Inborn» segna infine il confronto con una formazione più ampia e complessa, nella quale il pianista è chiamato a collocare il proprio pensiero all’interno di un tessuto collettivo denso di personalità forti. Qui Beirach dimostra come il suo linguaggio, pur nato in contesti intimi e rarefatti, sia perfettamente in grado di operare anche in strutture più articolate. L’armonia mantiene la sua ambiguità caratteristica, ma viene integrata in forme più estese; il tempo ritrova una maggiore definizione, senza perdere elasticità; il pianoforte agisce come centro organizzativo piuttosto che come voce dominante. È un disco che testimonia la maturità di un musicista capace di far convivere complessità formale e intensità espressiva in un contesto collettivo. Nel loro insieme, questi lavori mostrano come l’evoluzione di Richie Beirach non proceda per rotture, ma per progressiva chiarificazione di un pensiero musicale unitario, radicato nella tradizione afro-americana del jazz e al tempo stesso profondamente informato da una sensibilità europea per la forma, il suono e il silenzio.

Richie Beirach

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