DivanoXX3

// di Gianluca Giorgi //

Wojtek Mazolewski Quintet – Beautiful People (2024)
Disco nuovo con 10 brani totalmente autografi, registrato nel dicembre 2023 e uscito a fine 2024, che ci propone una rinnovata formazione del Wojtek Mazolewski Quintet, solo Oskar Török è rimasto della vecchia formazione. Vale la pena sottolineare l’ottimo apporto che i nuovi hanno portato al progetto, musicisti provenienti da progetti più vicini ad un approccio libero della musica o addirittura all’avanguardia oltre che al jazz. Musicisti eccellenti in grado di portare elementi di sorpresa e varietà nella musica di Mazolewski. Il leader stesso è molto bravo nell’utilizzare il loro potenziale, dandogli molto spazio per dimostrare le loro abilità, la cooperazione del quintetto è perfetta. È un piacere ascoltare la tromba e il sassofono, sia quando suonano in coppia che nelle audaci parti da solista, ottimo il pianista, superbo Tymek Papior, eccellente sia nella sezione ritmica che negli assoli, “l’eroe silenzioso” del disco. Un nuovo album completo, Beautiful People, che il quintetto ha registrato appena terminato un tour. È un album vibrante e pieno di sentimento che fonde il jazz spirituale contemporaneo con la tradizione slava di cui il Wojtek Mazolewski Quintet è portavoce. Wojtek Mazolewski è un eccezionale artista polacco noto per il suo lavoro pionieristico nel jazz contemporaneo. Bassista virtuoso e compositore, fonde le tradizioni con elementi moderni, offrendo esperienze musicali ipnotiche ed emotivamente cariche. Con una carriera che dura da decenni, è diventato un’icona della scena polacca, affascinando il pubblico di tutto il mondo con la sua fusione di stili classici e moderni. Le sue esibizioni dal vivo sono rinomate per la loro energia e l’accattivante presenza scenica, offrendo esperienze indimenticabili e innovative, rendendolo una figura ben nota nella comunità jazz globale. Il disco inciso molto bene offre all’ascoltatore una sensazione di presenza come fosse dal vivo, l’ottima interazione fra i musicisti, fiati espressivi, bassi profondi, riesce a portare l’album nelle vette più alte dello spiritual jazz, così da offrire un sollievo spirituale dal caos quotidiano. Uscito a fine 2024 e recuperato quest’anno, disco veramente molto bello.

The Cosmic Tones Research Trio – s/t (2025)
Secondo lavoro per il trio di Portland, Oregon, The Cosmic Tones Research Trio (Roman Norfleet: alto sax, soprano sax, alto clarinet, flute, percussion, vocals; Harlan Silverman: cello, flute, modular synth, small harp, smal percussion, fretless bass; Kennedy Verrett: piano, Fender rhodes, hand percussion, duduk, vocale). Il disco affonda, ancora più del precedente lavoro, nello spiritual jazz e con la sua propulsione ritmica “fluttuante” crea un’esperienza di ascolto radicata nella quiete meditativa. Mescolando violoncello, sax contralto, pianoforte, flauti e una tavolozza eclettica di trame e percussioni, le tracce si dipanano con una grazia paziente, è musica per la riflessione e per il viaggio interiore. Il gruppo crea pezzi relativamente brevi e condensati che tuttavia si espandono in paesaggi sonori senza tempo. Costruisce percorsi vibranti di suono che riesce a sollevare dalle preoccupazioni contemporanee. Nel complesso, il carico di lavoro è condiviso tra tutti e tre i musicisti. A volte, uno strumento domina: “The Sacred Garden” è un veicolo per lo splendido violoncello di Silverman; “Photosynthesis” è un allenamento di sintetizzatore modulare perfettamente intonato che prende in prestito tanto dalla musica ambient e dall’ambient elettronico giapponese quanto dal jazz; “Ba Hi Yah” inizia con un semplice ritornello vocale e presto accumula nuovi elementi strutturali; “Spirit of Truth” cresce da un riff sax minimale in qualcosa di veramente soul, una breve serie di ripetizioni e variazioni melodiche sostenute dal pianoforte sempre presente ed errante; “Invocation” si sviluppa con un canto profondo ed echeggiante decorato con flauti e percussioni, su un paesaggio di droni lussureggiante; “Eternal Love”, la traccia di chiusura, per i primi secondi potrebbe sembrare un pezzo di jazz per pianoforte alla Bill Evans prima di ramificarsi in più direzioni contemporaneamente, per poi tornare al memorabile ritornello melodico. Il gruppo riesce a creare complessi mondi sonori improvvisati, una menzione particolare per i due brani che aprono il disco, forse i più belli, “Awakenings” con il suo pianoforte gentile e impressionista e “Sankofa” con la sua insistenza ritmica ed il maestoso violoncello. In tutto il lavoro ci sono, comunque, strati inaspettati, una spazzata di corde qui, un ritmo di batteria là, che servono a rendere questi pezzi più interessanti e più umani. Con The Cosmic Tones Research Trio, Norfleet, Silverman e Verrett continuano a mappare territori sonori dove il mistico e il musicale convergono. Una musica che ha senso in questo momento della storia, elevando gli ascoltatori al di sopra delle preoccupazioni contemporanee. Disco profondamente radicato nei maestri del jazz spirituale come Sun Ra, Alice Coltrane e Pharoah Sanders, con echi di musica ambient e New Age. Abbiamo la musica della protesta immediata e poi abbiamo musica, come The Cosmic Tones Research Trio, per dipingere un quadro di come potrebbe apparire e suonare quella della pace. Forse l’album più bello del 2025.

Ahmed Malek – Musique Originale De Films (1978 ristampa 2016)
Il maestro algerino Ahmed Malek, pianista e flautista, viene spesso paragonato ai nostri compositori italiani Ennio Morricone, Nino Rota e Piero Umiliani. In questa raccolta d’archivio, acclamata dalla critica di colonne sonore algerine degli anni ’70/’80, rende omaggio alla vitale cultura musicale del Nord Africa. Considerato come uno dei più importanti pionieri della musica da film algerina, negli anni è riuscito ad avere un posto fisso come direttore d’orchestra della radio algerina. Nella sua musica mescola jazz, funk e folk mediterraneo, creando un suono malinconico ma groovy, cinematografico spesso paragonato a un Ennio Morricone più allegro. Questa raccolta, originariamente distribuita dal Ministero della Cultura Algeria, raccoglie estratti selezionati dai film cult “Omar Gatlato”, “L’Inspecteur Tahar” e “Les Déracinés”. Composta da 14 brani, tra cui “Omar Gatlato” e “La Ville”, spesso caratterizzati da sonorità groove, funk e atmosfere lounge uniche, che lo hanno fatto etichettare come il “Morricone algerino”. Presenta un mix di colonne sonore algerine degli anni ’70, che vanno dal funk hard-edge (“La La La”) al reggae melodico guidato dal sassofono (“L’Empire Des Rêves”) all’afro-jazz. I brani sono messi in ordine rigoroso con la musica che svaria fra spaghetti western, lounge, folklore arabo e musica “balearica” oggi tanto di moda. Sono colonne sonore puramente strumentali che funzionano sorprendentemente bene, anche senza il supporto delle immagini. Il disco include un libretto da 12″ di 8 pagine con foto rare, un’intervista del 1978 e un contesto storico del cinema algerino. L’album si conclude con una variante alternativa del brano iniziale “Omar Gatlato” come a voler chiudere piacevolmente il cerchio. Un disco che cattura con questa atmosfera unica e nostalgica.

Masahiko Togashi – Story Of Wind Behind Left (1975 ristampa ltd ed 2023)
Registrato nel settembre 1975 al Columbia Studio, “Story Of Wind Behind Left” è un poema sinfonico a forma di suite, in cui il batterista dimostra abilità di composizione e performance uniche. Nel disco, infatti, Masahiko Togashi usa la musica per comunicare gli stessi sentimenti evocati dalla natura, imitando i suoni della natura stessa. Con “Story Of Wind Behind Left” Masahiko Togashi ha rivoluzionato la fiorente scena giapponese del free jazz anni ‘70, in gran parte sconosciuta in Occidente. Questi artisti, mentre accettavano le innovazioni nella musica creativa e nell’improvvisazione libera provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa, tentavano di scoprire una propria identità con un approccio del tutto unico alla musica improvvisata. Il 1974, per il musicista, fu un anno molto importante, aprì due eventi come co-headliner con Don Cherry e registrò l’album “Song for Myself” (insieme a Sadao Watanabe, Masahiko Satoh e Masabumi Kikuchi). L’incontro con Don Cherry fu fondamentale per Togashi, gli fece scoprire una nuova relazione con la musica, facendogli sviluppare un approccio più libero e naturale. Un risultato di questa scoperta può sicuramente essere considerato “Song for Myself” 1974). Ottimo anche questo “Story Of Wind Behind Left” in cui i temi chiave sono il puro suono e lo spazio, che vengono esplorati attraverso un uso pesante del silenzio, dinamiche in continua evoluzione e cambiamenti strutturali lenti che si svolgono con una musicalità organica/naturale. Una musica estremamente astratta. Masahiko Togashi (1940-2007), originario di Tokyo e bambino prodigio con il violino e le percussioni, è stato uno dei migliori batteristi e percussionisti jazz giapponesi del XX secolo. Rispettato strumentista prima di compiere vent’anni, quando suonava con Sadao Watanabe, negli anni ’60 fu fra i propulsori più importanti dello sviluppo del free nipponico, insieme a gente come Masahiko Sato ed a sua volta leader di proprie formazioni. Ha al suo attivo una vasta discografia solista, che ha inizio sul finire degli anni ’60. Nel 1969, in seguito ad un incidente, perse l’uso delle gambe. Dopo essersi ripreso, per continuare a suonare, sviluppò un nuovo kit di percussioni portando avanti la sua carriera per decenni, collaborando fra gli altri con importanti colleghi occidentali quali Charlie Haden, Paul Bley, Steve Lacy e Don Cherry. Questa ristampa del 2023 in edizione limitata ad opera dell’etichetta italiana Cinedelic è pressoché identica alla rarissima prima tiratura, completa di fascia obi e di inserto apribile con note in lingue inglese e giapponese.

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