Kalia Vandever, un fenomeno da tenere sotto osservazione speciale: il suo nuovo disco, «Another View», ne è la conferma
Kalia Vandever
La trombonista prosegue un cammino che unisce consapevolezza tecnica, immaginazione e una non comune versatilità nell’ascolto reciproco, consegnando un disco che invita a ritornare, a cogliere dettagli nascosti.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Kalia Vandever appartiene alla nuova generazione di strumentiste statunitensi che hanno ridefinito il ruolo del trombone all’interno del jazz contemporaneo, grazie a una ricerca personale che unisce rigore tecnico, immaginazione timbrica e una concezione melodica nutrita da ascolti trasversali. Insignita di un Grammy Award e attiva a Brooklyn, sviluppa un approccio allo strumento riconoscibile per la qualità del colore acustico, per la linea cantabile dell’improvvisazione e per una gestione del fraseggio che privilegia la pazienza, la chiarezza e la costruzione di un discorso coerente. Il suo modus operandi, che oltrepassa le pratiche jazzistiche, non elude le difficoltà intrinseche del trombone, anzi le assume come parte integrante del processo creativo, trasformandole in occasioni per ampliare la gamma espressiva. La sua formazione affonda le radici nell’ascolto domestico del jazz, alimentato dal padre, e nell’impatto decisivo con «The Marsalis Family: A Jazz Celebration» di Delfeayo Marsalis che l’ha avvicinata al trombone all’età di otto anni. L’immersione nelle voci di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Sarah Vaughan e Billie Holiday ha modellato il suo senso della melodia e del colore, influenzando profondamente il modo in cui articola il suono e costruisce la linea sullo strumento.
La dimensione compositiva nasce da un rapporto profondo con la forma-canzone e con l’improvvisazione, elementi che Vandever rielabora in un linguaggio personale, capace di generare ambienti sonori che coinvolgono fisicamente l’ascoltatore. Il debutto discografico. «In Bloom» (2019), ha rivelato una voce strumentale già matura, riconosciuta dalla critica per la freschezza dell’impianto compositivo. Con «Regrowth» (2022, New Amsterdam Records) la trombonista ha consolidato la propria identità di autrice e leader, adottando una prospettiva dichiaratamente contemporanea. Il successivo «We Fell In Turn» (2023, AKP Records), dedicato alle sue opere per trombone, voce ed elettronica, ha mostrato un ulteriore ampliamento dell’orizzonte creativo, con un uso raffinato della stratificazione timbrica e della manipolazione del suono. L’attività concertistica l’ha portata a esibirsi in contesti internazionali con il proprio quartetto, partecipando a rassegne come il Winter Jazz Festival e il BRIC Jazz Festival. Parallelamente, Vandever ha sviluppato un percorso significativo come strumentista ospite, collaborando con figure di rilievo della scena jazzistica quali Joel Ross, Immanuel Wilkins e Fay Victor. La versatilità l’ha condotta anche in ambiti extra-jazzistici, affiancando artisti come Harry Styles, Lizzo, Japanese Breakfast, Moses Sumney, Jennifer Hudson e Demi Lovato, con apparizioni in programmi televisivi di grande diffusione, tra cui Saturday Night Live e Full Frontal di Samantha Bee.
La sua attività curatoriale ha trovato un momento importante nella direzione della serie musicale 2022 per The Arts Center at Duck Creek a East Hampton, segno di un profilo artistico che unisce esecuzione, progettazione culturale e visione estetica. Come compositrice, Vandever ha ricevuto commissioni da ensemble e interpreti quali Tesla Quartet, The Westerlies, Katherine Kyu Hyeon Lim e Hats & Heels Duo, confermando un’attitudine a dialogare con organici differenti, adattando la propria scrittura a contesti molteplici. Accanto alla produzione artistica, la trombonista svolge un’intensa attività didattica, conducendo masterclass presso prestigiose istituzioni; ha inoltre collaborato con realtà dedicate alla promozione delle musiciste e delle pratiche creative, tra cui CWU Jenn, Women of Jazz and Creative Music, Women in Jazz Organization e Live From Our Living Rooms. Ne emerge il ritratto di un’artista che unisce consapevolezza tecnica, sensibilità melodica e una visione compositiva in continua evoluzione, in grado di collocare il ricontestualizzare in territori espressivi inediti, senza perdere il legame con la tradizione vocale e strumentale del jazz.

«Another View» di Kalia Vandever (Northern Spy, 2026)
Con «Another View», Kalia Vandever prosegue nella sua parabola ascendente attraverso un linguaggio che affonda le radici nella tradizione del trombone jazzistico, ma che si apre costantemente a una visione personale, nutrita da ascolti eterogenei e da una sensibilità compositiva che privilegia la forma lunga, la gradualità del gesto e la cura del dettaglio. L’album conferma questa direzione, offrendo un quadro in cui la trombonista elabora materiali essenziali e li trasforma in strutture di sorprendente coerenza, sostenuta da un ensemble che ne amplifica l’immaginazione senza sovraccaricare il discorso. Il riferimento dichiarato a «In The Dream House» di Carmen Maria Machado non si traduce in un programma narrativo, ma in una qualità percettiva: ogni brano sembra nascere da un’immagine interiore, da una memoria che si fa suono e che trova nel quartetto un veicolo ideale. La scelta di un organico ridotto – trombone, chitarra, contrabbasso e batteria – permette a Vandever di lavorare su una gamma di colori controllata, dove ciascun intervento assume un peso specifico. Mary Halvorson, con il suo tratto chitarristico asciutto e inconfondibile, diventa la principale interlocutrice della leader, ossia non un semplice contrappunto, ma una presenza che sostiene, provoca, orienta, costruendo figure ritmiche e armoniche che aprono varchi inattesi. Kanoa Mendenhall e Kayvon Gordon garantiscono un sostegno mobile, capace di passare da una pulsazione trattenuta a un moto più irregolare, sempre con una precisione che lascia respirare la linea principale.
La scrittura di Vandever si fonda su cellule minime, spesso ripetute con variazioni impercettibili, dalle quali emergono progressivamente linee più ampie. La qualità del suono rimane uno degli elementi più riconoscibili del progetto, basato su un’emissione ampia, controllata e finalizzata a sostenere note lunghe senza perdere intensità, ma anche ad articolare frasi più rapide con una chiarezza che non sacrifica la componente espressiva. La trombonista non mira mai all’effetto virtuosistico; preferisce un percorso che si sostanzia per accumulo, per stratificazione di gesti minimi e per una procedura che richiama tanto la vocalità jazzistica quanto certe pratiche della musica contemporanea. «Another View» conferma dunque la maturità di una musicista che ha saputo definire un proprio codice espressivo, riconoscibile e in continua evoluzione. La scelta di un organico essenziale, la collaborazione con interpreti dalla forte personalità e la capacità di traslare materiali ridotti in impalcature ampie e articolate delineano un progetto che si posiziona con sorgiva autorevolezza nel panorama del jazz attuale.
L’itinerario sonoro di «Another View» si annuncia fin dall’inizio come un percorso che si apre su un’immagine incrinata, delineando questa ratio con accordi di chitarra che richiamano una bossa nova deformata, quasi un’eco lontana che si incrina e si ricompone. «Staring At The Cracked Window» procede come un’inquadratura lenta su un vetro segnato da linee irregolari, con la chitarra di Mary Halvorson che disegna accordi simili a riflessi deformati, frammenti di luce che cambiano direzione a ogni battito. Il trombone di Vandever entra come un soffio caldo che innerva queste figure spezzate e le trasforma in un afflato narrativo più ampio, dando all’intreccio tematico la sensazione di un pensiero che si ricompone passo dopo passo. Da questa prima immagine si passa alla logica trattenuta di «Withholding», la quale ribalta la prospettiva. Qui è il trombone a stabilire il nucleo generativo, un intervallo discendente che Halvorson riprende e converte in un disegno insistito, innescando una tensione che non punta alla risoluzione immediata. Il discorso ruota attorno a un gesto minimo che ritorna come un interrogativo sospeso. Vandever lo affida al suo strumento con la precisione di chi incide una figura su una superficie liscia, mentre Halvorson risponde con un motivo insistito, quasi un’ombra che segue il passo principale. Il brano vive di questa attesa, di un avanzare che non si concede mai del tutto, come una porta socchiusa che lascia filtrare solo ciò che serve.
«Cycle In Mourning» approfondisce questa dimensione con l’unisono tra arco e trombone che genera un colore scuro, simile a un tessuto spesso che avvolge l’ascoltatore. Non emerge alcun compiacimento elegiaco, piuttosto una meditazione che si sviluppa per cerchi concentrici, come onde che si propagano da un punto invisibile. La linea di Vandever si allunga con una lentezza controllata, evocando un cammino interiore che procede senza fretta, come se ciascun passo avesse bisogno di sedimentare prima di proseguire. Da questa profondità si passa allo scavo di «Unearth What You Already Knew» che lavora invece su un’attesa prolungata, su un avanzare che sembra trattenere il proprio sviluppo per poi liberarlo con misura, dove le prime battute sembrano tastare il terreno, come mani che cercano un appiglio sotto la superficie. La chitarra costruisce un motivo regolare, quasi un impulso sotterraneo, mentre il trombone emerge gradualmente come un ricordo che riaffiora da lontano. Il brano cresce senza strappi, con la pazienza di chi riporta alla luce qualcosa che era già lì, ma aspettava il momento giusto per mostrarsi. Il percorso si chiude con «In My Dream House», che assume il carattere di una confessione intima, dal un carattere più lirico, quasi una ballad. Vandever modella la melodia come se percorresse le stanze di una casa immaginaria, soffermandosi su dettagli che cambiano colore a ogni passaggio, mentre la chitarra accompagna con discrezione, come un’eco che segue i movimenti della protagonista. L’episodio si apre a una dimensione più elegiaca, ma conserva la stessa misura che caratterizza l’intero album, in cui qualsiasi nota sembra posata con cura, come un oggetto lasciato su un tavolo per ricordare un momento preciso. Vandever prosegue così un cammino che unisce consapevolezza tecnica, immaginazione e una non comune versatilità nell’ascolto reciproco, consegnando un disco che invita a ritornare, a cogliere dettagli nascosti ed a seguire la traiettoria di un pensiero in pieno mutatis mutandis.

