Maria Nives Riggio con «Where Daffodils Have Their Fun»: un laboratorio modulare di voce e tensione, nel cuore del songbook americano (Abeat Records, 2025)

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Le varie composizioni non si attestano come episodi isolati, ma quali capitoli di un itinerario che alterna lirismo e vitalità, introspezione e swing, meditazione e brillantezza. Il cantato della Riggio funge da filo conduttore, mentre l’ensemble implementa un telaio armonico che sorregge ed arricchisce ogni tratto dell’album.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Registrato a New York nel febbraio 2025, «Where Daffodils Have Their Fun» – letteralmente, «Dove i Narcisi si divertono» – aggiunge altri punti importanti allo score artistico di Maria Nives Riggio, attestandosi nell’alveo della più rinomata tradizione jazz statunitense. La scelta di attingere al songbook americano non si riduce a un omaggio calligrafico, ma diventa terreno di indagine critica, dove la voce di Riggio si misura con la memoria storica e con la vitalità di un repertorio che continua a generare nuove prospettive interpretative.

La cantante affronta ogni pagina musicale con un’attenzione particolare all’essenzialità della linea melodica, evitando ridondanze ornamentali e facendo leva su una fisionomia del suono che alterna trasparenze acustiche e intensità ritmiche. Il corredo vocale, dotato di una trama espressiva multiforme, si rivela musicalmente eloquente, ossia abile nel sostenere il fraseggio con un naturale swing, sensibile nel modulare il colore sonoro e versatile nel ridefinire i contorni di ogni episodio canoro, tra rigore ed immaginazione. La ritmica, composta da Richard Clements al pianoforte, Ari Roland al contrabbasso e Massimo Russino alla batteria, non si attarda solo a fornire sostegno, ma diventa un interlocutore attivo. Il pianoforte di Clements pennella geometrie armoniche con portamento sobrio; il contrabbasso di Roland, di solida formazione, distilla linee che fungono da spina dorsale e da contrappunto; la batteria di Russino, accorta nel dosare dinamiche e accenti, conferisce ariosità e movimento all’intero impianto. In due inserti di tromba con Ryo Sasaki apportano ulteriori velature acustiche, arricchendo la tessitura con interventi incisivi e mai ridondanti.

La registrazione in presa diretta restituisce il senso pieno dell’interazione, richiamando la dimensione del concerto e la vitalità di un dialogo immediato. Ogni composizione diventa così una fucina di estensione e tensione, dove il passato si rinnova mediante la pratica viva dell’improvvisazione. Il repertorio scelto non va inteso, quale semplice sequenza di standard, ma piuttosto come un tragitto coerente che rimanda a differenti stagioni del jazz e della canzone americana. Riggio, sorretta da un ensemble esperto e tecnicamente raffinato, ricalcola mediante un computo contemporaneo atmosfere storiche ed, al tempo stesso, le traduce in materia attuale, facendo leva su una performance che privilegia la chiarezza formale ed il carotaggio emozionale. «Where Daffodils Have Their Fun» s’inserisce nel tessuto di un lineage canoro che continua a rinnovarsi, delineando un progetto di interessante valore critico e musicale. L’ugola di Maria Nives Riggio, particolarmente malleabile e ricettiva, trova tra pieghe di questo album un terreno fertile per affermare una visione consapevole, capace di connettere memoria. Le varie composizioni non si presentano come episodi isolati, bensì come capitoli di un itinerario che alterna lirismo e vitalità, introspezione e swing, meditazione e brillantezza. Il cantato della Riggio funge da filo conduttore, mentre l’ensemble implementa un telaio che corrobora ed arricchisce ogni tratto. L’album cresce come tessuto unitario, dove ciascun passaggio rimanda al successivo, formando un continuum critico e interpretativo.

«In a Sentimental Mood» di Ellington apre il percorso con un lirismo che Maria Nives Riggio affronta con sobrietà e controllo, la voce si muove entro un profilo acustico che alterna morbidezza e tensione, mentre il pianoforte di Richard Clements disegna un habitat armonico di estrema finezza, mentre l’interazione con Ari Roland al contrabbasso e Massimo Russino alla batteria genera un clima di intimità quasi cameristico, dichiarazione di intenti che introduce «That’s All» di Bob Haymes, dove la cantante privilegia la chiarezza del fraseggio, supportata da un ritmo elastico e da un ordito sonoro che rimanda alla classicità dello swing, dove la vocalità sale sulle spalle di un line-up che dosa con temperanza appoggio e contrappunto, posizionando l’episodio nel fluire di un repertorio che alterna scandaglio emotivo e trasparenza. Viene cosi spianato l’ingresso a «You Must Believe In Spring» di Michel Legrand, un resoconto dal clima più meditativo, ma innervato dalla tromba di Ryo Sasaki che dispensa inedite velature acustiche, dilatando la geometria timbrica dell’ensemble, mentre Maria Nives affronta la partitura con un fraseggio che si innesta all’interno di un mood, che mette in dialogo le corde vocali con la fraseologia della tromba, in un confronto che demanda alla fragilità della speranza ed alla sua forza resiliente. Segue «Ev’ry Time We Say Goodbye» di Porter, dove la cantante rielabora la malinconia del testo con un colore sonoro che alterna trasparenze ed opulenza emotiva, dove il pianoforte tratteggia un’ortografia armonica sobria, mentre la sezione ritmica sostiene con frugalità, lasciando spazio all’ugola della Riggio, che trascina il costrutto nella spire di un percorso che alterna luminosità ed ombra senza indulgere in sentimentalismi, mentre «Misty», a firma Errol Garner viene rivitalizzata con un approccio libero e disinibito, in cui la voce si staglia con decisione, certa della complicità di un contrabbasso dal walking sicuro e mirato da una batteria che scandisce tempi e modi, al punto che la fluidità dell’esecuzione scioglie la nodosità dell’intelaiatura armonica, puntando sull’incremento emotivo e sulla fruibilità immediata. La vitalità ritmica domina in «Lover Come Back» di Romberg, dove la cantante si gioca la carta dell’inventiva, la tromba di Sasaki aggiunge un timbro incisivo, generando contrappunti che arricchiscono la tessitura, tra lirismo e brillantezza, gettando un ponte tra sogno americano e contemporaneità, fino alla chiusura con «You, My Love» di Gordon e Van Heusen, composizione che Nives Maria metabolizza scandagliandone gli anfratti, consegnando al mondo degli uomini un clima di garbata signorilità, facendo affiorare atmosfere storiche, pronte per essere convertire in scibile a presa rapida per il futuro.

Maria Nives Riggio

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