Concluso «Il jazz in Italia»: riflessioni sul terzo volume di Adriano Mazzoletti

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Adriano Mazzoletti

…le poche competenze tecnico-musicologiche, come tanti celebri jazzofili della sua generazione (Arrigo Polillo in testa), si nota come Mazzoletti ricorra più alla raccolta di documenti (anche interviste) che all’analisi di brani o dischi, confermando spesso un antipatico rifiuto verso la politicizzazione del jazz come avviene per circa un quindicennio in tutta Europa…

// di Guido Michelone //

È il libro di cui tutti parlano, anche fuori dalle orbite jazzistiche: succede di rado nel mondo del ‘ritmo sincopato’ o, se si preferisce, della black music: e quando accade soprattutto lo si vede perlopiù con libri extramusicali, ma scritti da persone celebri, dalle poesie di Paolo Fresu al romanzo su Luca Flores di Valter Veltroni. Per avere un testo vero di larga risonanza occorre tornare a mezzo secolo fa quando il Jazz di Arrigo Polillo ha l’onore di essere presentato in un programma televisivo a lui completamente dedicato.

Ora è pur vero che la grandiosa Il jazz in Italia è un’opera letteraria in tre volumi, redatta in circa vent’anni (dopo altrettanti periodi ricerche e documentazioni) per un totale di 3369 pagine che giunge al termine e alla pubblicazione nell’ottobre scorso con il terzo volume Il jazz in Italia dagli anni sessanta al terzo millennio, senza che purtroppo l’autore, Adriano Mazzoletti (nato a Genova il 19 giugno 1935 e morto a Roma il 18 giugno 2023) riesca ad ammirarla completa. A redigere il tomo c’è però un curatore, lo studioso Marcello Piras (29 gennaio 1957), che da anni vive in Messico, in fuga da un’Italia (che, secondo lui, riserva scarsissime attenzioni istituzionali al jazz) da dove effettua ricerche musicologiche e da dove dispensa nuove teorie musicali. Piras assicura che il testo di Mazzoletti, così come lo si legge ora, è quello del manoscritto consegnato alla casa editrice. Come per gli altri due precedenti volumi – Il jazz in Italia dalle origini alle grandi orchestre (2006) e Il jazz in Italia dallo swing agli anni sessanta (2010) – l’autore offre un affresco storico di circa un sessantennio, tirando fuori, come al solito, le proprie competenze di critico, giornalista, conduttore televisivo, speaker televisivo, ma non di musicologo, proponendo quindi un lavoro metodologicamente incompleto, ovvero, per esempio, il contrario di quanto avviene nella primavera 2025, con il libro Storia del jazz. Una prospettiva globale di Stefano Zenni (7 aprile 1962): l’accademico di Chieti accresce e aggiorna la prima edizione del 2012, buttandosi in disamine esaustive sia del linguaggio sonoro sia della ricerca sociologica.

Da un iniziale confronto fra questo terzo e gli altri due volumi di Mazzoletti, ciò che balza subito all’occhio (e alla mente) è come si distacchi molto dal primo e dal secondo, che sono la cronaca oggettiva, benissimo documentata, di quanto avviene tra da fine Ottocento a metà Sixties per quanto riguarda musicisti, concerti, dischi, serate, organizzazioni, hot club, case discografiche, eventi culturali, mediatici e politici. Nel nuovo Il jazz in Italia dagli anni sessanta al terzo millennio l’impostazione risulta parecchio ‘autobiografica’, che può comunque essere quasi totalmente giustificabile: infatti Mazzoletti dal 1957 fino a pochi mesi dalla scomparsa risulta egli stesso protagonista del jazz in Italia, lavorando, come già accennato su più fronti: inventa e conduce programmi radiofonici o televisivi, scrive di jazz, soprattutto tradizionale e classico, senza però trascurare il presente (occupandosi anche di rock e di pop), lavora per giornali e riviste, inventa e gestisce iniziative dal vivo tra recital e festival e – non ultimo – fonda una propria etichetta, la Riviera Jazz Records, in cui su CD ristampa quasi tutto il jazz italiano dei 78 giri della prima metà del XX secolo. L’esperienza di Adriano risulta alla fine romanocentrica (e anche un po’ ligure per le sue origini e per la Presidenza del Museo del Jazz a Genova) e collegata alla RAI, quando ancora l’ente pubblico propone molto jazz anche straniero via etere o in video; tutto questo però fa sì che l’autore resti come chiuso in una torre d’avorio, vivendo i cambiamenti di stili e di gusti, spesso in prospettive radicali, chiuso in ufficio o nella capitale, quasi come un osservatore distaccato.

Se a ciò si aggiungono le poche competenze tecnico-musicologiche, come tanti celebri jazzofili della sua generazione (Arrigo Polillo in testa), si nota come Mazzoletti ricorra più alla raccolta di documenti (anche interviste) che all’analisi di brani o dischi, confermando spesso un antipatico rifiuto verso la politicizzazione del jazz come avviene per circa un quindicennio in tutta Europa, ma con particolare veemenza negli anni Settanta, quando molti giovani solisti nel nostro Paese, risultano vicini alla sinistra extraparlamentare e poi al Partito Comunista. A ciò purtroppo Mazzoletti aggiunge inconsciamente diverse lacune, soprattutto dagli anni Novanta, in parte tollerabili con l’abnome produzione discografica, concertistica, festivaliera e didattica lungo l’intero Stivale (Isole comprese), che però vede in calo il pubblico giovanile tranne per qualche kermesse estiva gratuita in località turistiche modaiole. A parte l’assenza di discorsi sui rapporti tra jazz e società italiana o l’insistenza di medaglioni sui maggiori artisti (opinabile per qualcuno) manca altresì la disamina territoriale, regione per regione, che caratterizza i precedenti volumoni, ma in questo caso l’autore avrebbe dovuto pianificare il lavoro con una grossa équipe di esperti locali. E poi, a differenza degli altri due volumi, manca la discografia: ma questa sarebbe un’opera a sé, meritevole di un quarto volume di Autor Vari, dove i maggiori critici italiani potrebbero confrontarsi per selezionare quasi tutti gli LP e i CD usciti dal 1965 a oggi.

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