massimiliano nuzzolo

Massimiliano Nuzzolo

/ di Guido Michelone //

Forse in molti, tra i jazzofili, si chiederanno cosa ci fa qui Massimiliano Nuzzolo da Mestre (Venezia), dove vive e lavora, autore dei romanzi L’ultimo disco dei Cure (a breve tradotto in Albania) e Fratture (2012) e la raccolta di racconti La felicità è facile (2015), presente in numerose antologie come I nuovi sentimenti (2007), Dizionario affettivo della Lingua Italiana (2008), I cani (2023) curatore della raccolta La musica è il mio radar (2010), producer di video e dischi, tra cui L’esperienza segna del gruppo Soluzione. È qui perché ha fortemente voluto il volume Gershwin nostro contemporaneo in uscita in questi giorni in contemporanea a tre libri sul pop-rock per la nuova collana di una giovane editrice che sul sound afroamericano farà presto parlare di sé. A Massimiliano Nuzzolo si potrebbe tranquillamente abbinare il celebre verso di Fabrizio De André ‘mi innamoro di tutto’ giacché risulta un artista e un intellettuale a tutto tondo i cui gusti e interessi spaziano tra tutti i linguaggi espressivi, non escluso infatti il jazz!

D In tre parole chi è Massimiliano Nuzzolo?

R Tre parole: in continua ricerca. Se poi intendi una bio stringatissima: giovane uomo, autore, appassionato di cinema, letteratura e musica. Dotato di iperattività ed estrema concettualizzazione. Amo le cose belle. Di tanto in tanto mi concedo qualche svago.

D Il primo ricordo che hai della musica da bambino?

R È una domanda complessissima. Ho tantissimi ricordi. Altro che madeleine di Proust… Direi che dal momento della mia nascita a oggi la musica mi ha sempre accompagnato. Certo alcune immagini le conservo negli occhi, nelle orecchie, nel cuore, tipo la collezione di vinili di musica classica che facevo da bambino insieme a mio padre e che cresceva di settimana in settimana, impazzivo per Mozart, Bach, Corelli, il suono del clavicembalo, poi poco a poco dopo eroici furori, ho scoperto i compositori novecenteschi… ecco un altro ricordo, la prima radio tutta mia philips grigia e nera, su cui ho ascoltato casualmente, appena collegata la spina, la prima canzone new wave sempre da bambino, oppure i concerti a cui mi portavano le amiche di mia madre (se ti faccio i nomi smetterai di parlarmi, ma immagina pure la musica pop italiana degli anni Ottanta  ti dico solo che in tenera età conoscevo a memoria le canzoni di Pupo e dell’evanescente Sandro Giacobbe), oppure il primo disco 45 giri che ho comprato alla Standa (su cui manterrò un rigoroso mistero, che svelerò a tempo debito). Potrei scrivere un libro solo con i ricordi di bambino legati alla musica. Se poi passo all’adolescenza e alla maturità viene fuori un’enciclopedia…

D Cosa ascoltavi da adolescente e come ti sei evoluto musicalmente?

R Come avrai intuito, la mia prima canzone è stata di genere “new wave”: folgorazione. Certo amavo tantissimo la musica elettronica, dal pop alle cose più sperimentali, per intenderci dai Depeche Mode fino ai Can, poi qualcuno ha deciso di farmi scoprire i Cure…  E lì, mi sono innamorato pesantemente, anche se non era venerdì… Ma non ho mai ascoltato soltanto un genere, sempre tanti ascolti diversi (e insieme, letture diverse, film diversi), sempre avuto un orecchio per il pop (per darti un’idea legata agli anni Ottanta, odio ancora i Queen ma ogni volta che sento la voce di Freddy e analizzo la struttura di certe loro canzoni mi inchino, così come amo inspiegabilmente i Wham!) E così via, anche oggi, ogni volta che sento qualcosa di interessante e non banale. Inevitabilmente poi ho scoperto il rock, la psichedelia, la nuova psichedelia inglese, l’indie, conservando l’amore per l’elettronica, per le sperimentazioni, tutto ciò che sapeva e sa combinare elementi nuovi a quelli più tradizionali. Senza paraocchi e senza preclusioni.

D Che rapporto hai con il jazz? Lo sentivi da ragazzo?

R All’inizio, da adolescente, nutrivo un sincero odio verso il jazz. Ero troppo piccolo e sicuramente non pronto, sebbene in alcuni compositori riconoscessi l’impostazione derivata dalla musica classica, non ero in grado di capirlo a fondo, e più probabilmente le persone con cui ero entrato in contatto e si spacciavano per cultori, si vantavano troppo dei loro ascolti sofisticati, facendomi interpretare il jazz come snob e finendo per allontanarmi da ascolti più attenti. Con questo non voglio dire che la mia infanzia e adolescenza sia stata priva di jazz, ho sempre fatto ascolti multi-genere e in contemporanea, ma non mi sono mai “appassionato”. Cosa che è avvenuta progressivamente. Un giorno, lo ricordo ancora, sono entrato in un negozio a Ravenna e ho comprato due dischi diametralmente opposti tra loro, uno dei Wire e uno di Duke Ellington… Non mi crederai… folgorazione. Lo so, voi puristi lo confinate spesso allo Swing, ma che meraviglia. Ho passato mesi ad ascoltare i suoni delle Big Band. Ho i brividi a pensare alle ritmiche, al suono del clarinetto, alla tromba… E ovviamente, sono andato progressivamente in profondità. Credo sia stato il Duca a iniziarmi al Jazz. Poi, altre cose, fino a quando sempre per caso ho scoperto la ECM e tutto ciò che ha fatto negli anni, e, l’altra folgorazione, Keith Jarrett. Posso dire che lo amo con tutto me stesso?

D C’è altro?

R E poi da cultore di cinema, di musical (lo sanno in pochi, ma sono un devoto), l’altra scoperta ed epifania è stata Gershwin. Dio mio. Grandioso! Per questo oggi sono pervaso sia necessaria l’opera di bravi divulgatori come te. Persone in grado di avvicinare a questa musica che non può essere contenuta in una definizione elitaria, musica che è universale e meravigliosa, probabilmente di non facile ascolto, ma davvero adatta a tutti. Alle mie lezioni e presentazioni poi cito spesso il jazz e la tecnica dell’improvvisazione che si basa su studio continuo… Come avrai capito pago tributo al jazz ogni giorno.

D Ti interessano le contaminazioni fra il jazz e altre musiche a te più vicine?

R Per mia natura mi interessa tutto. Ogni cosa sia in grado di combinare elementi già esistenti con cose nuove. Tecnica, improvvisazione, tradizione, innovazione. Senza considerare che anche gli strumenti musicali e i suoni hanno tutti una grandissima fascinazione su di me.

D Raccontaci ora della tua attività creativa in due diversi ambiti: la musica e la letteratura.

R Amo la musica e amo la letteratura. E i miei libri non esisterebbero se non fondessi queste arti insieme. Aggiungerei il cinema che per anni è stata una mia ossessione. Sono partito come tutti da ascoltatore, ho creato le prime band, sono passato in studio e alla produzione, al management, mi permetto di citare i Soluzione (e il loro “L’esperienza segna”) ormai impegnati in altri progetti, ma con cui per alcuni anni abbiamo fatto un lavoro egregio, in cui davvero letteratura, cinema e musica interagivano tra loro (alcuni videoclip della band sono vere opere d’arte e vi consiglio di rintracciarli). Ogni tanto mi piacerebbe tornare a produrre, ma poi considerata la situazione nazionale, mi si smorzano subito le emozioni. La letteratura insieme alla musica mi accompagna sempre e di tanto in tanto, accanto a titoli più letterari, mi permetto di pubblicare cose in cui la musica emerge maggiormente. Esempio ne sono “La musica è il mio radar” che curai per Mursia e il più recente “Ti racconto una canzone” che ho curato per Arcana. Ora la nuova collana TAM TAM Tribu: libri che suonano per l’editore BookTribu che in qualche modo scolpisce nella roccia questo mio legame tra musica e libri. Ma direi che in ogni mio libro è possibile trovare una colonna sonora, una tracking list, una canzone o un suono riconoscibile che porta con sé numerose emozioni.

D Massimiliano, sono passati vent’anni esatti dal tuo romanzo L’ultimo disco dei Cure (giustamente ristampato): cosa ricordi di quell’esperienza?

R Esperienza meravigliosa a dir poco. Giulio Mozzi dimostrando un grande occhio e sensibilità mi scoprì e mi pubblicò. Il libro andò benissimo, oltre ogni aspettativa. Io poi intrapresi il mio percorso indipendente di cui vado fiero, perché posso dichiararmi davvero un artista e intellettuale libero, con una voce propria. Nel 2020 è stato ripubblicato dalla storica casa editrice Arcana, da sempre legata alla musica, ed è stato superlativo. Anche se il covid ha praticamente distrutto la promo del libro rendendo impossibile presentare nelle librerie. E come direbbe un collega giornalista, l’ultimo disco dei Cure è diventato un classico. E questo mi commuove ogni volta che ci penso. Vent’anni dopo… siamo qui. Non sono pochi per un libro e ancora se ne parla. Non solo i fan dei Cure, grazie a Dio o facente funzione.

D Se tu dovessi partecipare oggi a un’antologia di racconti su musicisti jazz, a quale personaggio ti ispireresti e perché?

R Scoprendo poco a poco il Jazz e poi inevitabilmente il Blues, ci sarebbe da scrivere per anni. Perché dietro a questi musicisti ci sono storie incredibili di vita, di sofferenza, di dipendenze, di rivalsa, universi emozionali difficili da contenere in una pagina. Se mi chiedessi di partecipare oggi forse ti risponderei Keith Jarrett, ma solo perché non ho mai voluto scoprire la sua biografia e poi per omaggiare D. F. Wallace, uno dei miei miti, che lo cita in un racconto superlativo (La ragazza dai capelli strani).

DMusicista, romanziere e ora anche editore: ci parli di questa nuova avventura?

R È nata in questi giorni. Si chiama Tam Tam Tribu: libri che suonano e nasce dalla volontà di evidenziare il forte legame che a mio avviso esiste tra letteratura e musica, muovendosi tra pagine e suoni, dai romanzi fino alla storia della musica, passando per le biografie, fino ai racconti e alla poesia.

D Cosa anima un’esperienza innovatrice come BookTribu?

R Nasce come comunità di lettori alcuni fa, Emilio Alessandro Manzotti l’ha creata, ed è diventata una casa editrice al cui interno opera un collettivo di autori che coordinano ciascuno la propria collana. “Black-Out” diretta da Gianluca Morozzi che si occupa di esordi, “Polar” dedicata al giallo e al noir diretta da Paolo Panzacchi, “LoveTribu” dedicata al romance diretta da Linda Bertasi e a breve “Run” dedicata ai viaggi seguita da Eliselle. E ovviamente Tam Tam Tribu: libri che suonano che ho ideato e coordinando io.

D Di recente l’editore ha inaugurato una collana di musica con 4 uscite in contemporanea: ce ne parli?

R Sì, un inizio diverso dal solito e mi auguro esplosivo. L’esordio della collana con quattro libri stupendi e diversissimi tra loro. “Buonanotte ai suonatori” di Umberto Rossi (critico, traduttore, docente), romanzo ambientato negli anni di piombo tra strumenti musicali, amori struggenti, occupazioni ed eroina per offrire un quadro diverso e quasi dimenticato della nostra Italia di provincia. Un progetto speciale di Michele Monina: due libri sullo scrivere di musica: “49999 parole” e “MusicLeaks” (alla maniera di Julian Assange). E poi un vero e sentito omaggio a Gershwin, scritto da te, Guido Michelone (critico, docente, saggista di lungo corso) e il suo “Gershwin. Nostro contemporaneo” con cui abbiamo intenzione di festeggiare il centenario di Rapsodia in Blu ma soprattutto farlo conoscere a tutti, perché questo autore è grandioso ed è stato a lungo “vilipeso”. E ora, dalle mie risposte in cui citavo anche Gershwin, avrai capito perché.

D Ci saranno in futuro maggiori spazi per il jazz in Italia?

R Intendi uno spazio dedicato? Difficile. Forse aumenterà la fruizione e di conseguenza il numero degli ascoltatori, e solo questo ci dirà se potrà godere di spazi fisici dedicati. Certo, ci vuole una sensibilizzazione costante. Esistono piccoli club, locali storici, che assolvono alla funzione e sono favolosi.

D Ultima domanda: ci sarà in futuro uno spazio per il jazz come musica nel mondo?

R Sicuramente. Per sua natura il jazz evolve di continuo. Muterà forma, cercando di pescare dai “classici” e guardando a nuovi orizzonti. Probabilmente lo farà anche grazie all’introduzione di nuovi strumenti.

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2 pensieri su “Massimiliano Nuzzolo: fu il Duca a iniziarmi al Jazz

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