«Be Love» di Enrico Ghelardi Shanti Project: tra materia sonora e trascendenza (AlfaMusic, 2026)
Ghelardi propizia un linguaggio in cui la componente spirituale non si sovrappone alla materia musicale, ma ne costituisce il principio generativo, secondo una visione in cui arte e pensiero convergono in un’unica traiettoria espressiva.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’orizzonte poetico che sorregge «Be Love» di Enrico Ghelardi – disco edito da AlfaMusic – non si limita a una dichiarazione d’intenti, ma si radica in una visione ontologica dell’esperienza sonora, laddove l’atto musicale assume valore di pratica trasformativa e di disciplina interiore. L’idea di amore, evocata fin dal titolo, non indulge in declinazioni sentimentali o psicologiche, piuttosto si orienta verso una dimensione energetica e cosmologica, nella quale la vibrazione acustica diviene veicolo di consapevolezza e strumento di riconnessione con un principio unitario. In siffatta prospettiva, la scrittura di Ghelardi, musicista di solida formazione e sensibilità ricettiva, si dipana secondo un procedimento che privilegia la continuità del respiro melodico e la coerenza formale, evitando fratture arbitrarie e soluzioni episodiche. L’organico, comprendente il sax soprano, il flauto e il clarinetto basso dello stesso Ghelardi, il pianoforte di Pierpaolo Principato, il contrabbasso di Stefano Cantarano e le percussioni di Massimiliano De Lucia, con l’apporto vocale di Barbara Eramo, contribuisce a delineare una tessitura espressiva in cui ogni intervento solistico s’inserisce in un equilibrio sintattico rigoroso. La materia sonora, lungi dal disperdersi in gesti decorativi, si organizza secondo una logica strutturale che privilegia la sedimentazione e la modulazione progressiva dei nuclei tematici.
«Peace Everywhere» lascia emergere un clima meditativo costruito su cellule modali che si espandono con gradualità, secondo una prassi che rimanda a certe esperienze del minimalismo spirituale, pur senza mai cadere nella reiterazione meccanica. Il soprano di Ghelardi disegna linee melodiche di andamento flessuoso, sostenuto da un impianto ritmico che evita accenti percussivi marcati, preferendo una scansione elastica e rarefatta. Il titolo trova riscontro in una distensione armonica che allude a una pacificazione diffusa, senza ricorrere a soluzioni enfatiche. «Sharanam» sancisce una dimensione devozionale più esplicita. Il materiale tematico, fondato su intervalli semplici e reiterati, suggerisce un movimento di affidamento, come indicato dal termine sanscrito. L’assetto armonico, costruito su centri tonali mobili, favorisce una percezione di sospensione controllata, in cui il tempo musicale si dilata senza perdere direzionalità. In «Samsara», nella quale la voce di Barbara Eramo si annoda con il tessuto strumentale secondo una prassi quasi liturgica, il discorso musicale si fa più articolato, con un’organizzazione molecolare che dispensa piccoli nuclei ritmici e melodici in continua trasformazione. Il riferimento al ciclo delle rinascite si traduce in una circolarità tematica, dove le frasi si ripresentano mutate, sulla base di variazione continua. Il contrabbasso assume un ruolo propulsivo, mentre il pianoforte elabora figure arpeggiate che amplificano la sensazione di movimento perpetuo. La composizione eponima, «Be Love», rappresenta il fulcro concettuale dell’intero lavoro. Ghelardi elabora un disegno accordale di maggiore ampiezza, in cui la melodia e l’ordito vocale si distendono su progressioni che privilegiano intervalli aperti e consonanze luminose. L’intento etico sotteso al titolo si riflette in una scrittura che evita tensioni irrisolte, orientandosi verso una chiarezza espressiva che non rinuncia, tuttavia, alla complessità.
«Sandhya» si attesta in una dimensione brunita, evocata mediante un uso calibrato delle dinamiche e una velatura acustica che privilegia registri medio-gravi. Il termine, legato ai momenti di transizione tra giorno e notte, trova corrispondenza in una musica che si muove tra stabilità e mutamento, con un fraseggio che suggerisce passaggi graduali piuttosto che cesure nette. «Inner Journey» transita su un percorso introspettivo mediante una progressiva rarefazione del materiale tematico. Il clarinetto basso, che introduce, assume una funzione attenzionale, con linee che si distendono su un tappeto armonico essenziale. L’andamento sintattico privilegia pause e silenzi, intesi non come vuoti, ma quali elementi strutturali che contribuiscono alla costruzione del senso. «Mother Earth» richiama una dimensione arcaica e rituale, sostenuta da un impianto ritmico sotterraneo e da una voce quasi ancestrale. Le figure cicliche che rimandano a pratiche lontane nel tempo, mentre il flauto contribuisce a una fisionomia del suono più sospesa ed onirica. Il titolo trova riscontro in una musica che sembra voler ristabilire un legame con la materia e con il respiro del pianeta. «Waltz Of Deva» conclude il percorso con una scrittura che rielabora la forma ternaria del valzer in chiave contemplativa. Il movimento oscillatorio, scevro dal corteggiare situazioni mondane, si trasfigura in un moto circolare che allude a una danza cosmica. Il termine «Deva», appartenente alla tradizione vedica (l’insieme di credenze, rituali e testi sacri Veda, tipici dell’antica India), suggerisce una dimensione luminosa e sovrasensibile, che la musica restituisce mediante una leggerezza controllata e una trasparenza timbrica di notevole finezza. L’intero lavoro si regge su un impianto coesivo che rifugge ogni dispersione, spingendo l’ascolto verso una progressiva interiorizzazione. Ghelardi, quale tessitore di trame sonore e regista armonico accorto, propizia un linguaggio in cui la componente spirituale non si sovrappone alla materia musicale, ma ne costituisce il principio generativo, secondo una visione in cui arte e pensiero convergono in un’unica traiettoria espressiva.

