«Esteem» di Claudio Fasoli Experience, tra scrittura e libertà controllata, come pratica della misura

0
Esteem_Ante

«Esteem», più che un semplice documento discografico, è una riflessione coerente sul fare musica improvvisata alla fine del secolo scorso, nel solco di una ricerca che guarda alla composizione come pratica critica, consapevole e variegata, versata nel tenere insieme rigore analitico e immaginazione sonora senza ricorrere a facili mediazioni.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il jazz degli anni Novanta richiede uno sguardo che sappia sottrarsi tanto alla retorica della rinascita quanto a quella, opposta e speculare, del ripiegamento. In quel decennio, la pratica improvvisativa si dirama all’interno di un orizzonte plurale, nel quale la nozione stessa di linguaggio perde ogni pretesa di univocità per farsi campo di possibilità, spazio di negoziazione continua tra memoria e progetto. La fine delle grandi narrazioni stilistiche, già avvertibile nel decennio precedente, non conduce a una dispersione anarchica, ma a una responsabilizzazione dell’attività musicale, chiamata a legittimarsi non per appartenenza, ma per coerenza interna e qualità della scrittura.

In tale contesto, l’improvvisazione tende a riavvicinarsi alla composizione, non come simulacro di ordine, ma quale pratica del pensiero in divenire. Le strutture tematiche si presentano spesso come dispositivi aperti, predisposti a essere riformulati nel tempo dell’esecuzione, mentre l’armonia abbandona la funzione di cornice prescrittiva per assumere quella di campo magnetico, entro cui le relazioni tra le voci strumentali acquistano centralità. L’attenzione al colore sonoro, alla distribuzione dei registri e alla bontà della dinamica rimanda a un dialogo sotterraneo con le musiche colte del secondo Novecento, non per citazione o derivazione diretta, ma per affinità di metodo e di postura critica. Il jazz europeo degli anni Novanta, in particolare, sviluppa una fisionomia che rifugge tanto l’emulazione quanto l’isolamento identitario. L’elaborazione di un ordinamento intrinseco autonomo passa attraverso una riflessione sul tempo, inteso non più come semplice vettore metrico, ma quale dimensione plastica, suscettibile di dilatazioni, contrazioni e fratture controllate. In questo quadro, il gruppo assume una funzione primaria, poiché la forma nasce dall’ascolto reciproco e dall’attitudine di cogliere e vivere collettivamente l’istante sonoro, in virtù di una logica che privilegia la relazione piuttosto che l’affermazione individuale. La produzione discografica del periodo testimonia dunque una stagione di consapevolezza, nella quale il jazz smette di interrogarsi sulla propria legittimità storica per concentrarsi sulle condizioni della propria possibilità presente. Non si tratta di un’epoca di sintesi, ma di una fase di chiarificazione, nella quale il linguaggio s’affina per sottrazione, la scrittura s’organizza sulla scorta di un principio di necessità, mentre il processo improvvisativo ritrova una funzione cognitiva, prima ancora che espressiva. In tale cornice, gli anni Novanta rappresentano meno un passaggio che un assestamento, un momento in cui il jazz, liberato dall’urgenza di definirsi, può finalmente dedicarsi a pensare sé stesso come forma di conoscenza sonora.

«Esteem», registrato nel giugno del 1998 al Movin’ Studio di Saccalongo e pubblicato l’anno seguente da Flex Records, si attesta in una fase di particolare maturità del percorso di Claudio Fasoli, quando la riflessione sul linguaggio jazzistico europeo aveva già superato tanto l’adesione imitativa ai modelli d’oltreoceano quanto le scorciatoie identitarie più prevedibili. L’organico dell’Experience, affidato alla tromba di Michael Gassmann, al contrabbasso di Paolino Dalla Porta e alla batteria di Gianni Bertoncini, concede a Fasoli uno spazio operativo entro cui il sax tenore e soprano possono dispiegare un discorso sorvegliato, di solida tenuta formale, dove ogni gesto strumentale risponde a una precisa logica sintattica. La partitura, pur lasciando ampi margini alla fuga in solitaria, non indulge mai a soluzioni estemporanee, ma si regge su un impianto compositivo che privilegia la corrispondenza tra libertà e controllo, tra tensioni armoniche e distensione formale, sulla base di una concezione del jazz come linguaggio pensato prima ancora che agito. Le pagine musicali che compongono l’album mostrano una varietà di assetti narrativi e di andamenti temporali, senza che tale pluralità comprometta la struttura genetica dell’opera. Alcuni episodi sviluppano un discorso ampio, sorretto da progressioni armoniche oblique e da un lavoro sulle dinamiche che fa affiorare una costante attenzione alla forma allungata, mentre frammenti più brevi assumono la funzione di snodi riflessivi, quasi interpunzioni sonore che spostano l’ascolto verso traiettorie molteplici. In tale contesto, il contributo compositivo di Dalla Porta e Gassmann non immette nel parenchima sonoro fratture stilistiche, ma ne arricchisce il ventaglio propositivo, grazie a un reiterato interplay tra le maestranze, condotto sulla scorta di una sensibilità cameristica che rimanda tanto alla musica da camera novecentesca quanto a certe pratiche improvvisative di matrice europea, nelle quali il colore sonoro e la distribuzione strumentale assume un ruolo strutturante. Particolarmente rilevante risulta il modo in cui Fasoli governa l’ordito tematico, evitando esposizioni assertive e privilegiando invece proiezioni melodiche in bilico, spesso affidate a spaziature aperte ed a cellule ritmiche elastiche. Il sax, lontano da ogni esibizione virtuosistica fine a sé stessa, agisce come centro regolatore del discorso, facendo conversare il profilo acustico con la tromba di Gassmann in un continuo gioco di avvicinamenti e scarti, mentre la sezione ritmica, lungi dal limitarsi a una funzione di sostegno, interviene come agente formale, in grado di orientare lo sviluppo e di suggerire direzioni inattese.

«On Cue» spalanca le porte affidandosi a una scansione ampia e sorvegliata, dove l’intelaiatura tematica prende corpo a partire da cellule intervallari dilatate, progressivamente rielaborate lungo una traiettoria che privilegia il flusso narrativo. Il sax tenore di Fasoli governa l’andamento senza sovraesposizioni, lasciando che l’aura fonica venga a galla per stratificazione, mentre tromba e sezione ritmica contribuiscono a definire un sagomatura mobile, fondata su un rapporto tensioattivo tra impulso e controllo, secondo una ratio che richiama certi procedimenti della musica modale europea più che l’ortodossia jazzistica canonica. «Gardel» emana un clima differente, in cui la memoria melodica, mai dichiarata apertamente, allude a un canto interiorizzato, riformulato tramite una scrittura obliqua e priva di compiacimenti nostalgici. La linea del soprano s’insinua in un tessuto armonico rarefatto, sostenuto da un contrabbasso che agisce per detrimento, mentre la batteria tiene il tempo in modo elastico, evitando qualsiasi rigidità metrica. Il risultato scaturisce da una concezione lirica del suono, filtrata però da una consapevolezza rigorosa. «Resumé / Sheni», firmato insieme a Gassmann, delinea un procedimento più frammentato, nel quale le idee autorali vengono accostate e riorganizzate seguendo la tecnica del montaggio in tempo reale, quasi che ogni tassello sonoro cercasse il suo incastro perfetto. La tromba acquisisce un ruolo di primo piano, proponendo figure spezzate e avvallamenti abissali, cui il sax risponde con progressioni che non espletano una semplice la fusione ma puntano a una coabitazione dialettica. Il battibecco tra i due fiati si regge su un impianto armonico non risolto, che mantiene costantemente aperto il senso traspirante dell’impianto. «Cymbals» funziona come una breve parentesi di riflessione timbrica, affidata a un uso controllato della percussione e a interventi minimi degli altri strumenti. Un passaggio interstiziale che non mira all’evoluzione tematica, ma alla messa a fuoco di una trama espressiva temperata, dove la pausa e la risonanza partecipano attivamente alla formattazione del costrutto sonoro. Con «Game 7», a firma di Paolino Dalla Porta, il discorso esprime una fisionomia più dichiaratamente ritmica, pur senza cedere a soluzioni prevedibili. Il contrabbasso guida l’assetto narrativo mediante ostinati mobili e sottili divagazioni, mentre sax e tromba infilano ghirlande di note che si annidano in un un punto preciso di negoziazione tra tangibilità fluttuazione. La regola d’ingaggio del procedimento si regge su una tensione controllata, gestita con misura e lucidità.

«Questions» riporta al centro la scrittura di Fasoli, proponendo un andamento interrogativo che trova riscontro tanto nelle scelte melodiche quanto nella disposizione degli strumenti. Le frasi del sax, spesso spezzate e lasciate in sospensione armonica, vengono raccolte e riequilibrate dagli interventi della tromba e dal lavoro puntuale della retroguardia ritmica, sulla base di un perpetua riorganizzazione dell’itinerario formale. «Wiechmann» si conforma come un episodio più conciso, dove la sintesi diventa valore strutturale. Il portato motivico, ridotto a pochi elementi essenziali, viene elaborato con cura, lasciando emergere una fisionomia sonora asciutta e priva di orpelli. La chiarezza del disegno musicale non rinuncia tuttavia a una sottile complessità interna, affidata alle micro-variazioni dinamiche e agogiche. «Game» riprende e rielabora alcune intuizioni già affiorate in precedenza, ma secondo una prospettiva più distesa. Il tempo risulta più adattabile, permettendo ai solisti di muoversi entro un ciclo armonico aperto, in cui la relazione tra le parti assume un carattere pressoché cameristico. L’ascolto viene guidato da una progressione propedeutica alla coerenza del discorso piuttosto che all’effetto immediato. «Night Breath», ancora di Dalla Porta, spinge il convoglio verso una dimensione notturna che si traduce in un uso misurato delle dinamiche e in una tessitura armonica semovente. Il contrabbasso sostiene l’insieme con un fraseggio avvolgente, mentre sax e tromba disegnano profili acustici che si avvicinano e si allontanano senza mai accavallarsi del tutto. La batteria interviene con discrezione, contribuendo a una scansione temporale dilatata. «Musk», firmato da Gassmann, concentra l’attenzione sul colore sonoro e sulla gestualità strumentale. La tromba esplora registri e articolazioni differenti, sostenuta da un contesto che favorisce la trasparenza e la precisione dell’intervento. Il sax di Fasoli ribatte con frasi misurate, evitando ogni ridondanza, mentre la sezione ritmica mantiene un andamento gommoso e reattivo. «Whisper» delinea uno dei momenti più raccolti dell’album, implementato su un’economia di mezzi che valorizza la qualità del suono e la relazione tra presenza e assenza. Le linee strumentali si dispongono in uno spazio vaporizzato, dove ogni movenza acquista peso specifico, contribuendo a una trama espressiva di notevole finezza. In chiusura, «Esteem», raccoglie e riorganizza le istanze emerse lungo l’intero percorso, configurando una chiusura per nulla protesa verso la sintesi definitiva, ma di una dimensione di equilibrio consapevole. Il tema viene esposto con sobrietà e sviluppato mediante variazioni controllate, lasciando che il dialogo tra sodali definisca progressivamente l’ordine pressato. L’album si congeda così senza enfasi, affidando alla coerenza partiturale e alla qualità esecutiva il compito di lasciare una traccia duratura. «Esteem», più che un semplice documento discografico, sancisce una riflessione coerente sul fare musica improvvisata alla fine del secolo scorso, nel solco di una ricerca che guarda alla composizione come pratica critica, consapevole e variegata, versata nel tenere insieme rigore analitico e immaginazione sonora senza ricorrere a facili mediazioni.

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *